13 Settembre 2026 - 09:46:36

di Vanni Biordi

Ha 25 anni ed è il più giovane giornalista professionista d’Abruzzo. Tommaso Cotellessa, firma di A4, News-Town e volto di Laqtv, ha raggiunto il traguardo dopo aver superato, lo scorso gennaio, l’esame di idoneità professionale, al termine di un percorso iniziato da giovanissimo e portato avanti parallelamente agli studi universitari.

Aquilano, si è laureato all’Università dell’Aquila nel corso triennale in Filosofia e teoria dei processi comunicativi e oggi frequenta il corso di laurea magistrale in Scienze filosofiche all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Il suo percorso professionale nel giornalismo comincia nel 2021 con LaQtv, dove debutta alla conduzione di «Spazio Occupato», programma televisivo da lui ideato e condotto per tre stagioni, costruito intorno a interviste e dibattiti dedicati alla cultura, alla politica, all’attualità e alla realtà delle giovani generazioni.

Alla televisione si affianca successivamente il lavoro per la stampa digitale: Cotellessa comincia a scrivere per il quotidiano online NewsTown e per il quotidiano digitale A4, occupandosi principalmente dell’Aquila e dell’Abruzzo, dalla cronaca alla politica, dalla cultura alle trasformazioni sociali del territorio.

Un percorso che affonda però le proprie radici ancora prima dell’ingresso in una redazione professionale: dal giornalino del liceo a un blog nato durante il lockdown, fino a una web tv realizzata con altri giovani negli anni della pandemia.

Oggi, con il tesserino da professionista in tasca, Cotellessa guarda a quel percorso senza considerarlo un punto d’arrivo, ma una tappa di una professione che, dice, richiede studio, curiosità e soprattutto capacità di ascolto.

Quando hai capito di voler fare il giornalista?

«È un desiderio che mi accompagna fin da bambino. Mi è sempre piaciuto raccontare, scrivere ed entrare in relazione con le persone. Il primo vero incontro con il giornalismo è arrivato però durante gli anni al liceo classico Domenico Cotugno, quando ho cominciato a collaborare con il giornalino scolastico “I Portici”.

Poi è arrivato il Covid. Durante il lockdown, dalle nostre camerette, abbiamo creato un blog, “Unions”, con l’idea di rimanere uniti nonostante la distanza. Successivamente, durante il coprifuoco, è nata “Zona 22”, una web tv realizzata insieme ad altri ragazzi. Abbiamo persino seguito la notte delle elezioni presidenziali americane con una piccola maratona informativa. Era tutto molto artigianale, ma cercavamo di farlo nel modo più professionale possibile».

Da quell’esperienza sei arrivato a LaQtv. Come è successo?

«È arrivata la telefonata di Luca Bergamotto, direttore di LaQtv. Ebbe l’intuizione di credere in un ragazzo che aveva appena terminato la scuola ed era sostanzialmente inesperto. Mi disse: “Quello che fai da solo, vieni a farlo da noi”. Per me fu un sogno che cominciava a realizzarsi perché qualcuno aveva deciso di darmi fiducia.

Entrare in una redazione mi ha insegnato che fare giornalismo significa verificare, selezionare e assumersi la responsabilità delle notizie che si decide di pubblicare. Anche scegliere di non dare una notizia può essere una forma di giornalismo».

Il giornalista Tommaso Cotellessa con il direttore di Laqtv Luca Bergamotto

Essere così giovane ti ha mai messo in difficoltà davanti a interlocutori più grandi ed esperti?

«Diverse volte mi sono sentito fuori posto. Mi ha aiutato molto l’esperienza maturata durante gli anni della scuola, anche come rappresentante degli studenti.

Una palestra fondamentale è stata poi “Spazio Occupato”. Abbiamo affrontato argomenti molto delicati: ricordo, ad esempio, un dibattito sul fine vita tra un sacerdote e il presidente dell’Associazione Luca Coscioni d’Abruzzo. In situazioni del genere bisogna essere capaci di governare il confronto.

Non credo però che il giornalista debba trasformarsi in un narratore freddo e algido. Ovviamente bisogna evitare la faziosità e rispettare le regole della professione, ma sono convinto che non si debba rinunciare al proprio punto di vista e alla propria prospettiva sul mondo».

Quali sono state le notizie più difficili da raccontare?

«Sicuramente le vicende di cronaca che riguardano la sofferenza delle persone, in particolare i suicidi. Nel giornalismo locale non puoi pensare di essere estraneo al territorio che racconti. Le persone di cui scrivi e i loro familiari potresti incontrarli il giorno dopo per strada.

Mettere il proprio nome sotto un articolo significa assumersi la responsabilità di ogni parola e chiedersi anche quale effetto possa avere ciò che stiamo pubblicando.

Anche raccontare gli incendi mi ha messo molto alla prova, così come seguire la lunga ricostruzione dell’Aquila. Viviamo in un momento nel quale tutto sembra dover essere diviso tra giusto e sbagliato, buoni e cattivi. La realtà è molto più complessa e il giornalismo dovrebbe essere capace di restituire questa complessità».

Oggi sei giornalista professionista. Come è cambiato il tuo modo di raccontare rispetto agli inizi?

«È cambiato moltissimo. Essere giornalista professionista significa essere un professionista dell’informazione. Bisogna saper confezionare un pezzo, verificarlo e assumersi la responsabilità di quello che si scrive.

Ma considero fondamentale conservare l’intuizione: davanti a un fatto o a una persona bisogna riuscire a capire dove si nasconde una storia, anche quando apparentemente la notizia non c’è.

Il tesserino, comunque, non rappresenta per me un punto d’arrivo. Ho 25 anni e so di avere ancora tantissimo da imparare. Non mi sento certamente nella posizione di dare lezioni a nessuno».

Nell’epoca dei social e dell’intelligenza artificiale, che cosa può distinguere ancora un giornalista?

«Credo che una possibile deriva del nostro mestiere sia quella di ricercare un distacco assoluto. Se immaginiamo il giornalista come qualcuno che deve limitarsi a registrare freddamente ciò che accade, rischiamo di costruire un modello facilmente sostituibile da una macchina.

Ciò che ci distingue è invece il fattore umano: la capacità di ascoltare, comprendere, intuire e anche lasciarsi coinvolgere, naturalmente senza superare i limiti imposti dalla professionalità e dalla deontologia.

L’intelligenza artificiale può essere uno strumento, ma il giornalista deve conservare quella capacità profondamente umana di incontrare una persona e capire che dietro di essa può esserci una storia».

Quanto è importante verificare una notizia in un’epoca nella quale attraverso i social chiunque può diffondere informazioni?

«Per un giornalista, soprattutto locale, una delle cose più preziose è la propria rete di contatti. Costruirla per un giovane è difficile e nel mio caso è stato possibile grazie alla redazione e ai colleghi che mi hanno accompagnato.

I social sono uno strumento straordinario, ma una bacheca non è un giornale. La dignità di un giornale sta nella garanzia offerta al lettore che quello che sta leggendo sia stato verificato.

E poi bisogna saper rettificare. Possiamo sbagliare, ma dobbiamo avere la forza di dire ai nostri lettori: abbiamo sbagliato, le cose sono andate diversamente».

Il tuo percorso universitario in filosofia ha influenzato il tuo modo di fare giornalismo?

«Moltissimo. Studiare filosofia mi ha insegnato soprattutto a farmi domande. E farsi domande significa non pretendere di possedere già la verità.

Credo sia fondamentale anche quando si intervista qualcuno. Avere un microfono in mano significa dare voce a una persona, anche quando ha idee molto distanti dalle tue. Saper intervistare significa saper ascoltare e saper ascoltare significa essere abbastanza intelligenti da non pensare di sapere già tutto».

Se potessi incontrare il Tommaso di sedici anni, cosa gli diresti?

«Gli direi di credere in se stesso e nelle persone che gli stanno intorno. Gli direi di non avere paura e soprattutto di studiare tanto. Se potessi tornare indietro probabilmente passerei ancora più tempo sui libri.

Ma gli direi anche di fidarsi di chi gli offre un’opportunità e di non avere paura delle sfide. A volte bisogna persino provare a fare il passo più lungo della gamba, perché è così che si cresce.

Se avessi detto di no alla telefonata con cui mi veniva proposto di entrare a LaQtv perché non mi sentivo all’altezza, probabilmente oggi non sarei qui. Non penso che allora fossi all’altezza: penso che qualche volta bisogna accettare una sfida e provare a diventarlo».

Se domani ti affidassero la prima pagina di un grande quotidiano nazionale, quale storia abruzzese vorresti raccontare?

«Non cederei alla tentazione un po’ provinciale di raccontare semplicemente quanto siano belli l’Aquila o l’Abruzzo. Amo profondamente questa città, ma non possiamo pensare che il mondo finisca oltre il Gran Sasso.

Mi piacerebbe raccontare la storia di qualcuno incontrato per strada, magari di una persona arrivata qui da lontano, di un immigrato che abbia conosciuto questa città e vi abbia trovato accoglienza e una nuova opportunità.

Vorrei raccontare L’Aquila attraverso gli occhi di chi viene da fuori: una persona capace di guardare una città che ha conosciuto la distruzione ma che continua a ricostruirsi. In fondo è quello che, in modi diversi, proviamo a fare tutti noi».