27 Gennaio 2026 - 17:46:19
di Vanni Biordi
Un detenuto incendia il cuscino della propria cella. Le fiamme si alzano, il fumo invade la stanza. Succede nel carcere minorile dell’Aquila, dove la tensione è esplosa ancora una volta. Gli agenti della polizia penitenziaria intervengono con gli estintori e spengono il rogo. Nessuno resta ferito, ma la protesta si allarga. Altri detenuti cominciano a urlare e a battere pentole contro le sbarre. Vogliono attirare l’attenzione. Il personale in servizio riporta la situazione sotto controllo.
L’episodio conferma una fragilità che dura da mesi. Il carcere minorile dell’Aquila vive una crisi profonda. Già in passato si sono verificati danneggiamenti e momenti di forte tensione. Ora la Procura è stata informata e sta valutando la vicenda. Tra le ragioni della protesta ci sarebbe anche la mancata applicazione del regolamento interno. Una gestione percepita come ingiusta alimenta la rabbia dei detenuti.
I sindacati denunciano da tempo le condizioni di lavoro degli agenti. Manca il personale. Mancano le risorse. Le strutture per minori, secondo loro, rischiano di trasformarsi in “università del crimine”. Un luogo dove invece di rieducare si finisce per peggiorare la situazione. I giovani detenuti vivono in ambienti sovraccarichi, con poche attività e poche prospettive. Gli agenti lavorano sotto pressione, senza i mezzi necessari per garantire sicurezza e ordine.
I sindacati chiedono più risorse economiche, un aumento degli organici e il trasferimento immediato dei detenuti considerati più problematici. Serve anche una riorganizzazione per alleggerire il carico di lavoro del personale. Senza interventi concreti, la situazione rischia di degenerare ulteriormente.
Il problema non riguarda solo l’Aquila. Le carceri minorili italiane soffrono di carenze strutturali diffuse. Gli istituti dovrebbero essere luoghi di recupero e reinserimento. Invece spesso diventano contenitori di disagio. I giovani detenuti hanno bisogno di percorsi educativi, di formazione, di supporto psicologico. Servono educatori, psicologi, programmi di lavoro. Ma tutto questo richiede investimenti che tardano ad arrivare.
L’incendio è un segnale. La rabbia dei detenuti e la fatica degli agenti parlano di un sistema in affanno. Le istituzioni devono rispondere. Servono scelte politiche precise e immediate. Altrimenti episodi come questo continueranno a ripetersi, mettendo a rischio la sicurezza di tutti e vanificando ogni possibilità di recupero per i giovani rinchiusi.
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