06 Giugno 2026 - 15:33:23

di Vanni Biordi

Sessantamila lavoratori che per lo Stato non esistono. Un miliardo e settecento milioni di euro fuori da ogni registro fiscale e contributivo. Questi sono i numeri dell’Abruzzo nel 2023, secondo l’elaborazione dell’Ufficio Studi della CGIA su dati Istat. Sessantamila novecento occupati irregolari, un tasso di irregolarità dell’11,2 per cento, un’incidenza del lavoro sommerso sul valore aggiunto regionale del 4,8 per cento. Entrambi i valori superano la media nazionale, ferma rispettivamente al 10 e al 4 per cento. La regione che si è sempre raccontata come cerniera virtuosa tra il Nord produttivo e il Sud complicato si ritrova, nei fatti, seduta sulla stessa sponda della cattiva statistica.

L’Abruzzo occupa l’ottava posizione nella graduatoria nazionale per tasso di irregolarità, dopo Calabria, Campania, Sicilia, Puglia, Molise, Basilicata e Sardegna, ma davanti a Lazio e Umbria. Non è un primato, è una scomoda vicinanza. Il documento della CGIA è netto nel definire il fenomeno un «fenomeno strutturale dell’economia italiana, con effetti rilevanti sia sul piano sociale sia su quello tributario e contributivo». Una strutturalità che in Abruzzo pesa per quasi un miliardo e settecento milioni di euro sottratti ogni anno al circuito legale, pulito, onesto. Il problema più grave del dato aggregato sta nell’impossibilità di localizzare il fenomeno, che non permette di capire come questo si distribuisca tra L’Aquila, Pescara, Chieti e Teramo. Le quattro province hanno economie profondamente diverse, la costa adriatica con il turismo e la ristorazione, le aree interne con l’agricoltura stagionale, la pianura vestina con i capannoni manifatturieri.

Senza disaggregazione provinciale, la politica non può intervenire con precisione chirurgica, e il rischio è che i sessantamila lavoratori invisibili restino tali, nascosti dentro una media regionale che tutto livella e nulla ci dice. Il lavoro nero non è solo una questione fiscale. È un sistema che comprime i salari di chi lavora in regola, svuota le casse della previdenza e tiene in scacco chi non ha alternativa. A livello nazionale il settore delle famiglie come datori di lavoro registra il tasso di irregolarità più alto, il 48,8 per cento, con oltre 615mila colf e badanti fuori contratto. Proiettata sulla struttura demografica abruzzese, con una quota crescente di anziani nelle aree interne sempre meno presidiate dai servizi pubblici, quella percentuale lascia intendere che il fenomeno sia qui particolarmente radicato, nonostante l’assenza di metriche sufficientemente dettagliate.

Quello che manca, in buona sostanza, sono le politiche efficaci senza dati locali affidabili. Finché l’analisi si ferma al livello regionale, si fotografa un problema senza indicare il posto dove si nasconde. Chiedere all’Istat una lettura provinciale del lavoro irregolare non è un tecnicismo burocratico. È il primo atto politico serio che l’Abruzzo e il suo assessore Tiziana Magnacca potrebbero compiere.