13 Gennaio 2026 - 18:41:16

di Redazione

L’immagine che resta maggiormente impressa è quella dei giovani studenti a Piazza San Bartolomeo, alle ore 11.30. Ci sono un centinaio di ragazzi fermi in una piazza che esiste due volte. Una sotto i loro piedi, l’altra dentro un tablet. Tengono lo schermo con entrambe le mani e, mentre attorno scorre il presente, loro camminano dentro la Avezzano di prima del 13 gennaio 1915: edifici che non ci sono più, una piazza cancellata dal sisma, una città che per loro è solo racconto e che invece, per qualche minuto, torna ad avere forma. Non stanno solo guardando un video. Stanno attraversando una memoria.

È forse da questa immagine che conviene cominciare a raccontare la giornata di commemorazione del terremoto del 1915, a 111 anni dalla tragedia che devastò Avezzano e l’intera Marsica.

Una giornata voluta dall’Amministrazione comunale, nell’ambito dell’iniziativa #Ancheiosonoterremoto, che sceglie consapevolmente di partire dai più giovani per parlare di ciò che è stato e, soprattutto, di ciò che sarà.

Anche se in realtà tutto è cominciato un’ora prima – come da tradizione- nel raccoglimento solenne del Monte Salviano. Qui il sindaco Giovanni Di Pangrazio si ferma davanti al memoriale delle vittime, la fascia tricolore che attraversa il giubbotto come un segno di continuità, la corona d’alloro deposta in silenzio. Attorno, le autorità civili, militari e religiose, e un silenzio che non è vuoto ma pieno di assenze, di ricostruzioni, di responsabilità tramandate.

Alla commemorazione hanno partecipato il senatore Michele Fina, gli amministratori dei Comuni di Scurcola Marsicana e Tagliacozzo, il sindaco di Gioia dei Marsi e vicepresidente della Provincia dell’Aquila Gianluca Alfonsi, insieme a tante altre autorità, tra le quali la direttrice della casa circondariale Maria Celeste D’Orazio.

Nel suo intervento, il sindaco Di Pangrazio ha richiamato la forza identitaria del territorio con parole nette: «La Marsica piano piano si è rimessa in piedi e Avezzano è diventata un punto di riferimento regionale. La marsica non guarda indietro. Non si ferma. Vuole avere la consapevolezza dei rischi e per questo mette in sicurezza la vita dei ragazzi nel loro percorso di studi con edifici sicuri e moderni ma è capace di guardare avanti, di immaginare il futuro, di ricostruire radici e darsi sempre nuovi obiettivi, senza sperare in regali da parte di qualcuno ma contando sulle sue grandi potenzialità».

Così il primo cittadino ha ribadito l’impegno del Comune nella prevenzione sismica, sottolineando gli investimenti sulla sicurezza delle scuole – oggi tra le più sicure d’Italia – con particolare attenzione ai bambini e alle persone più fragili. Centrale il riferimento al valore della memoria e della cultura come strumenti indispensabili per trasmettere ai giovani non solo i fatti storici, ma anche le emozioni e la consapevolezza di ciò che il terremoto ha significato.

E infatti, il racconto torna di nuovo a loro. Ai ragazzi. In Piazza San Bartolomeo, con la presentazione della seconda tappa del progetto “Avezzano che fu”, sviluppato in collaborazione tra Rotary e Comune e realizzato da Ambiens VR. Attraverso la realtà aumentata, gli studenti hanno potuto rivivere la città com’era prima del sisma, trasformando la tecnologia in un ponte tra generazioni. Non un gioco, ma un modo concreto di abitare la memoria.

Qui è intervenuto il senatore Michele Fina, soffermandosi sul significato dei simboli: «Non appartengono al passato – ha dichiarato – ma raccontano chi siamo. Da quelle macerie è nata la forza di una comunità. Avezzano oggi è il segno concreto del sacrificio e dell’impegno di intere generazioni. Per questo i simboli restano vivi: custodiscono la memoria e indicano il futuro».

La mattinata si è poi spostata nel Castello Orsini, dove gli studenti sono diventati protagonisti sul palco con progetti grafici e artistici dedicati alla memoria e all’identità della città. Un passaggio di testimone esplicito, in cui la storia smette di essere solo racconto e diventa linguaggio, segno, visione.

Particolarmente intenso l’intervento del direttore dell’Agenzia regionale di Protezione Civile, Maurizio Scelli, amico di lungo corso del consigliere comunale con delega alla Protezione Civile Maurizio Seritti e legato al sindaco da un rapporto di stima e affetto. Presenti anche il viceprefetto aggiunto Federico Izzi, il vescovo Giovanni Massaro e il colonnello Mario D’Angelo, comandante del 9° Reggimento Alpini.

«All’epoca del sisma – ha spiegato Scelli – non esistevano la Protezione Civile né i mezzi di comunicazione di oggi, e l’impossibilità di intervenire in tempo reale aumentava la disperazione». Da quella tragedia, ha sottolineato, resta un’attualità che non si è mai spenta: il dolore, «un sentimento dal quale nessuno può dirsi immune». Rivolgendosi direttamente ai giovani, ha aggiunto: «Avete la capacità di tendere una mano e dire “io ci sono”. Per questo è importante investire su di voi, non solo in cultura, ma anche in sensibilità e responsabilità verso gli altri».

Il ringraziamento al sindaco è stato esplicito, per l’impegno nel rendere le scuole più sicure e per aver creduto nella prevenzione e nella formazione. «Fare volontariato significa riconoscere la propria fragilità e trasformarla in forza condivisa. Possiamo aggiungere vita ad ogni giorno».

L’intervento al Castello Orsini si è chiuso sulle note di Perdutamente di Achille Lauro, canzone legata alla tragedia di Crans Montana, in un momento di sospensione capace di unire passato e presente.
Infine, davanti al Palazzo di Città e nei luoghi simbolo di Avezzano, sono state posizionate le “Mattonelle della memoria”, iniziativa dell’associazione culturale Sessantasettezerocinquantuno con il patrocinio del Comune, pensata «per ricordare a chiunque passi che il 13 gennaio non potrà e non dovrà mai essere un giorno come tanti» mentre, nel pomeriggio, è stato proiettato il documentario di Pasquale Palumbo, Giovanbattista Pitoni e Alvaro Salvi.

E mentre i ragazzi abbassano il tablet e tornano alla piazza reale, resta l’idea che la memoria non sia un archivio immobile, ma un movimento continuo: qualcosa che si attraversa, si comprende e si consegna a chi verrà dopo.