LEGGE ELETTORALE. Pezzopane, Preferenze e piccoli collegi per far tornare a votare. Le donne non hanno lottato per essere nominate
14 Luglio 2026 - 19:01:01
urne. Fu una conquista che cambiò il volto della Repubblica ancora prima
che la Repubblica nascesse. Quelle donne non chiedevano soltanto il
diritto di votare: rivendicavano il diritto di essere cittadine a pieno
titolo, di partecipare alla vita pubblica, di scegliere e di essere
scelte.
Per questo, proprio nell’anno in cui ricordiamo quella svolta storica,
credo sia necessario interrogarsi su una questione fondamentale:
possiamo davvero considerare un progresso un sistema nel quale, per
entrare nelle istituzioni, una donna dipende soprattutto dalle decisioni
delle segreterie dei partiti?
Ho letto l’appello di alcune parlamentari contro la reintroduzione delle
preferenze. Lo leggo con rispetto, perché in questi anni abbiamo
condiviso molte battaglie trasversali per i diritti e la libertà delle
donne. Ma questa volta non riesco a condividere quella posizione. Temo
che, nel tentativo di evitare rischi reali, si finisca per difendere un
modello che ha contribuito ad allontanare cittadini e istituzioni e che
concentra troppo potere nelle mani di pochi decisori.
La domanda di fondo è semplice: chi deve scegliere i rappresentanti? Gli
elettori oppure i vertici dei partiti?
Le liste bloccate hanno modificato profondamente il rapporto tra
politica e cittadini. Il legame principale non è più quello tra
candidato ed elettore, ma quello tra candidato e chi compila le liste.
La capacità di rappresentare, il radicamento nella società e il consenso
conquistato sul territorio rischiano di contare meno della posizione
ottenuta nelle gerarchie interne ai partiti.
Questo meccanismo riguarda tutti, ma assume un significato particolare
quando si parla di donne. Per decenni il movimento delle donne ha
contestato sistemi basati sulla dipendenza, sulla gerarchia e sulla
possibilità che qualcun altro decidesse il nostro spazio. Perché allora
dovremmo considerare più avanzato un modello nel quale la legittimazione
politica femminile dipende soprattutto dalla scelta di una segreteria?
Le donne non hanno lottato per essere nominate. Hanno lottato per poter
concorrere, scegliere, convincere e rappresentare. Non hanno conquistato
autonomia nella società per accettare una forma diversa di dipendenza
nella politica.
Questo non significa ignorare le critiche rivolte alle preferenze. Il
rischio di clientelismo esiste, così come quello di campagne elettorali
più costose e di competizioni interne ai partiti che possono degenerare.
Sono problemi seri e devono essere affrontati.
Ma la risposta non può essere eliminare la possibilità dei cittadini di
scegliere. Le distorsioni si combattono con regole più efficaci:
trasparenza dei finanziamenti, limiti alle spese elettorali, controlli
rigorosi e strumenti capaci di impedire pratiche scorrette.
La mia stessa esperienza politica mi ha mostrato quanto sia importante
il rapporto diretto tra consenso e rappresentanza. Nel 2013 fui eletta
al Senato in Abruzzo, ma arrivai a quella candidatura dopo essere
risultata prima nella mia provincia nelle primarie promosse dall’allora
segretario del Partito Democratico Pier Luigi Bersani. Quelle primarie
rappresentarono un tentativo importante di restituire agli elettori una
possibilità di scelta, compensando almeno in parte la rigidità delle
liste bloccate.
Da allora, però, il sistema non è migliorato nella direzione di una
maggiore partecipazione. Le occasioni attraverso cui iscritti ed
elettori potevano contribuire alla selezione delle candidature si sono
ridotte. Anche per questo sarebbe utile interrogarsi sugli effetti
concreti dei diversi modelli di selezione: la rappresentanza femminile
non cresce semplicemente perché una lista viene composta dall’alto, ma
quando esistono strumenti che consentono alle donne di conquistare
consenso e autorevolezza.
C’è poi una domanda alla quale sarebbe utile rispondere. Se le
preferenze sono considerate incompatibili con una buona democrazia
perché favorirebbero clientelismo e costi eccessivi, perché questo
problema viene sollevato soprattutto quando si parla del Parlamento
nazionale?
Le preferenze esistono già nelle elezioni comunali, regionali e per il
Parlamento europeo. Eppure i consigli regionali amministrano risorse
enormi, dalla sanità ai fondi europei, e gestiscono interessi pubblici
di grande rilievo. Se il rischio fosse davvero insuperabile, proprio
quel livello istituzionale dovrebbe destare particolare preoccupazione.
Lo stesso vale per le elezioni europee, dove i collegi sono molto ampi e
le campagne elettorali richiedono un forte investimento di energie. Se
il problema fossero le preferenze in sé, dovremmo mettere in discussione
tutti questi sistemi. Ma questa richiesta non viene avanzata.
Questo suggerisce che la questione non sia la preferenza come strumento
democratico, ma la qualità delle regole che la accompagnano.
L’esperienza della doppia preferenza di genere dimostra, inoltre, che
libertà di scelta e rappresentanza femminile non sono obiettivi in
contrasto. Nei comuni, nelle regioni e nel Parlamento europeo questo
strumento ha contribuito ad aumentare la presenza delle donne nelle
istituzioni.
Naturalmente anche la doppia preferenza deve essere difesa da possibili
utilizzi distorti. Non può diventare un meccanismo attraverso il quale
le candidature femminili vengono usate soltanto per raccogliere consenso
a sostegno di candidature maschili. Sarebbe contrario allo spirito con
cui è nata. Per questo servono attenzione e regole capaci di garantire
una rappresentanza realmente libera ed equilibrata.
Nessuna legge elettorale, da sola, risolverà la sottorappresentazione
femminile. Servono partiti più aperti, percorsi di formazione,
condizioni che permettano alle donne di conciliare impegno pubblico,
lavoro e vita privata. Serve una società nella quale il lavoro di cura
sia distribuito più equamente.
Ma proprio perché il cammino è ancora lungo, non possiamo rinunciare a
strumenti che ampliano la partecipazione.
Non è casuale che, mentre il rapporto tra cittadini e istituzioni si è
indebolito, sia cresciuta anche la distanza dalla politica. Le donne,
che per decenni sono state protagoniste della partecipazione
democratica, oggi sono parte di questa crescente disaffezione, segnata
da stanchezza e delusione. Ricostruire fiducia significa anche
restituire alle persone la possibilità di incidere sulle scelte.
La democrazia paritaria non è una democrazia nella quale i partiti
nominano più donne. È una democrazia nella quale più donne possono
conquistare, liberamente e con regole nuove, la fiducia delle cittadine
e dei cittadini.
La storia delle donne è la storia della conquista del diritto di
scegliere: scegliere chi governa, scegliere il proprio percorso,
scegliere il proprio futuro. Sarebbe un singolare paradosso se, proprio
nel nome delle donne, finissimo per sostenere che essere scelte da pochi
sia meglio che poter essere scelte da molti.
Ottant’anni fa le donne conquistarono il diritto di scegliere. Non
lasciamo che oggi, proprio nel nome della rappresentanza femminile, si
dimentichi il valore più profondo di quella conquista.
Stefania Pezzopane
Già parlamentare, componente Direzione Nazionale Pd
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