11 Marzo 2026 - 21:05:15
di Vanni Biordi
Trent’anni sono un’eternità, nel mercato del lavoro. Dal 1998 a oggi l’Italia ha attraversato la crisi del 2008, il Jobs Act, il decreto Dignità, la pandemia, il Reddito di cittadinanza e la sua abolizione. La Regione Abruzzo, fino a ieri, continuava a regolare il proprio mercato del lavoro con una legge che di tutto ciò non sapeva nulla.
Da oggi, quella stagione è ufficialmente chiusa. L’assessore regionale al Lavoro, Tiziana Magnacca, ha convocato ieri mattina a Pescara la Commissione regionale per le Politiche del Lavoro per presentare il disegno di legge di iniziativa dell’assessorato. Non si tratta di ritocchi marginali perché il testo propone una riscrittura organica dell’intero sistema, con un cambio di filosofia che va ben oltre l’aggiornamento tecnico. «Disegno di legge che, oltre a recepire tutti i cambiamenti normativi avvenuti in questi ultimi trent’anni in materia di lavoro, delinea un mercato del lavoro per avvicinare ancor di più l’offerta e la domanda, e che ora prevede politiche strutturali del lavoro attive e passive inesistenti nella precedente legge regionale del 1998», ha dichiarato la Magnacca.
Un passaggio che, tradotto, significa un deciso cambio di rotta con la vecchia legge che guardava quasi esclusivamente all’incontro tra chi cerca lavoro e chi lo offre. La nuova vuole intervenire prima, durante e dopo quel momento. La distinzione tra politiche attive e passive del lavoro non è solo accademica. Le politiche passive sono quelle che sostengono il reddito di chi ha perso il lavoro, come la cassa integrazione, i sussidi di disoccupazione e gli ammortizzatori sociali. Le politiche attive, invece, puntano a far sì che quella persona torni al lavoro il prima possibile grazie alla formazione, all’orientamento, ai tirocini e agli incentivi all’assunzione. P
er anni le regioni italiane hanno gestito le seconde in modo disorganico, spesso limitandosi a erogare corsi finanziati dai fondi europei senza una strategia di sistema. Il disegno di legge abruzzese prova a invertire questa tendenza, costruendo un quadro strutturale in cui i due strumenti dialogano tra loro. Un esempio concreto: un lavoratore di cinquant’anni licenziato da uno stabilimento manifatturiero del pescarese oggi può ricevere un sussidio di disoccupazione come la Naspi, ma difficilmente trova un percorso di riqualificazione professionale coordinato e finanziato dalla Regione.
La nuova legge prevede che quel percorso esista, sia strutturato e sia collegato alle reali esigenze delle aziende del territorio. Tre sono i pilastri aggiuntivi del disegno di legge. Il primo è la sicurezza sul lavoro, che viene introdotta «compiutamente nel sistema regionale», per usare le parole dell’assessore Magnacca, un riconoscimento esplicito che la prevenzione degli infortuni non può essere delegata solo al livello nazionale. Il secondo è la formazione extracurriculare, e cioè quella che avviene fuori dai percorsi scolastici e universitari tradizionali: apprendistato professionalizzante, ITS Academy, aggiornamento continuo. Il terzo è il collocamento obbligatorio, cioè l’insieme delle norme che garantiscono l’accesso al lavoro delle categorie protette, a partire dalle persone con disabilità, un ambito in cui l’Abruzzo scontava ritardi evidenti rispetto ad altre regioni.
«La Regione si prepara ad aggiornare le norme attraverso un’azione comune con le parti sociali adeguata ai principi di concertazione, sussidiarietà e collaborazione», ha spiegato la Magnacca, che ha evocato esplicitamente il metodo della concertazione, un approccio che richiama la stagione dei grandi accordi tra Governo, sindacati e Confindustria degli anni Novanta, applicato questa volta alla scala regionale. Il nodo più delicato è quello dei centri per l’impiego (CPI), da anni al centro del dibattito nazionale sul loro reale funzionamento. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) ha previsto investimenti per potenziarli a livello nazionale e l’Abruzzo intende allinearsi a quella direzione affidando il coordinamento all’Aral, l’Agenzia regionale per il lavoro. L’obiettivo dichiarato è trasformare i CPI da sportelli prevalentemente burocratici a strutture capaci di orientare attivamente i lavoratori e di dialogare con le imprese sulle competenze richieste. Secondo i dati dell’Anpal, solo il 3% dei lavoratori italiani che hanno trovato un’occupazione negli ultimi anni ha utilizzato un centro per l’impiego. Un dato che parla da solo, e che la nuova legge abruzzese prova a scalfire.
Il percorso di concertazione con le parti sociali appena avviato durerà alcune settimane. Solo al termine di quel confronto il testo approderà in Consiglio regionale per l’iter legislativo formale. Una tabella di marcia che, nelle intenzioni dell’assessorato, dovrebbe portare alla definitiva approvazione entro l’anno.
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