26 Gennaio 2026 - 13:03:52

di Marianna Galeota

«Il 2027 è una sfida contendibile se misura la cifra del nostro coraggio. A partire dalle regole che bisogna ancora darsi e alle quali nessuno potrà derogare.  La più semplice sarebbe quella di appaltare al partito più grande l’onere di esprimere un candidato, ma questa scorciatoia sarebbe anche una sconfitta. Oppure, possiamo cercare insieme, dando finalmente corpo alla voce ‘federatore’ a cui pure quel grande partito aspira, di restituire ai nostri elettori il diritto di scegliere chi deve guidare l’alternativa tramite lo strumento delle primarie».

Lo scrive in una nota il consigliere comunale di L’Aquila Nuova Paolo Romano, guardando alle elezioni amministrative del 2027.

L’intervento di Paolo Romano arriva all’indomani della conferenza stampa de Il Passo Possibile nella quale l’ex consigliere regionale Americo Di Benedetto ha parlato di un centrosinistra «ormai superato», proponendo pertanto «una figura di spicco al di fuori della coalizione per allargare la base del consenso», facendo il nome del magistrato Fabio Picuti.

Di Benedetto ha specificato, inoltre, di non voler chiedere un tavolo al centrosinistra che, a suo avviso, «porterebbe a non decidere come nel 2022».

All’ipotesi avanzata dall’ex consigliere regionale di figure al di fuori della coalizione, Romano replica: «Credo che sarebbe fantasioso cercare figure terze e togliere la possibilità di cimentarsi a chi per anni, con gli strumenti che offre l’assise benché dall’opposizione, ha investito energie fisiche e mentali per offrire presenza e soluzioni quando le porte di palazzo Margherita erano sbarrate dall’arroganza. Chi ha rappresentato coloro che non avevano voce o coloro che quella voce hanno dovuto abbassarla per paura. Le primarie non sono uno spauracchio: sono una risorsa. Non bisogna temerle, anzi».

Secondo Romano, le primarie rappresentano «il metodo più democratico e partecipativo che si è sperimentato sin dalla nascita dell’Ulivo: evocare il 2017 come fossero state un fallimento, cosa non vera, svilirebbe l’intelligenza di un popolo che in massa si recò alle urne per scegliere il proprio leader.  E noi a quel popolo dobbiamo parlare perché senza la fiducia di quel popolo non c’è futuro possibile. La vera forza dell’alternativa non nasce nei tavoli chiusi, dove pur di sedersi si gioca d’azzardo, ma nella fiducia dei cittadini che si costruisce alla luce del sole».

«La narrazione di un centrosinistra finito fa comodo solo a chi governa – aggiunge – nasconde che esiste già un’alternativa costruita ogni giorno di questi quattro anni in consiglio comunale con la visione, le proposte, il dialogo e la concertazione fra tutti i gruppi presenti.  Una narrazione che stride anche con quei soggetti che, comparsi da poco sulla scena politica, hanno chiaramente deciso che quello è il campo di appartenenza e in quel campo vogliono saldamente collocare il loro movimento».

Romano sottolinea come il centrosinistra non sia «un esercizio linguistico ma un baluardo di principi e valori in una stagione politica nella quale la destra mondiale, affascinata da Trump,  attenta alla libertà dei popoli mentre da noi strangola l’ascolto, la partecipazione e la programmazione con una macchina politica fondata sugli interessi cinici, funzionale a una piccola cerchia. Il centrosinistra non è un vezzo locale da plasmare a seconda delle convenienze creando guazzabugli dal fiato corto, ma un progetto dal respiro più ampio». 

«A L’Aquila il centrosinistra ha dissotterrato dall’oblio temi fondamentali come i servizi, carenti se non addirittura latitanti, il lavoro, argomento che terrorizza gli abitanti di palazzo Margherita quasi quanto la drammatica situazione della sanità, il commercio, l’attività di impresa e il consumo di suolo che devono essere immuni per chi governa dal concerto degli affari; ha svelato anche che il tema, fondamentale, della sicurezza dei cittadini è stato il più grande fallimento delle politiche securitarie di centrodestra e che le politiche sociali non sono nelle corde di questa destra, anche quando fa la nostalgica – conclude – Perché senza giustizia sociale, decoro, coesione e imparzialità non c’è futuro per chi resta e meno per chi vuole tornare, non c’è sviluppo, ma solo propaganda. Dichiarare oggi di essere fuori dal perimetro del centrosinistra non serve a moltiplicare le opzioni del voto, né a giocarsi la prima mano al futuro tavolo, ma a gettare alle ortiche tanto il lavoro di anni quanto la fiducia di chi guarda a noi con speranza».