16 Aprile 2026 - 09:46:09

di Tommaso Cotellessa

Di seguito l’intervento integrale del sindaco dell’Aquila sulla riapertura del Teatro San Filippo:

Un saggio una volta disse: “una storia va raccontata in modo che sia essa stessa un aiuto”. E la storia del San Filippo va raccontata ricontestualizzandola in una prospettiva storiografica complessiva, perché la sua riapertura non è solo ricostruzione fisica, Non è solo memoria del prima rispetto a quel confine esistenziale tracciato dal sisma del 2009, che ci ricorda le diverse “vite” del complesso di San Filippo.

La riapertura è soprattutto la restituzione, all’Aquila e al suo territorio, di un luogo che, a partire dagli anni Settanta, già esprimeva una forte vocazione culturale.

Negli anni Cinquanta – come ricordava l’allora soprintendente Renzo Mancini – l’edificio ecclesiastico è stato oggetto di un’attenzione particolare in rapporto al suo sistema urbano, costituito da un corpo centrale arretrato che disegna l’enclave di una piccola piazza, il Largo San Filippo, con difronte il settecentesco palazzo Genca. Questo assetto “urbanistico-sociale”, determinò un vivace dibattito, circa l’opportunità – fortunatamente sventata – di abbattere la struttura del San Filippo per far posto ad un mercato coperto per gli ambulanti della vicina piazza Duomo.

Quando era un magazzino daziario Gino Marotta, artista di fama internazionale – rievocava spesso Luciano Fabiani – impresse una dimensione culturale al San Filippo, trasformandolo un po’ in una officina, un po’ in un museo e un po’ in un salotto, dove incontrava anche gli allievi dell’Accademia di Belle Arti, di cui era direttore.

Nel 1972 – rilevava ancora Mancini – la chiesa fu completamente restaurata a cura della Soprintendenza ai BAAAS per l’Abruzzo e l’amministrazione comunale ne dispose l’uso ad auditorium e laboratorio sperimentale teatrale.

Quale germinazione del Teatro Stabile dell’Aquila (oggi d’Abruzzo), nel 1978 nasce il Teatro Stabile di Innovazione L’Uovo. Ideatori e promotori furono Totò Centofanti, Maria Cristina Giambruno e Antonio Massena. Nel novembre del 1987 – progettata e realizzata dall’Uovo – si inaugura la nuova sistemazione del San Filippo trasformato in un teatro moderno, che ha accolto un pubblico di giovani e di bambini, accompagnandoli nella crescita, attraverso la ricerca e la sperimentazione drammaturgica.

Il San Filippo è “Domani”, inteso come futuro in un oggi di rinascita, perché il “domani è già qui”. La canzone è il regalo agli aquilani degli Artisti uniti per l’Abruzzo, è solidarietà, è promessa, è augurio. Le parole, incastonate nelle strofe della canzone, sono state una “manovra di rianimazione” perché hanno accarezzato e curato il nostro cuore che sanguinava per le 309 vittime, per la nostra anima dispersa e destabilizzata. Ancora oggi nell’ascoltarla la commozione ci scuote, anche nella versione a squarciagola dello scorso 6 aprile da parte del popolo dei 20mila di Arrostiland.

I social ci mettono in contatto con il mondo in tempo reale, ma spingono anche alla banalizzazione del lessico. L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026 contribuisce a riscoprire la bellezza delle parole, il fascino delle frasi d’amore ispirate dai drammi shakespeariani e non suggerite dall’invasivo T9, la meraviglia della lettura, lo stupore per una messa in scena.

Bellezza è tornare al San Filippo per godere della poetica dell’esistenza che si fa atto creativo sulle tavole del palcoscenico; per godere il tempo del dramma che finisce, la semioscurità che avvolge la scena per dare voce al silenzio, che chiama l’applauso.

Non poteva che essere Nicola Ciarletta a osare l’esegesi dell’applauso nel saggio, “Agnus Volontario” a proposito del rivoluzionario Living Theatre: “L’attore nasce dallo spettatore e il teatro nasce con l’attore. E dopo la gestazione drammatica, gli attori del Living si ritirano sul fondo del palcoscenico atterriti dal suono degli applausi, diventando da provocatori, i provocati”.

Da tempo avvertivo l’esigenza di ricordare questo gigante dell’intellighenzia del Novecento, al quale L’Aquila Capitale italiana della Cultura deve molto. Una figura culturalmente e teatralmente enciclopedica, l’aquilano Nicola Ciarletta, scrittore, critico d’arte, ma anche di teatro e di cinema, docente di Filosofia morale alla Sapienza. Grazie a lui fu istituita la cattedra di storia del teatro all’Università dell’Aquila e quella dello spettacolo alla d’Annunzio.

“Da mihi ubi consistam, et terram commovebo”, dammi un punto d’appoggio e sposterò la terra, avrebbe detto Archimede. Dopo il dolore, le incertezze e lo smarrimento causati dal sisma del 2009, in questo anno di Capitale italiana della Cultura, celebriamo il nostro “ubi consistam”, il nostro solido sostegno esistenziale, attraverso le espressioni artistiche, la conoscenza, la ricerca, le nuove frontiere dell’IA che ci fa sperare in un umanesimo tecnologico, quell’insieme di saperi fattisi sostegno dove appoggiarci per ricostruire l’anima della nostra comunità.

Perché la cultura – nel dopoguerra, nel dopoterremoto, come nel dopo Covid – ha dato agli aquilani la speranza per rivendicare un oggi di rifioritura e un futuro da consegnare ai nostri figli.

Perché la cultura può essere mortificata dal terremoto come dalle guerre, ma sotto le macerie si rafforza e, come l’uccello mitologico dell’Araba Fenice, rinasce dalle proprie ceneri, rilanciando in progettualità e visione.