05 Aprile 2026 - 11:19:21

di Tommaso Cotellessa

Passare oltre. È questo il significato originario della parola Pasqua, dalla radice ebraica Pesach. Ma più che nel sostantivo, il senso autentico del messaggio pasquale si trova in un verbo: pasah, passare oltre, saltare.

Si tratta di un movimento, non di un’idea. Un’azione, non una definizione.

Nella tradizione giudaica, che oggi siamo chiamati a custodire dalle derive fanatiche che ce la allontanano, il riferimento è alla liberazione dalla schiavitù d’Egitto.

Dopo una lunga e fallimentare trattativa tra Mosè e il faraone, Dio interviene con «mano potente»: un angelo colpisce i primogeniti degli Egiziani, mentre risparmia le case degli Israeliti segnate dal sangue dell’agnello. Davanti a quel segno, l’angelo passa oltre.

È un racconto duro, persino inquietante, ma fondativo: la salvezza prende forma in un gesto concreto, in un segno visibile, in un passaggio. È libertà che accade. È il Mar Rosso che si apre, soglia tra morte e vita. È una memoria che si fa tradizione, tramandata di generazione in generazione come riserva di speranza.
Nei Vangeli, questa memoria non viene semplicemente ripetuta: viene trasformata. Cristo non si limita a celebrare la Pasqua, la vive. La compie. La attraversa. È la logica paradossale dell’innocente che muore ingiustamente e proprio così inaugura una possibilità nuova. Quella stessa logica assurda che insegna l’amore al ladrone Tito cantato da De André. È la via della croce che scende nell’abisso e, attraversandolo, conduce alla resurrezione.

Fare Pasqua, allora, non è contemplare ma agire. Non è ricordare soltanto, ma attraversare e far memoria di quel passaggio.

Un messaggio che quest’anno parla in modo particolare al territorio aquilano, dove la Pasqua va quasi a sovrapporsi a una memoria che non può essere elusa. Il 6 aprile resta una data incisa nel tempo: una ferita che impone silenzio, che chiede rispetto, che trattiene ogni facile retorica.

A diciassette anni da quella notte, il rischio è restare immobili. Nel disagio di chi non sa cosa dire. Nell’imbarazzo di chi teme il passato. Nella condizione di chi, pur essendosi in parte liberato, continua a sentirsi prigioniero.
Eppure, proprio qui il verbo pasquale torna a interpellare: passare oltre.

Non significa dimenticare. Significa attraversare insieme. Guardarsi negli occhi, riconoscere le ferite — anche quelle che ancora sanguinano — e avere il coraggio di toccarle. Come un gesto insieme incredulo e necessario. Fragili, certo. Segnati. Ma anche consapevoli di essere stati rialzati, salvati, in qualche modo ricostruiti.

Forse è possibile immaginare, allora, una Pasqua Laica del 6 aprile: non una sovrapposizione irrisolta tra festa e lutto, ma un memoriale di rinascita. Un rito civile, condiviso, capace di tenere insieme memoria e futuro.

Passare oltre, senza cancellare.

È in questo equilibrio difficile — tra ferita e ricostruzione, tra memoria e slancio — che la Pasqua, oggi, può dire qualcosa di essenziale a questo territorio. Non come un segno di fede ma come il memoriale civile di una città che custodisce sé stessa, la propria storia e la propria cultura con le proprie tradizioni e fa memoria dei propri passaggi, come un popolo in cammino.

Non resta altro allora che fare Pasqua, passare oltre.