18 Febbraio 2026 - 12:01:17
di Vanni Biordi
La nuova classificazione dei comuni montani, introdotta dalla legge Calderoli n. 131/2025, ha acceso un dibattito che ha visto l’Abruzzo protagonista a livello nazionale.
Il parametro iniziale di 600 metri di altitudine avrebbe escluso numerosi comuni, ma grazie alla proposta abruzzese in sede di Conferenza Stato-Regioni, i tagli sono stati ridimensionati: si passa da 169 a 200 comuni montani riconosciuti, pari al 73-77% del territorio regionale.
Nessun rischio di chiusura scolastica, grazie alle deroghe già previste sul dimensionamento. Confermata anche l’esenzione Imu sui terreni agricoli, normata dal Mef e non dalla legge in questione.
Le regioni potranno inoltre includere nella propria normativa i comuni di confine con disagio socio-economico, ampliando le tutele oltre la definizione statale.
200 milioni annui a disposizione per tre anni per circa 3 mila comuni.
«Questa legge riconosce a due terzi dei comuni abruzzesi, la caratteristica di comune montano – ha detto questa mattina in conferenza stampa il presidente della Regione Marco Marsilio – Io credo che pretendere che tutti i comuni d’Abruzzo siano montani offende chi vive in montagna per davvero. Non si possono confondere i comuni montani che hanno 100, 200, 300 abitanti a 1000 metri di altitudine, lontani dai centri abitati, da quelli che fino ad oggi erano stati classificati montani ma sono in realtà limitrofi ai capoluoghi di provincia, hanno caselli autostradali e stazioni ferroviarie, 5 o 10 mila abitanti e fabbriche che danno lavoro a 10.000 persone».
«La legge sulla montagna deve proteggere e valorizzare chi sta in montagna per davvero – ha aggiunto – poi come tutti i confini c’è un limite ogni volta che si crea un numero, un parametro o una linea: c’è chi sta un pezzo sopra un pezzo sotto in una zona grigia difficile da stabilire. La Regione utilizzerà questo spazio di discrezionalità, come è previsto dalla legge, per fare in modo che nell’applicazione della norma si salvaguardino le condizioni di particolare disagio anche se non si è classificati come comuni montani con incentivi fiscali e deroghe per la scuola. Vogliamo chiarire che sia la questione dell’Imu agricolo che il dimensionamento scolastico precedono questa classificazione dei comuni montani che ha un’incidenza diretta soltanto sulla distribuzione di un fondo di recente costituzione da parte del governo attraverso una legge che il parlamento per la prima volta nella storia repubblicana approva e che si attendeva da mezzo secolo. La nuova legge prevede quindi dei fondi per fare investimenti sulle infrastrutture, quindi non parliamo né di agevolazioni fiscali né di incentivi per la natalità che sono regolate da altre norme tuttora vigenti che continueranno a tutelare anche i comuni che sono riusciti da quel perimetro».
Circa i parametri adottati, Marsilio ha quindi concluso: «Sono stati il frutto di mesi di lavoro da parte dei tecnici, dei rappresentanti dei Comuni, delle Province, delle Regioni dei Ministeri con il supporto di Istat, quindi l’idea che qualcuno un giorno si svegli e usi il righello e tutte queste baggianate che sentiamo dire per difendere l’indifendibile, non sono vere. Nonostante tutto, il ministro Calderoli ha aperto a un confronto e la regione Abruzzo si è fatta capofila delle altre regioni, soprattutto appenniniche, insieme al Piemonte. Abbiamo poi portato tutte le regioni a condividere una proposta nuova, perché inizialmente il conflitto non era politico, ma territoriale: le regioni alpine hanno infatti un concetto di montagna differente da quello appenninico. Questo confronto ha portato a comprendere le reciproche posizioni a trovare una sintesi e, quando abbiamo portato questa sintesi al voto delle Regioni, tutte le regioni alpine hanno approvato questa nuova classificazione che recuperava gran parte dei territori appenninici esclusi. Poi lì però è subentrata la propaganda politica con i voti contrari».
Ma, per il consigliere regionale Antonio Di Marco, «quella presentata dal presidente Marco Marsilio e dall’assessore Roberto Santangelo come “legge regionale sulla montagna” somiglia più a una riproposizione, in chiave rassicurante, della logica che accompagna la riforma nazionale sulla classificazione dei Comuni montani e che continua a lasciare fuori 26 Comuni abruzzesi, territori veri di montagna che rischiano di perdere, dal 2027, una qualificazione fondamentale per il loro sviluppo. Siamo vicini – continua – alle preoccupazioni espresse dai sindaci e condividiamo pienamente il senso dell’allarme che hanno sollevato nella missiva inviata a tutto il Consiglio e la Giunta regionali. Preoccupati perché dietro gli annunci non emergono strumenti concreti, né coperture certe, né modalità operative capaci di garantire che la perdita della “montanità” non si traduca in uno svantaggio strutturale come tutti temiamo. Al fine di avere risposte precise, presenterò un’interpellanza sul tema».
«Una conferenza per continuare a dire che: non verranno persi servizi, non verranno chiuse scuole, resteranno accessibili altri fondi, ma come? Con quali atti? Con quali risorse vincolate? Con quale certezza normativa? Rassicurazioni solo verbali non bastano – sottolinea Di Marco – . Soprattutto quando si afferma che “non tutti i Comuni possono essere montani”, come se la montanità fosse una categoria teorica e non una condizione reale fatta di isolamento, fragilità demografica, difficoltà infrastrutturali e costi più alti per cittadini e imprese. Il punto politico vero è il metodo. Oggi pensavamo, da come la notizia era stata presentata alla stampa, che ci trovassimo di fronte a una nuova legge regionale sulla montagna, pronti ad analizzarne i contenuti, invece, si è presentata la minestra governativa riscaldata, con un impianto che impatta meno della prima stesura, ma resta indigesto perché interviene in modo diretto e forte sui territori e questo senza coinvolgere: il Consiglio regionale, il Comitato legislativo che da mesi lavora proprio su queste tematiche, i Comuni che in quelle sedi sono stati ascoltati. Un organismo che aveva già affrontato e condiviso queste questioni con i sindaci è stato completamente ignorato».
«Ci viene detto che inizialmente erano 58 i Comuni esclusi in Italia e che ora sono diventati 27, con 22 recuperati in Abruzzo. Ma resta il dato politico: 26 Comuni abruzzesi restano fuori. E su di loro oggi non è stata fornita alcuna garanzia attuativa reale. Dire che potranno accedere ad altri canali di finanziamento, rigenerazione urbana, mobilità, energia o strategie territoriali, non equivale a dire che non subiranno conseguenze. Perché quei fondi: non sono automatici, non sono equivalenti, non sono strutturali, necessitano copertura. E soprattutto non sostituiscono la perdita di status. Il rischio è evidente: trasformare una scelta classificatoria imposta dal governo amico, in un arretramento silenzioso dei territori più fragili su cui si dovrebbe invece intervenire a tutela. Per questo nell’interpellanza chiederò: quali risorse vincolate saranno destinate ai Comuni esclusi, quali misure normative garantiranno il mantenimento dei servizi, quale sarà il ruolo della Regione nella trattativa ancora aperta e soprattutto perché il Consiglio regionale è stato escluso da un tema che riguarda direttamente il futuro delle aree interne. Le comunità montane – conclude Di Marco – non crescono con la propaganda».
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