26 Aprile 2026 - 09:14:21

di Martina Colabianchi

Un reparto senza Oss, pazienti affidati a un’assistenza ridotta e infermieri costretti a svolgere mansioni multiple pur di tenere in piedi il servizio.

È la fotografia che emerge dal reparto di Urologia dell’ospedale di Sulmona, dove si lavora in condizioni sempre più critiche.

La denuncia arriva dalla segreteria provinciale di Nursind, che già a marzo aveva formalmente segnalato il problema al direttore generale, al direttore sanitario, al dirigente delle professioni sanitarie e al servizio di prevenzione e protezione. Una comunicazione che non avrebbe, però, avuto riscontri.

Nel frattempo, la realtà nei reparti si è aggravata. L’assenza degli operatori socio-sanitari significa che i pazienti non hanno più una figura dedicata all’assistenza di base. Gli infermieri si trovano così, spiega il sindacato, a coprire ogni necessità: dall’assistenza diretta alle attività logistiche, fino al trasporto dei pazienti in sala operatoria. Un carico di lavoro che va ben oltre le loro competenze e che espone a rischi sia gli operatori sia i degenti.

Il risultato è una sanità che regge solo grazie allo sforzo degli operatori, mentre l’organizzazione mostra falle evidenti. «Non è più una questione di difficoltà: è un sistema che non sta funzionando», dichiarano.

Ma il punto più controverso riguarderebbe la gestione del personale. Mentre nei reparti ospedalieri si lavora in emergenza, l’azienda sanitaria avrebbe spostato operatori verso i distretti territoriali per sostenere l’apertura delle cosiddette “Case di comunità”, previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

«Queste strutture risulterebbero in molti casi prive di organizzazione reale e persino di spazi adeguati – si legge nella nota di Nursind -. Un sistema organizzativo ormai obsoleto, fatiscente, inconcludente: un sistema che insegue, cercando di otturare, enormi falle, di recuperare colpevoli ritardi, come quello del mancato funzionamento delle case di Comunità, nelle quali tuttavia sono stati trasferiti, anche d’autorità ed in violazione della norma sulla mobilità, infermieri ed operatori socio-sanitari, di cui diversi reparti ospedalieri sono stati deprivati, con conseguenze pesanti, quando non disastrose: il tutto per non perdere – in conseguenza della colpevole incuria nella tempestiva predisposizione del modello organizzativo e di funzionamento di tali importanti strutture – i fondi stanziati dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza».

«Nel frattempo, il personale trasferito si troverebbe senza compiti concreti. Nei distretti si resta anche il sabato, quando sono chiusi, senza attività da svolgere. Una situazione che appare ancora più grave se confrontata con la carenza drammatica nei reparti ospedalieri. A pagare il prezzo di questo modo di gestire la sanità – conclude il sindacato – non sono coloro che la (dis)amministrano, ma, come sempre, gli operatori sanitari, ormai allo stremo, e con essi, soprattutto i pazienti».