18 Febbraio 2026 - 10:10:40

di Tommaso Cotellessa

All’Aquila il dibattito sulla riforma della Giustizia si fa serrato e assume i contorni di una riflessione profonda sulle fondamenta dello Stato di diritto. All’Auditorium Ance, nel cuore del capoluogo abruzzese, l’incontro pubblico dedicato alla riforma Nordio-Meloni e al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo si è trasformato in un momento di confronto tecnico-giuridico che ha coinvolto esponenti politici, magistrati e avvocati.

Ad aprire i lavori è stato l’avvocato Carlo Benedetti, responsabile Giustizia del Pd provinciale, che ha impostato il dibattito su un piano dichiaratamente costituzionale più che tecnico. Il nodo, secondo quanto emerso, non riguarderebbe soltanto l’organizzazione della macchina giudiziaria, ma l’equilibrio democratico tra i poteri dello Stato.

Nel corso dell’incontro, il senatore Michele Fina e l’avvocato Sergio Della Rocca hanno evidenziato il rischio che la modifica di sette articoli della Costituzione possa incidere su quel «delicatissimo sistema di pesi e contrappesi» che, dal secondo dopoguerra a oggi, ha garantito la stabilità democratica del Paese.

La tesi sostenuta dai relatori è netta: la riforma non sarebbe pensata per ridurre i tempi dei processi, affrontare il sovraffollamento carcerario o colmare le carenze di organico nei tribunali. Piuttosto, secondo i critici, l’intervento legislativo rischierebbe di ridimensionare l’autonomia della magistratura, aprendo la strada a una possibile influenza – diretta o indiretta – del potere esecutivo sull’ordine giudiziario.

In quest’ottica, la riforma verrebbe letta come il primo tassello di un disegno più ampio, che guarderebbe a un rafforzamento dell’esecutivo in senso presidenzialista.

Particolarmente incisivi gli interventi del giudice del lavoro Riccardo Ionta e di Andrea Padalino Morichini, già procuratore di Avezzano, che hanno posto l’accento sul principio della «terzietà» del giudice quale presidio essenziale delle libertà individuali.

Secondo i relatori, limitare o condizionare il controllo di legalità significherebbe creare un vuoto di sorveglianza nei confronti del potere politico, con il rischio di alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Un richiamo forte al valore dell’indipendenza della magistratura come garanzia per il cittadino.

A chiudere l’incontro è stata la responsabile Giustizia del Partito Democratico, Debora Serracchiani, che ha collegato il dibattito tecnico alla mobilitazione politica in vista del voto.

«Dire No significa difendere la Costituzione e farsi argine alla deriva autoritaria», ha affermato la deputata, ribadendo che la priorità dovrebbe essere quella di investire in personale, strutture e strumenti per rendere più efficiente il sistema giudiziario, piuttosto che intervenire sull’assetto costituzionale.

Le dichiarazioni si inseriscono nel percorso di incontri pubblici organizzati sul territorio nazionale in vista del referendum del 22 e 23 marzo. All’Aquila, città simbolo di ricostruzione e resilienza dopo il sisma del 2009, il confronto ha assunto un significato ulteriore: quello di una comunità che riflette sul rapporto tra istituzioni, legalità e democrazia.

La sfida ora si sposta alle urne. Per i promotori del «No», in gioco non vi sarebbe soltanto una riforma della giustizia, ma la difesa di un sistema in cui la legge resti davvero uguale per tutti e superiore a ogni potere.