27 Marzo 2026 - 11:18:49

di Vanni Biordi

C’è un’opera che per decenni ha atteso in silenzio il momento di tornare a casa. La grande tela della Crocifissione della chiesa di Santa Giusta di Bazzano, piccola frazione del comune di L’Aquila, è finalmente pronta al rientro.

A rendere possibile il ritorno è stata la Fondazione Carispaq, che ha finanziato i lavori di restauro della chiesa e ha organizzato una presentazione pubblica dell’opera nell’Auditorium di Corso Vittorio Emanuele II, nel capoluogo abruzzese.

Il dipinto è una tela ad olio di 150×250 centimetri, databile tra il 1600 e il 1625 e rappresenta una delle testimonianze più significative della pittura d’area aquilana di primo Seicento. A illustrarne il valore storico e artistico è stato Michele Maccherini, docente di Storia dell’Arte Moderna all’Università degli Studi dell’Aquila, che ha guidato il pubblico attraverso i dettagli compositivi dell’opera e le complesse vicende della sua attribuzione.

La scena, ambientata sotto un cielo cupo e rossastro, mostra il Cristo crocifisso al centro, affiancato dai due ladroni agonizzanti, ritratti con uno scorcio prospettico di notevole virtuosismo tecnico. Ai piedi della croce è inginocchiata la Maddalena, a sinistra, il gruppo dei dolenti è immerso in una folla di aguzzini, soldati in armatura e cavalieri a cavallo. In alto, nel cielo, campeggiano il sole e la luna, simboli tradizionali della Passione. Sullo sfondo si intravede una costruzione fortificata con una grande cupola, forse Gerusalemme, secondo l’iconografia classica della scena.

L’opera è documentata nelle fonti sin dal 1848. È il Leosini, nel suo Monumenti storici artistici dell’Aquila, a citarla per primo nella sagrestia della chiesa di Santa Maria di Paganica. Lo stesso studioso ipotizza che possa trattarsi di un bozzetto o di una replica della grande Crocifissione nel coro della basilica di San Bernardino all’Aquila. Dopo di lui, sia Bonanni, nel 1874, che Rivera, tra il 1920 e il 1922, la ricordano nello stesso luogo. Rivera, in particolare, propende per identificarla come una copia dell’opera bernardiniana. Il riferimento d’obbligo è al pittore fiammingo Aert Mytens, la cui presenza all’Aquila è attestata dal van Mander nel celebre Het Schilder-Boeck, il pittore fu incaricato di eseguire una Crocifissione per l’altare maggiore della basilica aquilana.

Eppure, come ha precisato lo studioso Moretti, la mano che ha eseguito la tela di Bazzano non sembra sovrapporsi con certezza a quella del Mytens. Il dibattito attributivo resta aperto. Un elemento nuovo ha recentemente riacceso la discussione. Nell’archivio della chiesa di Santa Maria di Paganica è stata ritrovata la copia di un atto testamentario datato 1665, con le ultime volontà del canonico Annibale Pasqualoni, attivo tra la fine del Cinquecento e i primi anni del Seicento.

Nel documento si fa esplicito riferimento a «una grande tela che riproduce una crocifissione concepita come quella dipinta nella basilica di San Bernardino», con la raccomandazione di collocarla nella stessa posizione dell’originale, a copertura dell’altare maggiore. Un dettaglio che spinge gli studiosi a riconsiderare l’ipotesi del bozzetto, propendendo invece per quella della copia. Il rientro dell’opera a Bazzano non è soltanto un fatto artistico.

È un segnale preciso di come, diciassette anni dopo il sisma del 2009 che ha devastato il territorio aquilano, la ricostruzione culturale proceda affianco a quella materiale.

La cura del patrimonio diffuso, quello custodito nelle chiese minori, nelle frazioni, nelle comunità più piccole, è oggi al centro dell’agenda istituzionale della Fondazione Carispaq, che ha saputo coniugare investimento economico e identità collettiva. Riportare un dipinto del Seicento nel luogo per cui fu concepito significa riconsegnare a una comunità un pezzo della propria memoria.