Menna e Cavallari su riforma legge elettorale: «Con il collegio unico rischio di concentrare ancora di più il potere nelle mani dei partiti»
12 Maggio 2026 - 09:02:03
elettorale, ma il senso stesso della democrazia e della rappresentanza.
Il tema del collegio unico viene presentato come una soluzione moderna
ed efficiente, ma in realtà rischia di trasformarsi nell’ennesimo
strumento che allontana i cittadini dalle istituzioni.
Perché?
Perché il collegio unico penalizza innanzitutto le aree interne, i
piccoli comuni e i territori lontani dai grandi centri. In un sistema
del genere, la voce delle periferie rischia di scomparire completamente.
A contare saranno soprattutto le città più popolose, dove si concentrano
voti, visibilità e potere politico. Chi vive nei piccoli centri finirà
così per essere ancora più marginalizzato.
C’è poi un altro enorme problema: il costo delle campagne elettorali.
In un collegio unico servono risorse economiche importanti per farsi
conoscere sull’intero territorio regionale. Questo significa una cosa
molto semplice: potranno competere davvero solo i candidati sostenuti
dai grandi partiti o da chi dispone di ingenti mezzi economici. I
cittadini comuni, le liste civiche e le realtà indipendenti rischiano di
essere escluse ancora prima di partire.
E allora dobbiamo chiederci: questa legge serve ai cittadini o serve ai
partiti?
Il rischio è evidente: il collegio unico tende a rafforzare i partiti
tradizionali e a consolidare lo status quo. Verranno eletti soprattutto
i candidati indicati dalle segreterie di partito, scelti dall’alto e non
dai territori. In pratica, a decidere continueranno a essere sempre gli
stessi: pochi dirigenti che controlleranno le candidature e, di
conseguenza, il potere.
Tutto questo avviene in un momento storico molto delicato, in cui i
cittadini stanno già mandando un messaggio chiarissimo alla politica.
L’astensionismo ha superato il 50% e i non votanti sono diventati, di
fatto, il primo partito del Paese. Un dato che dovrebbe far riflettere
tutti.
Le persone non si sentono più rappresentate. E non si tratta di essere
contro i partiti, che restano strumenti fondamentali della democrazia. È
però evidente che, da tempo, molti di essi hanno perso credibilità e
capacità di attrazione, chiudendosi troppo spesso in sé stessi e
allontanandosi dalle esigenze reali dei cittadini e dei territori.
Le istituzioni vengono percepite come lontane, chiuse, autoreferenziali.
E invece di favorire la partecipazione e riavvicinare i cittadini alla
politica, si vuole approvare una legge che rischia di produrre l’effetto
opposto: concentrare ancora di più il potere nelle mani dei partiti.
Oggi più che mai, ai partiti conviene rafforzarsi chiudendosi nelle
proprie strutture organizzate. Perché se votano sempre meno cittadini,
cambia poco: basta mantenere il controllo del consenso organizzato per
continuare a governare. Ed è proprio per questo che una legge come il
collegio unico finisce inevitabilmente per privilegiare soprattutto
loro.
Ma la democrazia non può diventare il monopolio di pochi.
La politica deve tornare a rappresentare i territori, le comunità e le
persone reali. Deve dare spazio ai giovani, ai civici, ai piccoli comuni
e alle esperienze indipendenti. Perché senza pluralismo, senza
partecipazione e senza una rappresentanza diffusa, la democrazia si
indebolisce.
E allora il punto non è soltanto essere contrari al collegio unico.
Il punto è essere a favore di una politica più vicina ai cittadini, più
aperta, più equilibrata e più giusta. Una politica in cui nessuno venga
escluso solo perché vive lontano dai grandi centri o perché non
appartiene ai grandi partiti.
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