17 Marzo 2026 - 19:21:56
di Tommaso Cotellessa
Quattro ispettori del ministero della Giustizia hanno varcato stamane, alle 9:10, la soglia del tribunale dei minorenni dell’Aquila. La visita non è di routine, è il segnale che il Guardasigilli Carlo Nordio ha deciso di fare sul serio sul caso della cosiddetta “famiglia del bosco”, la vicenda giudiziaria che da alcune settimane agita l’opinione pubblica e il mondo politico.
A guidare la delegazione è Monica Sarti, magistrata e funzionaria di lungo corso. All’uscita, la capo-delegazione ha scelto le parole con la cura di chi sa che ogni sillaba può diventare titolo: «Stiamo facendo tutti gli accertamenti necessari secondo la delega del ministro nella massima collaborazione e serenità. In questo momento l’attività nostra è riservata, quindi questo è quello che possiamo dire».
Nulla di più, nulla di meno.
L’ispezione ministeriale, strumento previsto dall’ordinamento giudiziario per verificare l’andamento degli uffici e la correttezza delle procedure, si articola in due fasi distinte. La prima riguarda l’acquisizione della documentazione come fascicoli, verbali e provvedimenti emessi dai giudici minorili coinvolti. La seconda, eventuale e più delicata, prevede l’ascolto diretto dei magistrati che hanno seguito il caso.
Secondo quanto si apprende da fonti qualificate, l’intera procedura potrebbe richiedere due o tre giorni di lavoro. Il caso della “famiglia del bosco” la definizione evocativa con cui media e cronaca hanno battezzato la vicenda, ha sollevato un dibattito acceso sull’operato della magistratura minorile abruzzese. Al centro della questione ci sono decisioni adottate nei confronti di nuclei familiari residenti in zone rurali isolate, con provvedimenti che hanno inciso profondamente sulla vita di adulti e minori coinvolti. La natura stessa di questi procedimenti, riservati per legge a tutela dei minori, ha reso difficile per l’opinione pubblica formarsi un quadro completo e verificato.
Quello che penso è che sul versante istituzionale, questa iniziativa di Nordio appare giuridicamente fondata. Il ministro della Giustizia dispone, ai sensi dell’ordinamento giudiziario, di poteri ispettivi sugli uffici giudiziari. L’ispezione non viola l’indipendenza della magistratura nel merito delle decisioni perchè può valutare esclusivamente profili organizzativi, procedurali e di correttezza formale. È una distinzione importante, spesso sfumata nel dibattito pubblico. La riservatezza dichiarata dalla Sarti è, in questo contesto, un elemento di garanzia e non di torbido o poco chiaro perchè le ispezioni ministeriali si concludono con una relazione riservata al ministro, che poi decide se e come agire. Eventuali esposti alla sezione disciplinare del Csm rappresenterebbero il passo successivo.
Sul versante critico, devo rilevare che l’intervento arriva in un momento di forte tensione politica tra governo e magistratura. Il rischio, percepito da più parti del mondo giudiziario, è quello di uno sconfinamento del potere esecutivo nell’autonomia della giurisdizione, anche laddove l’azione si mantenga formalmente nei binari della legalità.
Non è la prima volta che un Guardasigilli utilizza lo strumento ispettivo in un clima di contrapposizione istituzionale. E apparentemente sembra punitivo. In buona sostanza, il contesto sociale del caso della “famiglia del bosco” rimanda a un tema di lungo corso nella società italiana, quello del difficile equilibrio tra il diritto dei genitori all’educazione dei figli e il dovere dello Stato di proteggere i minori da condizioni di rischio. Un equilibrio che i tribunali minorili sono chiamati a trovare spesso in solitudine, con risorse limitate e uno sguardo pubblico che raramente si apre prima che esploda la polemica.
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