28 Giugno 2026 - 17:44:24

di Vanni Biordi

Quando a fine giugno il termometro supera i trentacinque gradi e le aule restano sigillate dal caldo, la domanda che si pone il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani non è di natura burocratica. È una domanda di civiltà.

In Abruzzo, regione di montagna e di costa, di microclimi opposti e di infrastrutture scolastiche che scontano decenni di mancati investimenti, la questione si declina con una nitidezza particolare. L’entroterra aquilano ospita scuole dell’infanzia in edifici che non furono pensati per resistere alle estati torride. La costa teramana e pescarese, invece, conosce da anni un’afa che si allunga oltre ogni memoria stagionale.

Il punto sollevato dal Coordinamento è semplice nella forma e complesso nella sostanza. I bambini della scuola dell’infanzia concludono l’anno scolastico il 30 giugno, tre settimane dopo i loro coetanei della primaria. Tre settimane che, un tempo, erano giustificate dalla missione peculiare di quell’ordine di scuola. Oggi quelle stesse settimane cadono nel cuore delle ondate di calore più intense registrate dalla climatologia moderna.

La considerazione che voglio proporre nel dibattito pubblico è questa. Il rischio termico nelle scuole dell’infanzia non è soltanto una questione di comfort. È una questione di fisiologia. I bambini sotto i sei anni disperdono il calore corporeo con meccanismi ancora immaturi, bevono meno di quanto dovrebbero, non comunicano la propria sofferenza con la precisione di un adulto. In un’aula senza climatizzazione, con temperature ambientali che in Abruzzo hanno toccato i 38 gradi nella seconda metà di giugno 2023, ad esempio, il margine tra disagio e rischio sanitario si assottiglia in modo rapido.

Il quadro normativo esiste e parla chiaro. Il Decreto Legislativo 81 del 2008 impone la valutazione del rischio microclimatico nei luoghi di lavoro. Gli articoli 32, 34 e 97 della Costituzione compongono una triade di principi che nessuna differenza di calendario può ignorare impunemente. La Pubblica Amministrazione ha il dovere del buon andamento, non solo dell’abitudine consolidata.
Il Coordinamento chiede un tavolo istituzionale. L’Abruzzo, con la sua geografia contraddittoria e la sua storia edilizia particolare, potrebbe essere il banco di prova più onesto per una riforma che il Paese non può rimandare oltre.