10 Agosto 2026 - 19:33:42
di Vanni Biordi
Alcuni artisti cercano un linguaggio. Altri provano a costruire un vocabolario nuovo. Gian Marco Brugnoli appartiene a questa seconda categoria.
Dal 10 al 16 agosto il Palazzetto dei Nobili ospiterà “L’Ontologia del Segno e il suo Neuroimpressionismo“, la prima mostra personale dell’artista aquilano.
L’appuntamento entra nel programma di L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026 e porta nel cuore della città una ricerca pittorica che non si limita a mostrare immagini, ma tenta di raccontare il modo in cui la mente le genera. La parola Neuroimpressionismo potrebbe sembrare una definizione ambiziosa.
In realtà descrive con una certa precisione il lavoro di Brugnoli. Le sue tele non riproducono la realtà. Ne inseguono il processo percettivo. Il segno si moltiplica, si interrompe, cambia direzione e torna a ricomporsi dentro campiture cromatiche intense. Ogni linea sembra seguire un impulso nervoso più che una costruzione geometrica. Il colore non riempie gli spazi. Li attraversa, li mette in tensione, li costringe a dialogare. Il risultato è una pittura che evita ogni forma di decorazione. Non cerca il consenso immediato e non offre immagini rassicuranti. Chiede allo spettatore una partecipazione attiva.

«La mia è una ricerca interiore: io dipingo le opere non cercando un soggetto specifico, ma dò colore, il colore che mi rispecchia e in quel colore c’è la sintesi del quadro stesso – ha spiegato l’artista -. La ricerca di quello che ho dentro è una ricerca personale, e sono felicissimo di mostrare le mie opere qui a L’Aquila. Tutte le opere sono acrilico su tela stesi con oggetti in legno: io raccolgo per strada pezzi di corteccia, di rame e poi dipingo con quelli».
Davanti alle opere di Brugnoli l’occhio non resta fermo. È costretto a inseguire il ritmo della composizione, a trovare collegamenti, a completare quello che la tela lascia volutamente aperto. La scelta del Palazzetto dei Nobili aggiunge un elemento importante alla lettura della mostra. Le sale storiche dell’edificio non fanno da semplice contenitore. Entrano nel racconto. Da una parte la misura dell’architettura rinascimentale, dall’altra una pittura attraversata da tensioni contemporanee. Il confronto funziona perché non cerca l’effetto spettacolare. È un dialogo tra due idee diverse di ordine. Quella della pietra e quella del segno.

Brugnoli affronta una questione che accompagna la pittura da oltre un secolo. Dopo le avanguardie, dopo l’informale, dopo l’astrazione, quale spazio resta al segno? La sua risposta passa attraverso una ricerca personale che mette insieme gesto, percezione e memoria. Non è una pittura narrativa e non è nemmeno completamente astratta. Si muove in una zona di confine dove le immagini sembrano affiorare e dissolversi nello stesso momento.
L’Aquila arriva a questa mostra in un anno speciale. Essere Capitale Italiana della Cultura significa anche assumersi il rischio di ospitare linguaggi che non inseguono il gusto più facile. Una città cresce quando accetta di confrontarsi con opere che dividono, che obbligano a fermarsi e che non si consumano nello spazio di una fotografia. Forse il passo successivo dovrebbe essere proprio questo. Accompagnare esposizioni come quella di Brugnoli con momenti di confronto aperti tra artisti, storici dell’arte, studenti e pubblico. Non per spiegare le opere, perché l’arte perde forza quando arriva già tradotta, ma per restituire alla pittura il tempo della discussione.

Oggi le mostre si visitano in pochi minuti e si archiviano con uno scatto sul telefono. Alcuni dipinti, invece, chiedono un’altra velocità. Le tele di Gian Marco Brugnoli sembrano appartenere a questa categoria. E non è una qualità così frequente. Mostra consigliatissima.
LAQTV Live