31 Maggio 2026 - 16:34:11
di Tommaso Cotellessa
Reel, grafiche impattanti e titoli di giornale si susseguono ormai quotidianamente nel tentativo incessante di catturare l’attenzione, magari alimentando qualche incendiaria polemica. Bersagli ideali di questa caccia permanente sono gli idoli, i miti, le icone che hanno animato generazioni, innescato movimenti e alimentato sogni e speranze collettive.
La caduta degli eroi è, d’altronde, uno degli spettacoli preferiti del nostro tempo. È notizia. Anzi, è la notizia per eccellenza: quella che destabilizza, disorienta, divide.
In questa settimana la caccia all’incoerente è stata uno sport particolarmente praticato. Due intellettuali, due artisti, due figure simboliche dell’area culturale che rotea attorno alla sinistra italiana sono finiti nel mirino: prima Erri De Luca, poi Francesco De Gregori. Due uomini provenienti da un mondo ormai al tramonto che, interrogati sulla realtà contemporanea, hanno semplicemente espresso la propria opinione.
Succede però che nella società del post, quella del tweet pubblicato a caldo e la riflessione rimandata a tempi migliori, l’ascolto venga spesso sostituito dal giudizio immediato. Ancor prima di comprendere, si prende posizione. Ancor prima di analizzare, si condanna.
Erri De Luca, militante appassionato della sinistra (proveniente da Lotta Continua) e profondo conoscitore della cultura ebraica, ha preso le distanze dall’uso del termine «genocidio» per descrivere ciò che sta accadendo a Gaza. La risposta di migliaia di persone è stato l’annuncio sui social di voler gettare via tutti i suoi libri.
Francesco De Gregori, invece, ha affermato che un artista non è necessariamente più intelligente di chi lo ascolta e che non si sente nella posizione di indicare ai propri fan quali siano le scelte geopolitiche corrette in una fase storica tanto complessa. Così il Principe della canzone italiana è diventato, per molti, un vigliacco, un ignavo, un disertore dell’impegno civile.
Lo dico subito: non sono d’accordo né con De Luca né con De Gregori. Non ho difficoltà a definire genocidio il massacro che si sta consumando in Palestina e continuo a pensare che l’arte, quando è autentica, abbia inevitabilmente una dimensione politica.
Ma non sono d’accordo nemmeno con la furia iconoclasta che, forcone alla mano, si mette ogni giorno alla ricerca del nuovo bersaglio da abbattere. L’incoerente del giorno. La delusione del momento.
«L’analisi è tutto», diceva qualcuno. Ma per analizzare bisogna ascoltare. Bisogna essere disposti a mettersi in discussione, a comprendere prima di giudicare.
Non condivido la posizione di De Luca, ma al contempo non rifiuto di ascoltare le sue parole. Mi interrogano le parole scritte dall’autore in risposta alle polemiche: «Non capisco in cosa le parole massacro, strage siano per Gaza inferiori… forse perché suona più energico. Lo scempio resta».
Considero una scelta politica, e non una modalità di alienazione dal dibattito, un De Gregori che ammette di essere confuso davanti all’assurdità di questi tempi. Anche il dubbio può essere una forma di responsabilità pubblica.
E poi c’è una terza figura che questa settimana avrebbe meritato maggiore attenzione. Una figura il cui titolo supera perfino il nome proprio. Si è parlato di Papa Leone XIV, ma forse non quanto si sarebbe dovuto.
Perché mentre i social erano impegnati a decretare l’ennesima scomunica laica, il nuovo pontefice pronunciava parole che andavano in una direzione radicalmente diversa. Con la sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, Papa Prevost ha invitato i fedeli a essere «costruttori di comunione e non architetti di Babele».
Un’immagine potente. Babele è il luogo in cui l’uomo vuole erigersi a unico protagonista del mondo, la torre è un monumento all’omologazione, quella conformazione imposta che si oppone alla comunione fra diversi.
Lo scalatore Erri De Luca, il Principe Francesco De Gregori e il Pontefice Leone XIV sono figure diversissime tra loro. Eppure, osservando le reazioni che suscitano o le parole che pronunciano, finiscono per raccontarci qualcosa dello stesso tempo. Un tempo in cui la complessità viene sacrificata sull’altare della semplificazione e in cui il bisogno di schierarsi prevale sulla volontà di comprendere, perché abbiamo perso la capacità di analizzare l’alterità, di incuriosirci dinanzi ad essa. Nel diverso pretendiamo di vedere noi stessi.
Forse la vera sfida non consiste nello scegliere ogni giorno un nuovo idolo da abbattere. Forse consiste nel recuperare la capacità di ascoltare prima di giudicare, di analizzare prima di condannare, di costruire comunione anziché nuove torri di Babele.
In fondo, il contrario della confusione non è l’uniformità del pensiero. È la possibilità di restare diversi senza smettere di riconoscerci parte della stessa comunità umana.
Una sfida che ci coinvolge tutti, perché come si legge del testo di Papa Leone:
«Nessuna mano, da sola, è sufficiente a sostenere il peso delle sfide che attraversano il mondo; e nessuna è così debole da non poter offrire il proprio contributo».
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