26 Febbraio 2026 - 10:51:28

di Tommaso Cotellessa

Il Tribunale di Sulmona ha condannato la ASL Avezzano Sulmona L’Aquila al risarcimento di 550mila euro, oltre alle spese legali, per non aver diagnosticato una sofferenza fetale che nel settembre 2017 costò la vita a una bambina al nono mese di gravidanza. La sentenza arriva a quasi nove anni dai fatti e chiude una vicenda dolorosa che ha segnato profondamente i genitori della piccola.

Secondo quanto ricostruito in sede giudiziaria, la donna, alla 36ª settimana di gestazione, si era presentata al pronto soccorso dell’ospedale di Sulmona lamentando l’assenza di movimenti fetali. Dopo una serie di controlli, però, era stata dimessa. Due giorni più tardi, durante una visita programmata, veniva purtroppo riscontrata l’assenza di attività cardiaca del feto e si procedeva con il parto indotto, quando ormai per la bambina non c’era più nulla da fare. L’autopsia, disposta dalla stessa Asl, aveva attribuito il decesso a un’asfissia provocata da giri multipli del cordone ombelicale.

I genitori, assistiti dall’avvocata Catia Puglielli, avevano promosso un accertamento tecnico preventivo. Il collegio peritale incaricato dal tribunale aveva concluso per la sussistenza di una responsabilità sanitaria: il tracciato cardiotocografico, secondo gli esperti, avrebbe dovuto indurre i medici a disporre il ricovero immediato della paziente, avviando un monitoraggio continuo e valutando un eventuale parto cesareo che avrebbe potuto salvare la vita della nascitura.

La giudice civile Irene Giamminonni ha respinto la linea difensiva della Asl, che sosteneva come la morte della bambina fosse riconducibile a un evento acuto e imprevedibile. La sentenza riconosce invece un nesso tra la condotta sanitaria e il decesso, stabilendo il diritto dei genitori a un risarcimento per la perdita subita. Una decisione che arriva dopo anni di battaglia legale e che riaccende l’attenzione sul tema della sicurezza e dell’appropriatezza delle cure in ambito ostetrico.