19 Marzo 2026 - 11:23:39

di Tommaso Cotellessa

Da 100 a 180 in pochi giorni, cresce il numero delle donne abruzzesi che hanno deciso di compiere una scelta di campo in vista del referendum sull’autogoverno della magistratura che chiamerà al voto le italiane e gli italiani i prossimi 22 e 23 marzo. Una scelta fatta di nomi e di cognomi, di storie, di volti e di appartenenze.

Sono le donne abruzzesi che hanno deciso di esporsi per il “No” alla riforma Nordio che, modificando sette articoli della Costituzione Italiana, vorrebbe promuovere un nuovo modello di gestione della magistratura, con la creazione di due Consigli Superiori della Magistratura a cui si accederebbe per sorteggio, l’istituzione di un’Alta Corte di Giustizia e la separazione delle carriere dei giudici inquirenti e requirenti.

Per spiegare le motivazioni del Proprio No le donne hanno convocato una conferenza stampa a Palazzo Margherita. Esponenti politiche, sindacalisti e volti di realtà associative. Sono le donne della partecipazione.

Tra queste la capogruppo di L’Aquila Coraggiosa nel Consiglio comunale aquilano, Simona Giannangeli che interviene sulla riforma da donna, da consigliera comunale ma anche da avvocata e da giurista.

«L’equilibrio dei poteri è oggi ad altissimo rischio» spiega Giannageli intervenendo sulla riforma. «Il nostro No è un No in difesa della democrazia costituzionale e della nostra storia politica e giuridica, una storia alla quale le donne costituenti, le madri costituenti, dettero un grandissimo contributo all’indomani della caduta del fascismo». Per la consigliera infatti la riforma Nordio costituirebbe «un tentativo evidente di comprimere il potere giudiziario e metterlo sotto il diretto controllo del potere esecutivo». «Questo è un rischio che ci allarma, ci allarma in quanto donne, mi allarma in quanto giurista. Se dovesse passare questa riforma, che non è una riforma costituzionale ma una riforma che vuole ridefinire gli ambiti del potere, un pubblico ministero che non dovrebbe più rappresentare le garanzie per una Repubblica, ma dovrebbe diventare una sorta di avvocato dell’accusa. Quale priorità darebbe? a quali processi, a quali procedimenti? quanta attenzione ci sarebbe in un Paese già poco attento a tutti i processi che attengono ai nostri diritti, alle nostre autodeterminazioni? È una riforma pericolosa, cela un intento ben preciso, quello di limitare l’autogoverno dei giudici e per noi donne ogni qual volta si mettono a rischio queste garanzie, questi presidi, diventano ancora una volta a rischio tutti i nostri diritti».

A scendere in prima linea contro la riforma è anche la consigliera del Partito Democratico Stefania Pezzopane, già senatrice e deputata. «Il nostro è un No fermo e deciso a questa riforma della magistratura, che non tiene conto di alcuni principi basilari, su cui noi donne ci siamo in cimentate in questi anni per una rivoluzione culturale che cambi i destini delle persone. Le donne hanno una grande coscienza del limite e promuovono questa coscienza del limite, questa riforma invece rompe ogni limite, rompe ogni argine e afferma, in difformità con i principi fondamentali della Costituzione, promuovendo l’egemonia del potere politico sul potere giudiziario. Questo, per noi, è un punto da contrastare. Poi ci sono ragioni che attengono proprio alla vita delle donne, alla necessità di conquistare altri diritti e all’idea che una magistratura non indipendente, non autonoma e inclina e sottomessa al potere politico, possa non aiutare questo processo fondamentale di acquisizione di nuovi diritti».