19 Marzo 2026 - 19:07:57

di Vanni Biordi

La campagna dei comitati referendari per il No al quesito sulla riorganizzazione della magistratura italiana si conclude oggi con un’iniziativa pubblica all’Auditorium ANCE di L’Aquila, in Via Alcide De Gasperi.

Un appuntamento simbolico, scelto in una città che conosce bene il significato di giustizia e tutela dei diritti, a soli tre giorni dal voto previsto per il 22 e 23 marzo.

Il referendum chiede agli elettori italiani di confermare o respingere una modifica costituzionale che separa in modo netto le carriere dei magistrati: da un lato i pubblici ministeri, titolari dell’azione penale e sostenitori dell’accusa; dall’altro i giudici, chiamati a emettere sentenze in piena autonomia. Il voto non prevede quorum: sarà valido qualunque sia l’affluenza alle urne.

I comitati hanno condotto la propria campagna con capillarità territoriale, organizzando in circa due mesi un calendario fitto di incontri, assemblee e momenti informativi in tutta Italia. Il messaggio centrale è stato costante: la separazione delle carriere non è una questione tecnica riservata agli addetti ai lavori, ma incide direttamente sulla vita quotidiana di ogni cittadino.

«Non è un dibattito teorico tra esperti di diritto», ha ripetuto il sindacato nelle sue comunicazioni ufficiali, sottolineando come l’esito del voto possa modificare «l’equilibrio dei poteri nello Stato» e «l’indipendenza e l’autonomia della magistratura».

Il nodo costituzionale è delicato. La Carta del 1948 ha edificato un sistema in cui il pubblico ministero appartiene allo stesso ordine giudiziario del giudice e gode delle medesime garanzie di indipendenza dall’esecutivo. La riforma proposta introduce un doppio binario: due Consigli superiori della magistratura distinti, uno per i requirenti e uno per i giudicanti, con procedure di carriera separate e non più reversibili. I sostenitori della riforma — forze di governo in testa — sostengono che questa separazione elimini una commistione di ruoli che compromette l’imparzialità del giudice. I contrari, tra cui magistratura associata, CGIL e buona parte dell’opposizione parlamentare, replicano che indebolisce la figura del PM rendendola più esposta a pressioni politiche.

Un esempio pratico chiarisce la posta in gioco: in un processo penale ordinario, il pubblico ministero raccoglie le prove, formula l’imputazione e sostiene l’accusa in aula. Se la sua carriera dipende da un organismo separato, con criteri valutativi autonomi, il rischio — secondo i critici — è che la sua indipendenza rispetto all’esecutivo si assottigli nel tempo. Non si tratta di uno scenario astratto: modelli simili esistono in altri Paesi europei e hanno prodotto esiti controversi sul piano delle garanzie processuali.

I comitati non sono i soli in questa posizione. Magistratura Democratica, l’Associazione Nazionale Magistrati e numerosi costituzionalisti hanno espresso riserve analoghe. Dall’altro fronte, il governo Meloni e Forza Italia vedono nella riforma un passo necessario verso un sistema più equilibrato e meno autoreferenziale. Il dibattito resta aperto e il voto del 22 e 23 marzo ne costituirà il primo verdetto.

Ad esporre le ragioni del no al referendum, Nunzia D’Elia: «Noi vogliamo dire no al referendum perché riteniamo che la Costituzione deve essere assolutamente difesa, perché dà la possibilità alla magistratura di essere quello è dopo il 1948. Questo vuol dire che la magistratura è un organo che deve essere autonomo e indipendente, non solo i giudici, ma i giudici e i pubblici ministeri. Questo è una garanzia per i cittadini, perché solamente un magistrato autonomo e indipendente può garantire i cittadini anche nei confronti dei poteri forti. Un magistrato forte, quindi, della capacità di essere indipendente dal potere politico e dal potere esecutivo».