Piccoli ma non minori

Piccoli ma non minori (2)

“Solo coloro che non hanno mai scritto lettere d’amore sono ridicoli. Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo senza accorgermene lettere d’amore”, così scriveva Borges con rimpianto del tempo dell’amore che brucia, della giovinezza. Così il poeta argentino affrontava il tema dal quale nessuno è immune, dal quale siamo tutti coinvolti, del quale hanno scritto le piume nobili e quelle volgari, con lettere fini o grossolane parole.

Parte di queste parole, a descrivere i tanti amori possibili, terreni e trascendenti, trovano una casa particolare nel Museo della lettera d’amore di Torrevecchia Teatina.

Il piccolo centro del chietino ospita infatti, nel settecentesco palazzo Valignani, un’originale collezione di lettere provenienti da luoghi e tempi diversi, dedicate a tanti amori, che raccontano storie commoventi, sentimentali, comiche, drammatiche.

Il museo rappresenta la quintessenza dell’intenzione che si cela dietro la rubrica: piccoli ma non minori, l’idea cioè di raccontare il rapporto tra musei e territori e scoprire le interazioni culturali che tali istituzioni possono avere con i luoghi in cui operano.

Il museo in oggetto nasce come uno spin-off culturale del concorso Lettera d’amore, promosso nel 2001 dall’allora amministrazione comunale su stimolo dell’eclettico artista e poeta Massimo Pamio e arrivato nel 2019 alla diciannovesima edizione, festeggiata con la presenza del regista Pupi Avati. Nel 2011 si pone il problema di come e dove conservare le tante lettere che il premio ha ricevuto negli anni, tenute dai giurati nelle soffitte di casa o nelle valigie sotto i letti, ma sorge anche la necessità culturale nell’animo dei curatori, di condividere tanto amore e tanta bellezza, è così che dall’incoscienza e l’intuizione ancora di Pamio e dell’allora sindaca di Torrevecchia Katia Baboro nasce ufficialmente il Museo della lettera d’amore.

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La collezione museale si arricchisce nel tempo ogni otto di agosto con le nuove lettere dei partecipanti al concorso, ma anche con le donazioni del premio campiello 2013 Ugo Ricciarellim che scrive una lettera ad hoc, di Ascanio Celestini, dello Stato Vaticano, che invia circa cinquemila lettere scritte dai fedeli presenti in Piazza San Pietro a Papa Giovanni Paolo II, di una coppia di sposi che affida le proprie memorie d’amore nell’Italia degli anni 50 alla custodia del museo e di due epistolari della prima e seconda guerra mondiale.

Oggi al piano terra dell’antica villa Valignani vi sono quattro stanze che ospitano una selezione di queste lettere, esposte attraverso un allestimento classico in cornici sulle pareti, ma anche appese al soffitto, in modo quasi da poterci camminare dentro e fermarsi, se si vuole, a leggerne a caso qualcuna. Una piccola stanza del diametro di neanche due metri, ricavata nello stretto spazio di una torre di difesa, unico spazio non accessibile a tutti del museo, ospita altre lettere sulle pareti circolari e nelle nicchie delle aperture e porta in una dimensione intima e calda; anche la luce, in genere bianca e diffusa, muta colore in questo ambiente.

Sul lato opposto del museo, attraversando il cortile del palazzo che spesso ospita gli eventi legati al concorso, un’ampia stanza con volta a botte è incorniciata da alcune cartoline d’amore, in uno spazio semi allestito adibito anche a sala convegni. Uscendo, alle spalle del palazzo vale la pena passeggiare nel Parco della riflessione, antico pomarius dove il Marchese Valignani coltivava i frutti, e dove adesso dei lecci secolari fanno da cornice ad una piccola pianta tempestata di lettere e dedicata a Vito Moretti, storico presidente della giuria del concorso Lettera d’amore, recentemente scomparso.

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Il museo va vissuto con animo predisposto al romanticismo, ci si muove infatti tra i locali senza un percorso definito, secondo la sensibilità, la curiosità e i tempi del visitatore, ogni itinerario quindi è unico.

Un occhio allenato ai musei percepisce un’assenza, l’assenza di un percorso e di guide didascaliche, che aiutino in questo viaggio tra amori sacri e profani e diano la sensazione di aver colto il meglio dell’esposizione, di aver letto le lettere giuste, ma Katia Baboro, oggi non più a capo dell’amministrazione, ma dedita all’attività culturale legata al museo e guida volontaria per chi volesse visitarlo, ci tiene a precisare che è attraverso il dubbio di non aver letto la lettera che volevi leggere, che il museo spinge ogni visitatore a tornare di nuovo. “Durante la visita ognuno ha una lettera in mano che suggerisce ad altri di leggere, ogni lettera è un’emozione personale, che ciascuno interpreta in modo intimo, bisogna prenderle a caso, come vengono, come gocce di pioggia d’estate” ci dice la Baboro parafrasando una scritta di Remo Rapino su un muro del museo, e messa così la spiegazione è chiara.

Non si può non tornare al museo dunque se si visita una volta, non ne potrà fare a meno chi scrive, per leggere e rileggere tra le altre, la Lettera dalla costa, scritta da sfollati del sisma 2009 all’Aquila, la Lettera dell’emigrante all’Italia, la Lettera alla parmigiana di melanzane, della quale comprendi la reale destinataria soltanto alla fine e una lettera piena di vita e di colori come poche, la Lettera di un ragazzo cieco alla vista.

C’è un museo con tanto amore, a Torrevecchia Teatina, da riempire il cuore di ognuno; che ci si ponga come soggetti terzi che leggono storie d’altri, o se affinità di eventi e sentimenti portino ad immedesimarsi nei ruoli di chi scrive o chi riceve, poco importa, vale la pena leggere.

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 Scheda museo

Museo della lettera d’amore

Indirizzo: P.zza S. Rocco, 4 - 66010 Torrevecchia Teatina (CH)

Sito web: www.museoletteradamore.it, Pagina Facebook: https://www.facebook.com/museoletteradamore/

Orari di apertura: Tutti i giorni nell’orario di apertura degli uffici comunali con i quali il museo condivide la sede, dal lunedì al sabato dalle ore 8 alle 14. Per le aperture domenicali e visite di gruppo contattare Katia Baboro, curatrice del museo con Massimo Pamio e appassionata e competente guida volontaria al n.3484517569.

Prezzo biglietti: L’ingresso è gratuito.

Accessibilità: I locali adibiti a museo e i servizi sono accessibili ai portatori di handicap, tranne una piccola nicchia ricavata all’interno di una torre di difesa in cima a una scala.

Parcheggio: Libero comunale nelle vicinanze (100m. circa).

Museum shop: Non presente.

Note: Se doveste trovarvi per caso a Torrevecchia senza aver previsto una visita al museo entrate lo stesso e se cercate informazioni, una guida, un contatto umano, usate gli occhi per individuare il cappellino giallo di Vittorio, custode volontario e instancabile del museo, della piazza e del parco, una di quelle persone che rendono possibile la vita culturale del nostro paese con lavori umili, costanti, fondamentali.

«La cosa migliore di quel museo era però che tutto stava sempre allo stesso posto. Nessuno si muoveva. Potevi andarci centomila volte, e quell’esquimese aveva sempre appena finito di prendere quei due pesci, gli uccelli stavano ancora andando verso il sud, i cervi stavano ancora abbeverandosi a quella fonte, con le loro belle corna e le belle, esili zampe, e quella squaw col petto nudo stava ancora tessendo la stessa coperta. Nessuno era mai diverso. L’unico a essere diverso eri tu».

Il giovane Holden, preso dalle sue lotte intestine con l’essere, ben racconta quello che un museo può essere per le persone che lo vivono, che lo esplorano e vi ritornano per vedervi spesso le stesse cose ma con occhi diversi. Egli si riferisce però ad una concezione del museo ancora ottocentesca, che oggi tende a modificarsi con un’apertura democratica verso le città e i paesi in cui sono ospitati, che vuole realizzare quel nesso museo - città - territorio che è «il cuore della nostra cultura istituzionale e civile», per usare le parole di Salvatore Settis.

Il museo è un soggetto vivo, che risponde agli stimoli e ai capricci della storia e come tale si evolve, cresce, si modifica. Dagli anni settanta ad oggi una certa museologia ha inteso però definirlo non solo come una vetrina di opere, o come luogo di studio, conservazione ed esposizione, ma come soggetto vivo capace di giocare un ruolo attivo nella vita culturale della società di appartenenza, contribuendo ad interpretare e a migliorare il mondo. Ancora più a fondo i piccoli musei di provincia, molti purtroppo fuori dai Poli Museali regionali per ovvi motivi di qualità dei servizi offerti, principalmente per mancanza di reperimento delle risorse, raccontano storie di piccole comunità che si identificano in essi, collaborano allo sviluppo di un progetto in cui si riconoscono, nella continuità o discontinuità delle generazioni, nell’adattamento rispetto alla natura del luogo in cui si trovano.

Sono questi musei, che tanto assomigliano geograficamente alla Regione Abruzzo, ai suoi borghi e paeselli arroccati e deserti tra colli, coste e montagne, che possono diventare protagonisti di un nuovo racconto culturale. È questo che cercheremo di fare in questa rubrica, promuovendo e presentando ogni tre settimane un piccolo museo d’Abruzzo, con le sue pecche, i suoi orari scomodi, le difficoltà e l’assenza dei servizi, con l’invito a visitarli proferito ai viaggiatori, ma se vogliono anche ai turisti, che sono disposti a rinunciare all’apparenza, per scoprire contenuti preziosi.

Lo faremo seguendo le indicazioni che il premio Nobel turco Orhan Pamuk ha dettato nel suo Manifesto per i piccoli musei, contrapponendo l’epica delle grandi gesta al romanzo dello storie semplici, la maestosità della rappresentazione all’intimità dell’espressione, sostituendo le case ai monumenti, le storie alla Storia, le persone alle gesta delle nazioni, gli individui alle società.

Il primo appuntamento è dunque al 6 dicembre con il primo racconto di una serie di piccoli musei abruzzesi, “Piccoli, ma non minori” come recita il titolo di questa rubrica, rubato ad una felice espressione di Edith Gabrielli, direttrice del Polo Museale del Lazio, che ben sintetizza il concetto guida della nostra proposta.

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