06 Luglio 2026 - 07:38:19

di Tommaso Cotellessa

L’anno che stiamo affrontando, fra un anno, passerà e ci ritroveremo tutte e tutti di fronte a una serie di appuntamenti che non sarà possibile disattendere.

Appuntamenti imminenti e decisivi, dinanzi ai quali tuttavia, ad oggi, al solo pensiero, non si può che restare perplessi, interdetti e disorientati.

L’anno che verrà sarà, con ogni probabilità, l’anno delle elezioni politiche che chiameranno il Paese a esprimere un giudizio definitivo su un Governo longevo e stabile, che tuttavia ha disatteso gran parte delle promesse formulate in campagna elettorale, venendo meno alle aspettative di molti. Un Governo decisamente politico e che proprio sulla politica verrà giudicato. D’altro canto, a passare sotto esame saranno anche le forze di opposizione, che rischiano di tradire le esili speranze di quei militanti coraggiosi che continuano a credere in un’alternativa possibile, oggi ancora ben lontana dall’apparire concreta. La speranza è che lo scenario possa cambiare, che si costruisca un programma solido, capace di tenere unita la coalizione attorno a una figura federatrice in grado di interpretarne tutte le anime. Una richiesta eccessiva? Forse sì. Ma chissà.

Di fatto però, se sul fronte nazionale le sfide appaiono epocali, sul piano locale la questione si fa ancor più decisiva. La città dell’Aquila, capoluogo d’Abruzzo, si avvicina sempre più alla tornata elettorale che metterà fine al ventennio Cialente-Biondi. Un arco di tempo determinante per la città, segnato da eventi burrascosi, da scossoni non soltanto politico-amministrativi, da speranze realizzate e da altre rimaste disattese, per destini tanto pubblici quanto privati. Vent’anni che si preparano a diventare storia e nei quali, prima una parte politica e poi l’altra, hanno dominato lo scenario cittadino.

E ora? Quello che si apre è uno scenario ancora incerto. Troppo incerto.

Se da una parte il centrodestra è chiamato a individuare, fra i numerosi pretendenti, la figura più autorevole per conservare il consenso, dall’altra il centrosinistra deve finalmente trovare un sentiero comune. Sembra strano, anzi assurdo, scriverlo quando manca solo un anno alla chiamata alle urne: è necessario arrivare preparati a una sfida tanto decisiva per il presente e, ancor di più, per il futuro della città. Ad oggi L’Aquila appare quasi ignara della rilevanza politica che questi mesi avranno sugli anni a venire. Non vi è fermento né entusiasmo. Manca persino quell’ansia che si addice ai grandi avvenimenti, come se si dovesse votare in un domani ipotetico e lontano. Appare assente quel confronto dialettico che dovrebbe animare tutti coloro che tengono alla città al punto da mettere a disposizione il proprio tempo, le proprie competenze e una parte della propria vita per il suo presente e per le sue prospettive future. Un confronto che certamente trova la sua sede naturale all’interno del Consiglio comunale, ma che dovrebbe travalicare gli spazi istituzionali della politica, fino a riversarsi nelle strade, nei locali, nelle piazze e, perché no, anche sui profili e nelle bacheche dei social. E invece ciò che serpeggia appare più una sommatoria di opinioni, intervallata dall’emergere di qualche personalismo e da sporadiche proposte di quartiere. Così, mentre in provincia il centrosinistra non riesce nemmeno a presentare un candidato alternativo alla guida dell’ente, mentre le elezioni amministrative nei comuni confermano il consolidamento del potere dell’entourage che guida il centrodestra locale, l’elettore di centrosinistra rischia di rifugiarsi nella nostalgia, ricordando una stagione politica ormai conclusa invece di contribuire a costruirne una nuova. Gli indecisi si allineano al vento e le proposte alternative restano troppo spesso lettera morta.

Eppure non c’è spazio per abbandonarsi alla malinconia o alla rassegnazione. Urge aprire un serio spazio di confronto che coinvolga quella sincera anima democratica che non è mai venuta meno nel territorio aquilano e che, anzi, ha sempre saputo mostrarsi nei momenti decisivi. È necessario chiamare a raccolta quella parte dell’università ancora disposta a mettersi in gioco, coinvolgere le associazioni, gli operatori culturali, risvegliare quel popolo di disamorati della politica e lanciare una proposta di città identitaria e accogliente. Una città che produca lavoro senza calpestare i lavoratori; che non svenda il proprio patrimonio, ma lo ripensi come una grande opportunità, non tanto in chiave di marketing quanto di welfare. Una città nella quale vivere bene tutto l’anno, nella quale scegliere di studiare e magari decidere di restare, nella quale crescere insieme costruendo un domani solido e capace di durare nel tempo.

Non si tratta di un programma elettorale, ma di una grande ambizione. Un’ambizione per la città dell’Aquila, per chi desidera un’alternativa ma anche per chi, invece, punta a consolidare il consenso. Perché di una voce alternativa non ha bisogno una sola parte politica: ne ha bisogno la politica tutta. La sinistra quanto la destra. Perché senza confronto l’unico destino è un lento piano inclinato che abbassa aspettative e orizzonti fino a rendere normale la mediocrità. Prima ancora delle proposte e del programma, è necessario aprire un sentiero che l’anima democratica di questa città sia disposta a percorrere. Quell’idea di città che troppo spesso si è recriminata ad altri e che oggi appare ancora difficile da rintracciare nelle fila di qualunque partito.

E allora al Partito Democratico, che martedì prossimo si accinge ad avviare il percorso di costruzione dell’alternativa per il futuro dell’Aquila con l’assemblea pubblica «Partecipa, proponi, costruiamo», non posso che rivolgere il mio più sincero in bocca al lupo, così come a tutte le altre forze politiche impegnate nel lavoro in vista di questo importante appuntamento politico.

Il consiglio, non richiesto, è uno soltanto: siate sinceri, siate autentici, siate ambiziosi e abbiate il coraggio di parlarci di un futuro nuovo, giusto e possibile. Questa volta non basterà promettere la rivoluzione per poi rivelarsi, nei fatti, l’ennesima espressione dell’ancien régime. C’è una parte di città che forse non crede più negli esponenti politici o nei simboli di partito, ma continua a sperare in un’alternativa credibile, innovativa e all’altezza delle sfide che ci attendono.

Per quanto possibile, non tradite questa speranza.