22 Agosto 2026 - 09:17:53

di Angelo Liberatore

A dieci anni dal sisma del Centro Italia che colpì Abruzzo, Lazio, Marche ed Umbria, i dati raccolti studiando la sequenza tellurica del 24 agosto 2016 stanno lasciando una eredità che parla sia di una maggiore conoscenza del sottosuolo sia di strumenti al servizio di prevenzione, pianificazione e ricostruzione.

A fare il punto è il Consiglio Nazionale delle Ricerche.

Il quadro di partenza che fa il Cnr è ampio: si parla, tra le altre cose, di osservazioni del terreno, dati geofisici ed informazioni sismologiche.

Mettendo insieme queste varie sfaccettature è stato anzitutto possibile aumentare in maniera sostanziale il grado di conoscenza del sistema di faglie attive nella zona dell’Appennino Centrale.

Più nel dettaglio ad Arquata del Tronto, Accumoli ed Amatrice sono stati fatti degli studi che hanno permesso di capire come le caratteristiche del sottosuolo influenzino il moto e lo scuotimento del terreno durante un sisma.

Ad Amatrice, poi, per la prima volta furono utilizzate tecnologie satellitari radar per monitorare le deformazioni del suolo.
Insomma, lo studio del sisma in Centro Italia ha portato a passi in avanti su conoscenza delle faglie attive, microzonazione sismica, deformazioni del suolo ed osservazioni satellitari.

Ed i modelli elaborati nel post terremoto 2016 sono stati via via integrati «passando – spiega il Cnr – dall’analisi di singoli eventi a sistemi permanenti di monitoraggio».

I quali, oggi, vengono utilizzati per controllare, ad esempio, le aree bradisismico-vulcaniche (Campi Flegrei, Vesuvio, Etna, Stromboli e Vulcano) nonché le zone colpite da grave dissesto idrogeologico (come nel caso della frana di Niscemi).

Insomma, un lungo percorso che, partendo dai 138 Comuni del Cratere 2016, si è dipanato in una esperienza che ha trasformato la conoscenza scientifica in strumenti concreti per la sicurezza dei territori a disposizione dell’intero sistema Paese.