22 Aprile 2026 - 19:00:52

di Vanni Biordi

Leggendo certi documenti ufficiali, ti accorgi che le parole sono lì a coprire il vuoto, non a descrivere la realtà. Il DVR firmato, il DUVRI aggiornato, il medico competente che appone la sua bella firma il 9 aprile, tutto in ordine, almeno sulla carta. Poi vai sul posto, come ha fatto la FP CGIL all’IPM San Francesco di L’Aquila, e scopri che alle scale d’ingresso non c’era un corrimano. Niente. Una struttura che ospita minorenni detenuti, agenti penitenziari, assistenti sociali, visitatori, e per scendere le scale ti aggrappi all’aria.

Quella maniglia mancante dice più di mille relazioni. Dice che qualcosa, nel meccanismo di controllo e responsabilità, si è inceppato da qualche parte, probabilmente da prima che qualcuno si decidesse a chiedere accesso agli atti.

La buona notizia, l’unica, è che la segnalazione ha funzionato e i lavori sono stati fatti. Ma il resto, il resto è una storia che fa stringere lo stomaco.

Manca il Certificato di Prevenzione Incendi. Il RSPP spiega che non è obbligatorio. Tecnicamente, potrebbe anche avere ragione. Ma in un istituto dove un incendio è già avvenuto, dove la popolazione detenuta rende il rischio doloso tutt’altro che teorico, appellarsi all’assenza di obbligo suona come una di quelle risposte che scavalcano il buonsenso per rifugiarsi nel codice.

Poi c’è la cosa che disturba di più, quella che rivela davvero come viene percepito il rischio in certi ambienti, nell’analisi formale, il pericolo di aggressioni e violenze per gli agenti penitenziari risulta basso. Tanto basso che non scatta nemmeno l’obbligo di formazione specifica, supporto psicologico, debriefing. Per chi lavora ogni giorno a contatto con ragazzi in stato di detenzione, spesso con storie pesantissime alle spalle, quella voce “rischio basso” è quasi un insulto alla realtà quotidiana.

E poi mancano i numeri. Manca personale amministrativo, un funzionario, un assistente contabile e mancano agenti, tanti, rispetto all’organico previsto. Si va avanti con il personale a scavalco, che è un modo elegante per dire: stiamo tappando buchi con soluzioni temporanee e lo chiamiamo gestione.

Ma quello che colpisce davvero, con la forza di un pugno nello stomaco, è l’assenza di uno spazio all’aperto. Niente campo sportivo, niente area attrezzata. I ragazzi fanno attività solo al chiuso. E, non a caso, la Fp CGIL sottolinea che fanno un uso “importante” di tranquillanti e calmanti. Come se il corpo, privato dello spazio e del movimento, cercasse un’altra via di fuga.

L’articolo 27 della Costituzione parla di funzione rieducativa della pena. All’Aquila, quella funzione è difficile da trovare. Quello che si vede, invece, è una struttura che ha assolto egregiamente il suo ruolo di comunicazione politica, c’è, esiste, è stata inaugurata, e che adesso vive nell’ombra delle sue stesse criticità, scaricandole sui ragazzi rinchiusi, sugli agenti che li sorvegliano, sui dipendenti che ci lavorano ogni giorno.

Non è una storia di malafede conclamata. È qualcosa di più sottile e per questo più difficile da combattere: è la normalizzazione del pressappoco.