08 Aprile 2026 - 09:33:52

di Tommaso Cotellessa

È possibile cancellare secoli e secoli di storia con un colpo di spugna? Di primo a chito verrebbe da rispondere un no secco. In un mondo in cui esistono soprintendenze, organi come l’Unesco e fondazioni a tutela del patrimonio culturale appare impossibile intraprendere un’azione che dissesti in maniera pubblica e deliberata un reperto archeologico. Eppure è quello che starebbe avvenendo nel sito di Case Pente a Sulmona.

A denunciarlo è il Comitato Per il Clima Fuori dal Fossile che accusa la Snam, una delle principali aziende europee nel settore delle infrastrutture energetiche, di aver sepolto con le proprie ruspe un’antica strada di epoca romana per portare a termine la costruzione della centrale del metanodotto che è in costruzione nel territorio che sorgerà vicino al cimitero di Sulmona.

Il cantiere «ha ingoiato un altro importante pezzo della nostra storia» denuncia con forza Mario Pizzola, esponente del Comitato. Le denunce tuttavia oltre che alla Snam vengono rivolte anche al Ministero della Cultura e alla Soprintendenza Archeologica dell’Aquila che hanno dato il via libera alla multinazionale del gas per compiere quello che Pizzola definisce un vero e proprio «scempio».

«La strada glareata, ovvero acciottolata – spiega Pizzola – era venuta alla luce in seguito agli scavi di archeologia preventiva. La sua esistenza era apparsa subito incompatibile con la centrale. O meglio, la centrale non era compatibile con l’esistenza della strada. La scelta a quel punto non ammetteva alternative: o spostare la centrale (o quanto meno modificare il progetto) oppure far soccombere la strada».  

A sollevare forti dubbi sulla legittimità di questa scelta è la presenza di un riferimento specifico all’interno del codice penale ad azioni di questo tipo. Il codice penale punisce con la reclusione “chiunque distrugge, deteriora o comunque altera cose d’arte, di storia o di natura”. Tuttavia gli enti preposti non hanno ritenuto legittimo applicare questa norma al caso della strada romana di Case Pente.

«L’area archeologica di Case Pente – incalza Pizzola – considerata tra le più importanti del Centro Abruzzo, ormai è solo fantasia. Cancellata. Tra le perdite più gravi c’è la eliminazione delle tracce di un abitato con oltre 40 capanne risalente a 4200 anni fa, cioè all’Età del Bronzo. Una scoperta eccezionale il cui studio avrebbe consentito probabilmente di scrivere la vera storia delle origini di Sulmona».

Ma in questo contesto l’affondo più duro viene rivolto dal Comitato al Comune di Sulmona, responsabile di aver consentito operazioni di questo genere.

La critica politico si traduce in un vero e proprio affondo da parte di Pizzola con la proposta dell’istituzioni di un albo nero nel Comune di Sulmona a cui ascrivere a caratteri cubitali i nomi degli ultimi due Sindaci, Gianfranco Di Piero e Luca Tirabassi i quali, «con la loro ignavia amministrativa, hanno consentito alla Snam di spadroneggiare e di violentare il nostro territorio come nessun altro aveva mai osato fare prima».