12 Marzo 2026 - 11:35:48

di Vanni Biordi

Tre strutture di accoglienza minorile avrebbero rifiutato di ospitarli. E così i tre bambini della cosiddetta “famiglia nel bosco” di Palmoli, piccolo comune in provincia di Chieti, rimangono dov’erano, nella casa famiglia di Vasto, dove sono stati collocati lo scorso 20 novembre, il giorno in cui il tribunale per i minorenni dell’Aquila ha disposto il loro allontanamento dall’abitazione dei genitori.

I piccoli, due gemelli di sei anni e una bambina di otto, sono figli di Nathan Trevillon, cittadino britannico, e Catherine Birmingham, di origini irlandesi. La coppia aveva scelto un casolare di campagna isolato, privo di servizi igienici di base, come dimora per sé e per i figli. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, ai bambini non sarebbe stata garantita una sufficiente istruzione, né condizioni abitative adeguate agli standard previsti dalla normativa italiana a tutela dell’infanzia. La settimana scorsa, una nuova ordinanza del tribunale dei minori dell’Aquila ha disposto il trasferimento dei tre bambini in un’altra struttura. Ma, stando a quanto emerge da fonti vicine alla vicenda, almeno tre case famiglia contattate avrebbero opposto un rifiuto.

Le ragioni del diniego non sono state rese note ufficialmente. La separazione dalla madre, avvenuta proprio nei giorni scorsi, ha ulteriormente complicato un quadro già delicato sul piano umano e giuridico. Il caso mette in luce una fragilità strutturale del sistema di accoglienza minorile italiano. Secondo i dati del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, in Italia si contano oltre 26.000 minori fuori dalla famiglia d’origine, di questi, circa il 40 per cento è ospitato in comunità residenziali. La carenza di posti disponibili, soprattutto per casi complessi, che richiedono competenze specifiche o risorse aggiuntive, è una criticità riconosciuta da anni dagli operatori del settore.

«Le strutture spesso non riescono a farsi carico di situazioni che richiedono un alto livello di specializzazione», spiega Federica Masi, ricercatrice presso l’Istituto degli Innocenti di Firenze, ente che da decenni monitora le condizioni dei minori in Italia. «Quando un tribunale dispone un collocamento urgente e non esistono posti in grado di rispondere adeguatamente al bisogno, il bambino resta dove si trova, anche se quella soluzione era stata pensata come provvisoria». Una condizione che, nel caso di Vasto, si protrae ormai da mesi.

Sul piano giuridico, la vicenda tocca un nervo scoperto perchè, mi chiedo, fin dove può spingersi lo Stato nell’intervenire sulle scelte familiari? La Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, ratificata dall’Italia nel 1991, stabilisce che il superiore interesse del minore deve guidare ogni decisione che lo riguardi. Il diritto alla salute, all’istruzione e a condizioni abitative dignitose rientrano tra i diritti fondamentali tutelati anche dalla Costituzione italiana, agli articoli 30 e 34. Non è la prima volta che la magistratura italiana si trova a valutare situazioni di famiglie che hanno scelto stili di vita radicalmente alternativi, dall’homeschooling non autorizzato all’abitare fuori dai circuiti urbani, in condizioni giudicate non conformi agli standard minimi di sicurezza e igiene. In ciascuno di questi casi, la giurisprudenza ha affermato la primazia dei diritti del minore rispetto all’autonomia genitoriale, pur ribadendo che l’allontanamento dalla famiglia deve essere considerato extrema ratio.

Intanto, a Vasto, i tre bambini aspettano. Il loro futuro, la struttura che li ospiterà, l’eventuale percorso di riunificazione con i genitori, il diritto alla continuità scolastica e affettiva, dipenderà dalle prossime mosse del tribunale e dalla disponibilità di strutture che, per ora, sembrano scarse. Una storia che rispecchia, in controluce, le lacune di un sistema di welfare ancora fragile, dove l’urgenza dei casi reali supera spesso la capacità di risposta istituzionale.