01 Marzo 2026 - 06:00:00
di Martina Colabianchi
Il più grande raid aereo nella storia di Israele e un attacco minacciato da giorni da Donald Trump. L’operazione militare congiunta contro l’Iran è iniziata all’alba di ieri, causando più di 200 morti ed oltre 700 feriti.
Tante le esplosioni in diverse città, compresa la capitale Teheran, con obiettivi di tipo politico, militare e legati alla leadership del Paese. L’obiettivo, esplicitato dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dal presidente Usa Donald Trump, è la sicurezza dei rispettivi Paesi, ma anche la liberazione del popolo iraniano soggiogato da 47 anni dal regime della Repubblica Islamica.
Mentre in Europa e nel resto del mondo aleggia la preoccupazione e la diplomazia si mette in moto per evitare una possibile escalation di un conflitto già infuocato da entrambe le parti, in Iran c’è chi saluta l’intervento israelo-americano come una liberazione.
Di tutto quanto sta accadendo abbiamo parlato con Homayoun Effati, medico e rappresentante della comunità iraniana dell’Aquila, che nell’attacco di ieri vede il principio di una nuova alba per il suo Paese.
Dopo la rivoluzione degli anni Settanta questo regime è arrivato e ha ingannato il popolo iraniano. Da quei giorni ci hanno tolto tutto: libertà, tranquillità, l’economia e i nostri ragazzi più bravi. Hanno ucciso prigionieri politici. Quindi salutiamo con favore l’azione militare degli Stati Uniti e di Israele.
«Quello iraniano è un popolo pacifico, che ha sempre lottato per la libertà e per il rispetto dei diritti umani. Speriamo che anche i Paesi europei non si voltino dall’altra parte, e che ascoltino queste voci che si levano dall’Iran e che in tante piazze europee si sono levate in questi anni», ha detto Effati.
Homayoun ha in Iran sua sorella, che prontamente ha sentito a telefono appena saputo degli attacchi sul Paese. «Mia sorella era spaventata perché svegliata dal sonno dal rumore dei missili, ma anche lei, come tanti, ha visto in questa azione una speranza di liberazione del nostro Paese. Le persone che sono scese in piazza in Iran sono, per me e per molti, le più coraggiose al mondo. Questo coraggio va premiato».
«Prima di questo regime – ha continuato Homayoun, non riuscendo a non guardare al passato – noi avevamo circa 1 milione di stranieri che lavoravano in Iran. Dopo, 11 milioni di iraniani hanno dovuto lasciare il Paese. Nel corso delle manifestazioni di questi anni, tante persone sono state barbaramente uccise dal regime, semplici manifestanti e persino personale sanitario che stava prestando le prime cure sul posto».
Alla domanda che chiedeva se ha fiducia che il popolo risponda all’appello di Donald Trump sul rovesciamento del governo, ha risposto così: «Questo attacco militare è contro il regime dittatoriale che, da 47 anni, ci opprime e che metteva in pericolo anche gli altri Stati. Per loro Israele deve sparire, così come hanno sempre minacciato l’America, nonostante poi mandassero i loro figli proprio in quei Paesi a formarsi».
E su un futuro democratico del Paese: «Abbiamo il nostro candidato che la maggior parte degli iraniani acclamano: Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià d’Iran, l’unica persona che ci dà fiducia per un governo transitorio e democratico. In tutte le manifestazioni a cui ha partecipato ha sempre detto di non voler essere il Re o la monarchia in Iran, perché poi sarà il popolo a votare dopo il periodo di transizione».
«Ora, ed è una cosa che chiedo a tutti i governi europei, è fondamentale liberare tutti i prigionieri politici», ha concluso il rappresentante della comunità iraniana dell’Aquila.
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