20 Aprile 2026 - 19:35:07

di Vanni Biordi

La terra abruzzese si piega sotto il peso delle stagioni. Ma oggi, quella stessa terra rischia di piegarsi sotto il peso di una burocrazia che, da Roma all’Aquila, sembra aver smarrito la bussola del buonsenso. Il dibattito sulle “aree idonee” per le energie rinnovabili è approdato in Consiglio Regionale, ma porta con sé l’odore acre di un’occasione mancata.

Angelo Radica, voce di Ali Abruzzo, non usa giri di parole, pur mantenendo quel garbo istituzionale di chi sa che la politica è l’arte del possibile, ma anche del necessario. «Serviva maggiore coinvolgimento dei sindaci», lamenta Radica, e non è un capriccio da campanile.

Escludere i primi cittadini dalla pianificazione significa, di fatto, amputare il territorio della sua memoria storica e della sua sensibilità immediata. È come pretendere di arredare una casa senza chiedere a chi ci abita dove batte il sole. La legge attuale appare ingessata, un corsetto troppo stretto imposto dalla normativa nazionale che lascia poco spazio al respiro locale.

Certo, ci sono timidi segnali di ravvedimento: il recupero delle aree industriali degradate e quel raggio di protezione di 500 metri che dovrebbe tenere i pannelli lontani dalle zone artigianali. Eppure, manca il cuore del problema: il limite alla Superficie Agricola Utilizzata (SAU). Senza un tetto certo, il rischio è che il “green” diventi un pretesto per una nuova forma di speculazione fondiaria.

«Le aree agricole qualificabili come aree idonee non devono essere inferiori allo 0,8% delle SAU», suggerisce Radica, citando una facoltà prevista dallo Stato ma ignorata dalla Regione. È un paradosso tutto italiano: abbiamo la soluzione in tasca e decidiamo di cucirci la bocca.

Se la politica regionale non farà un passo avanti, resterà ai Comuni l’onere dell’ultima trincea, definire autonomamente quanto suolo sacrificare. Perché un pannello fotovoltaico non produce grano, e un territorio senza agricoltura è un territorio senza anima.