02 Ottobre 2026 - 11:30:45
di Martina Colabianchi
Il fenomeno delle dimissioni di medici che superano il numero dei pensionamenti attraversa capillarmente il Paese.
È quanto emerge dall’indagine del Centro Studi del sindacato Anaao Assomed, basata sui dati Onaosi, del conto Conto annuale dello Stato e Mef, da cui emerge un’impennata di dimissioni del 150% nel 2025.
Situazioni particolarmente marcate in Lazio, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia e Sardegna, dove il numero dei camici bianchi dimissionari supera da 2,4 a 3,3 volte quello dei pensionati. A lasciare non sono i medici a fine carriera, ma professionisti nel pieno della maturità clinica, con un’età media intorno ai 48 anni.
Anche in Abruzzo, secondo i dati diffusi dal segretario regionale di Anaao Assomed Abruzzo Gian Luca Primomo, le dimissioni volontarie e i pensionamenti stanno erodendo pericolosamente la tenuta degli ospedali.
A fronte di un numero di medici in servizio quasi stabile (2.752 nel 2024), cresce il disagio lavorativo e l’età media, seppur lievemente ridotta, convive con un’ondata di uscite e con il ricorso costante ai contratti a tempo determinato (208 nel 2024).
A preoccupare particolarmente è il trend delle dimissioni volontarie: se nel 2015 si attestavano al 2,0% (55 cessazioni) e sono rimaste stabili nel 2024, si registra una impennata fino a 91 dimissioni nel corso del 2025.
Il sindacato sottolinea come questi dati rappresentino un chiaro indicatore del disagio professionale che spinge i camici bianchi a lasciare la sanità pubblica.
«I numeri certificano la fragilità strutturale del nostro sistema sanitario regionale», dichiara il segretario regionale. «Per difendere la sanità pubblica e l’articolo 32 della Costituzione, servono interventi immediati: dal superamento del tetto di spesa per il personale alla valorizzazione delle retribuzioni e dei contratti, anche con il ripristino del salario previsto dal Decreto Calabria, e con l’attribuzione degli incarichi ai sanitari».
La situazione abruzzese è da inquadrare in quella complessiva del Mezzogiorno, che nell’ultimo decennio ha continuato a svuotarsi, perdendo 1.166 unità (-3,1%).
Nonostante la fuga dai reparti, però, il tanto atteso ricambio generazionale ha preso il via. Tra il 2015 e il 2024 l’età̀ media dei medici ospedalieri si è ridotta in modo significativo: 2 anni e 7 mesi in meno per i colleghi uomini e 2 anni e 4 mesi per le donne.
Un contributo a questo svecchiamento è arrivato dal cosiddetto “decreto Calabria”, che tra il 2019 e il 2025 ha permesso l’ingresso nel sistema di quasi 10.000 giovani medici, arrivando a coprire fino al 43% delle assunzioni a tempo determinato.
«A fronte di un ricambio generazionale avviato con successo però – spiega Pierino Di Silverio, segretasio di Anaao Assomed – oggi si rischia di vanificare tutto. Nel 2025, per ogni 100 medici assunti a tempo indeterminato, ben 43 si sono dimessi e 77 sono usciti dal sistema pubblico, tra pensionamenti e altre cause».
Per quanto concerne le cause, Di Silverio spiega che «non si tratta di una fisiologica mobilità professionale ma di un vero e proprio esodo, guidato da turni massacranti, stipendi non allineati all’Europa, condizioni di lavoro al limite del burnout, carichi burocratici insostenibili e aggressioni nei reparti».
E le possibili soluzioni? «Per fermare la frana», Anaao Assomed chiede al Governo, al Parlamento e alle Regioni di «passare dalle parole ai fatti» con un piano straordinario in 10 punti. A partire dal rendere strutturale il Decreto Calabria, trasformando la formazione specialistica in un contratto di formazione-lavoro per i giovani. Quindi, superare definitivamente il tetto di spesa per il personale, che soffoca le assunzioni.
Tra le richieste, garantire retribuzioni europee, attraverso la detassazione del salario accessorio; riformare la responsabilità professionale per arginare la medicina difensiva; incentivi economici e di carriera per le sedi disagiate e il Mezzogiorno. Spazio poi al welfare, tutelando i riposi e genitorialità, ma anche la sicurezza e la qualità di vita. Infine Anaao chiede un osservatorio nazionale permanente sulle dimissioni, per monitorare motivazioni e destinazioni dei professionisti.
«Il 2025 ci consegna un segnale d’allarme che nessuno può permettersi di ignorare», conclude Di Silverio.
«Il 2026 ci dirà se si è trattato di un incidente di percorso o dell’inizio di una frana. Abbiamo dimostrato che, quando si investe sui giovani, il sistema risponde. Ora serve il coraggio di investire su chi resta».
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