24 Febbraio 2026 - 06:00:00
di Tommaso Cotellessa
La democrazia richiede tempo, fatica e forza di volontà. Ce ne accorgiamo oggi più che mai.
Nel 1819 Benjamin Constant, in uno dei suoi saggi più noti, distingueva tra la libertà degli antichi e quella dei moderni. La prima, incarnata dalla democrazia ateniese, voleva dire partecipazione diretta alla vita pubblica: ci si riuniva sulla Pnice, la collina a Ovest dell’Acropoli, per prendere decisioni condivise e condurre una discussione continua — certo, sulla pelle di una lunga schiera di schiave e schiavi che sollevavano i cittadini dalle responsabilità delle faccende quotidiane. La seconda, propria della modernità borghese, si fondava invece sulla rappresentanza: il cittadino si dedicava al commercio e alla vita privata, delegando ad altri la gestione della cosa pubblica. Da questa distinzione nasceva la politica di professione, esercitata in nome e per conto di chi non può — o non vuole — occuparsene direttamente.
Oggi forse dovremmo aggiungere una terza forma di libertà: quella degli “ultramoderni”, dei contemporanei senza tempo. Una libertà segnata dalla cronica mancanza di tempo. È in questo solco che si inserisce la polemica levatasi in seno alla politica aquilana in seguito alle parole pronunciate dalla consigliera comunale Tiziana Del Beato, esponente di Fratelli d’Italia, che in sede di conferenza dei capigruppo ha posto la questione delle tempistiche dei lavori del Consiglio comunale del capoluogo abruzzese, denunciando come consiglieri e consigliere si trovino ormai “ostaggio” di sedute eccessivamente lunghe.
Il tema ha animato l’ultima riunione dell’assemblea civica. Da una parte la maggioranza, compatta nel difendere le parole e l’operato della consigliera; dall’altra le opposizioni, che hanno letto in quell’intervento una messa in discussione della tenuta democratica e della qualità del confronto politico cittadino.
A cercare di ricomporre la frattura è stata la stessa Del Beato, chiarendo che «la democrazia non si misura con l’orologio ma con la possibilità di discutere e condividere». Parole che suonano come una rassicurazione sul principio. Tuttavia, la consigliera ha ribadito la necessità di una maggiore efficienza organizzativa dei lavori consiliari e di una durata più “accettabile” delle sedute, in un richiamo che appare rivolto — neppure troppo velatamente — più che alle opposizione alla presidenza del Consiglio.
E qui sta il nodo. La libertà dell’epoca senza tempo sembra essere quella di chi, paradossalmente, il tempo non ce l’ha. Nell’era del multitasking, dell’iperconnessione e delle agende sature, anche la politica rischia di piegarsi alla logica della rapidità. Ma la democrazia, quella vera, non è mai stata veloce. È fatta di studio, di approfondimento, di parole talvolta ridondanti ma necessarie. È fatta di pazienza.
La domanda allora è inevitabile: quante ore servono per far vivere una democrazia? La speranza è che nessuno risponda “troppe”. Perché quando il tempo dedicato al confronto diventa un problema, il rischio non è solo organizzativo. È culturale. E, alla lunga, profondamente politico.
LAQTV Live