29 Marzo 2026 - 11:33:24
di Redazione
La designazione di L’Aquila a Capitale Italiana della Cultura per il 2026 rappresenta un traguardo di immenso prestigio, un simbolo di rinascita che accende i riflettori su un territorio capace di rialzarsi dopo il sisma del 2009, di cui proprio tra qualche giorno ricorrerà il diciassettesimo anniversario.
Tuttavia, dietro i grandi eventi internazionali e il recupero dei centri più noti, restano zone d’ombra che meritano un’analisi e, probabilmente, più attenzione.
Riceviamo e pubblichiamo nel merito la riflessione dell’architetto Ugo Di Benedetto, che sposta lo sguardo dalle “architetture della vetrina” verso la realtà dei borghi del cratere, come Castelvecchio Calvisio, che ancora lottano contro l’abbandono e le lungaggini burocratiche.
Attraverso la denuncia dei paradossi della ricostruzione e dei silenzi delle istituzioni preposte alla tutela, Di Benedetto ci invita a chiederci se il 2026 sarà un’occasione di crescita corale o se, al contrario, sancirà definitivamente il distacco tra i centri di serie A e una periferia storica condannata a languire tra crolli e indifferenza.
Il prestigioso riconoscimento a L’Aquila di città capitale Italiana della cultura per il 2026, celebra la capacità di un intero territorio, di risorgere dopo il distruttivo evento del 2009.
L’ambizioso programma si pone come obiettivo la valorizzazione del Capoluogo e dei 56 comuni del cratere, esaltando il carattere territoriale della città, sorta dalla volontà di tutte le popolazioni del
contado.Infatti, oltre ad eventi che interessano le rinnovate architetture urbane (musica jazz nei cortili, spettacoli nel nuovo palcoscenico del teatro 800esco, Raffaello e Antonello da Messina ospitati al Castello e le manifestazioni storico religiose nelle monumentali chiese), Il programma prevede gli scatti fotografici di Liu Bolin per Rocca Calascio e i progetti di rigenerazione urbana di Michelangelo Pistoletto in alcuni borghi del territorio.
A questo punto però sorge un dubbio:
Saranno di nuovo esposti in vetrina solo asse centrale e immediate pertinenze o finalmente saranno coinvolti quartieri della città che, seppure in parte ricostruiti, stanno tristemente languendo come San Pietro e San Marciano? E soprattutto, i centri minori che si vogliono valorizzare, saranno i soliti luoghi turistici quali Santo Stefano e Rocca Calascio, o si tenterà finalmente, di includere quei Borghi, ormai quasi abbandonati, come Tornimparte, Cagnano, Lucoli e Castelvecchio Calvisio?È proprio qui che volevo arrivare: perché il dibattito sulla città della cultura e sul suo territorio non prevede anche una riflessione seria sui ritardi della ricostruzione? Quali sono le ragioni per le quali
alcune realtà stentano a decollare? Si vuole affrontare il discorso o è sconveniente mostrare anche
le cose che non funzionano?Non conosco tutte le problematiche dell’intero territorio e, sicuramente, si tratta di dinamiche molteplici e complesse, sento però il dovere di provare ad analizzare alcuni aspetti, cercando di portare un piccolo contributo al dibattito, che mi auguro di stimolare, a partire dalla piccola realtà in cui prevalentemente opero in qualità di Architetto: Castelvecchio Calvisio.
Attualmente, il centro storico di questo piccolo borgo, sicuramente uno dei più belli d’Abruzzo, è totalmente disabitato, fatiscente e sistematicamente oggetto di ulteriori crolli. Il processo di ricostruzione è stato avviato solo per gli aggregati esterni ad esso e per due soli isolati facenti parte del nucleo originario.
Fra le ragioni che hanno portato a tali ritardi, sicuramente ci sono da rilevare gli insufficienti importi disponibili, le incertezze determinate dal bonus del 110% e da ultimo i ritardi burocratici.
Tralasciando i primi due aspetti, che sono comuni a tutta la Nazione, vorrei soffermarmi sul terzo aspetto citato, più specifico della realtà che intendo denunciare: le responsabilità della burocrazia. Tra la fine degli anni 80 e gli inizi degli anni 90 del secolo scorso, Castelvecchio Calvisio visse un periodo di rinascita particolarmente rigoglioso. Un rinnovato senso di identità e nuove sensibilità ambientaliste spinsero verso l’inserimento del Comune all’interno del Piano Regionale Paesaggistico e del Parco Nazionale del Gran Sasso di cui il Borgo rappresenta un luogo iconico Regione e Soprintendenza, preposti alla salvaguardia e alla tutela del paesaggio e del patrimonio artistico e architettonico, operavano in quegli anni in sinergia con gli Enti locali, con l’obiettivo comune di preservare l’identità e l’integrità di quei luoghi.
I progetti di recupero del patrimonio architettonico erano approvati da una commissione edilizia comunale e i pareri preliminari erano rilasciati con sollecitudine ma non senza la necessaria attenzione da parte degli uffici preposti.
L’attuale procedura, oltre al rilascio dei pareri di Genio Civile e Soprintendenza, prevede una ulteriore istruttoria da parte dell’U.S.R.C. che si pronuncia in merito al progetto e stabilisce l’importo del contributo ammesso a finanziamento.
A tale esame, lungo e articolato, si aggiungono: la maggiore complessità delle procedure, derivante da nuove normative introdotte dopo il sisma; la scarsità e il continuo avvicendamento del personale tecnico in forza agli Enti; la difficoltà di confronto tra le amministrazioni locali e gli Uffici preposti al controllo e al rilascio dei pareri preliminari.
È emblematico, in tal senso, il caso della Soprintendenza che non riesce a far fronte alle numerose istanze, a causa di una cospicua mole di lavoro e di un organico insufficiente. Tali istanze riguardano infatti, non solo gli edifici tutelati, ma anche il parere ambientale (Paesaggistica semplificata e/o ordinaria) per i quali l’ufficio in questione rilascia pareri con gravi ritardi.
Ci troviamo, cioè di fronte a pratiche che hanno ricevuto l’esito favorevole dell’istruttoria da parte dell’USRC, per le quali è stata presentata la S.C.I.A. e la Paesaggistica da quasi due anni, che restano incomprensibilmente in attesa che la Soprintendenza esprima il proprio parere. Il personale preposto all’istruttoria delle pratiche non riceve per nessun chiarimento, nemmeno per appuntamento, non risponde al telefono e neppure alle mail di progettisti, Tecnici Comunali e amministratori locali.
A ciò si aggiungano tutti i ritardi a cascata che ne conseguono, in quanto la possibilità che il parere paesaggistico possa contenere prescrizioni, che incidano sugli elementi strutturali, impedisce che si possa richiedere il parere del Genio Civile, prima che la Soprintendenza si esprima.
Mi rendo conto di non aver apportato un contributo costruttivo al dibattito ma, piuttosto, di aver dato sfogo ad una serie di frustrazioni personali. Il fatto è che si fa fatica ad assistere alla esaltazione dei successi conseguiti dalle istituzioni locali con forme di autocelebrazione, quando molte realtà dell’entroterra muoiono lentamente tra l’indifferenza generale.
Forse sarebbe opportuno istituire conferenze di servizi anche per aggregati privati per velocizzare le pratiche? Bisognerebbe, altresì, aprire tavoli di confronto per le realtà più problematiche? Quali che siano le soluzioni che si intende adottare, ritengo che l’obiettivo debba essere quello di rimuovere gli ostacoli che impediscono il recupero di tutte le frazioni e di tutti i borghi del cratere sismico, e non solo di quelli che godono di una rendita di posizione che li garantisce.
Ritengo, inoltre che tale recupero debba essere pensato sia dal punto di vista fisico che sociale promuovendo proprio in quei luoghi dibattiti e iniziative che li coinvolgano piuttosto che nasconderli agli itinerari prescelti.
Ma per fare questo è necessario che i cittadini siano parte di questo processo non più come turisti e utenti occasionali ma come protagonisti, che le istituzioni si aprano al confronto, che gli uffici preposti al controllo e al rilascio delle autorizzazioni rompano quei muri in cui sono chiusi e consentano ad amministratori e tecnici di dialogare.
LAQTV Live