17 Giugno 2026 - 17:40:23
di Vanni Biordi
Le ricerche di Domenico Racanati, il marittimo di Bisceglie scomparso il due aprile scorso nel crollo del ponte sul Trigno sulla statale sedici, sono concentrate su una zona dove il magnetometro ha rilevato anomalie del campo magnetico, la cui origine può anche, ma non esclusivamente, essere dovuta alla presenza di corpi metallici.
Lo rende noto la procuratrice di Larino, Elvira Antonelli. Il capo degli inquirenti annuncia la convocazione di un tavolo tecnico per il quindici luglio prossimo.
«Per indagare i punti di interesse emersi, situati a settanta metri dalla foce del fiume sono necessarie mirate operazioni di dragaggio del corso d’acqua con l’impiego di strumentazione tecnica appropriata» afferma in una nota. Dopo una prima fase operativa, caratterizzata dal dispiego di numerose unità di personale altamente specializzato, le ricerche sono proseguite mediante l’uso di metal detector e di un magnetometro terrestre in dotazione ai carabinieri forestali dell’Aquila. Attivato anche il Nucleo operativo subacqueo della Guardia Costiera con un Side Scan Sonar e innovativi sistemi sonar insieme a un magnetometro marino ed areo, messi a disposizione gratuitamente dalla società Codevintec Italia.
«È ritenuta prioritaria ed improcrastinabile la prosecuzione delle attività di ricerca dello scomparso. L’attenzione della Procura è rivolta all’esigenza di agevolare le attività necessarie al consulente tecnico dell’Ufficio per la redazione della relazione di consulenza, dall’esito delle quali dipende il definitivo dissequestro dell’area oltre che alla necessità di assicurare il ripristino della viabilità interrotta e dell’ecosistema, comunque, compromesso dalle macerie e dai detriti accumulati», aggiunge la procuratrice.
Oltre la cronaca delle ricerche si profila una dinamica scientifica che ridefinisce il legame tra uomo e territorio rovinato dal cemento. L’impiego del magnetometro non rappresenta soltanto un tentativo di localizzazione ma costituisce una vera e propria decodifica della memoria dei materiali. Ogni struttura che cede lascia una firma magnetica unica, un’impronta di stress e torsione che altera l’ambiente circostante. La ricerca del corpo di Domenico Racanati si intreccia così con la necessità di comprendere l’esatto istante del cedimento strutturale. Le anomalie rilevate a settanta metri dalla foce costituiscono l’alfabeto con cui il fiume restituisce la verità sul disastro.
Questo caso dimostra come la geofisica forense stia trasformando i corsi d’acqua da barriere invalicabili a custodi di dati fondamentali per la giustizia. La tecnologia non si limita a cercare un corpo nel fango ma riscrive la metodologia d’indagine sulle grandi opere italiane, dove il tempo del dolore familiare deve convivere con i tempi millimetrici della scienza e della logistica ambientale. La Procura unisce l’imperativo morale del ritrovamento alla necessità di liberare un’arteria vitale per il territorio.
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