Mercoledì, 08 Maggio 2019 14:05

Parlare di suicidio è complicatissimo ma assolutamente necessario

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Partiamo da un pensiero semplice: parlare di suicidio è complicatissimo.

Da qualunque angolazione ci si accosti al tema, non possiamo non riconoscerne i livelli di complessità molteplici che porteranno comunque ad una parzialità di analisi.

Se è vero sempre che la parzialità è connessa all’atto stesso dell’osservare, alla limitatezza del campo visivo, all’imprecisione degli strumenti di rilevazione e al fatto che, come nel caso specifico, soggetto osservante e oggetto osservato hanno le stesse caratteristiche umane, ancor più bisognerà riconoscere che il suicidio rappresenta una di quelle situazioni che più ci confronta – drammaticamente - con il senso del limite. Un limite di fronte al quale, volenti o nolenti, ci si deve fermare.

Nondimeno, di fronte al suicidio si hanno mille interrogativi. Nessuna delle risposte che ci forniamo o che ci forniscono sarà mai sufficientemente esaustiva né rappresentativa di una complessità che può essere semplificata solo con una forzatura logica che ci consenta di fare alcune riflessioni in punta di penna, nell’assoluto rispetto che chi scrive ha per la vita e per la morte, per il dolore di chi sceglie di andarsene e per quello di chi resta, per la sofferenza e per gli abissi che l’animo umano è capace di raggiungere.

Nell’assoluto rispetto di quei limiti umani che ci imporrebbero una sospensione del giudizio di fronte a tutto quello che non possiamo capire, senza entrare nel cuneo di una valutazione morale e/o religiosa di alcuna utilità in questa sede; o peggio, di una accertamento di psicopatologia che non ha alcun senso andare a ricercare, poi.

Capire, per chi fa il mio mestiere, equivale a porsi due unici interrogativi: come prevenire (ed eventualmente affiancare chi ci abbia già provato)? In che modo sostenere chi resta?

Andiamo per gradi.

Alla base dello sconcerto che spesso proviamo davanti ad un suicidio, c’è una considerazione banale ma proprio per questo inaccettabile nella sua potenziale distruttività: il suicidio riguarda o potrebbe riguardare ciascuno di noi.

Non perché dovessimo mai lucidamente o consapevolmente contemplarlo nel pensiero o realisticamente fantasticarlo; ma, ancor più primordialmente, per essere tutti nella possibilità di commettere tale atto autolesionistico estremo, ancor che tutti nella possibilità di incorrere nel suicidio di qualcuno a noi molto vicino o caro.

Basta questo a turbare. Basta questo a far sì che quando qualcuno si suicida si attivino facilmente proprio quelle risonanze emotive alla base di identificazioni che spaventano e fanno male: aveva perso il lavoro, era una mamma, era un professionista affermato oppure un luminare, era un padre di famiglia, un figlio fragile con problemi di tossicodipendenza, era depresso, era famoso, era una ragazza così bella, era un adolescente vittima del branco, era un malato terminale, aveva una malattia incurabile, non aveva mai superato la morte del coniuge o del genitore, si stava separando: era o poteva essere esattamente come ciascuno di noi.

Ciascuno di noi, in una particolare condizione psico-emotiva o psico-fisica, in una fase specifica del ciclo vitale, oppure di fronte ad uno di quegli eventi di vita che noi clinici chiamiamo paranormativi, ossia imprevisti ed inattesi nell’arco dell’esistenza, può arrivare a convincersi di non avere altra possibilità.

Tutti possiamo trovare degli aspetti di noi che corrispondano, risuonino, si rispecchino in chi decide di togliersi la vita e questo ci spaventa: la consapevolezza, lucida o inconscia, di essere psichicamente vulnerabili. Sempre, in linea teorica.

Come pure assolutamente e altrettanto capaci - va detto e ribadito - di reagire e risanare quelle ferite dell’anima o, meglio, psichiche cui gli eventi di vita ci espongono, capaci di risanare anche quelle fragilità o traumi che hanno antica origine e sono risalenti nel tempo, capaci di superare le separazioni e i lutti, anche quelli inaccettabili, non farei il mio lavoro se non ne fossi completamente convinta.

Tuttavia, è certo che alcune fragilità o condizioni di vulnerabilità psichica, alcuni dolori e profondissimi abissi, necessiterebbero di cure e prese in carico adeguate, complesse, specialistiche e temporalmente continuative, perché da soli non ce la si fa. Cure che hanno costi non solo economici, per l’individuo, la famiglia, la società. Non sempre - e per diversi motivi - si arriva a una presa in carico e questo è uno dei punti dolenti.

Non l’unico, purtroppo. Il suicidio può essere - che se ne sia consapevoli o meno, che lo si voglia lucidamente oppure no - un atto di accusa potentissimo nei confronti di chi resta (survivors) e anche - in termini più generali - dell’intera società che non lo ha saputo prevenire.

Non è affatto facile fare i conti con il senso di colpa di cui restano vittime i familiari e le persone più vicine ad un suicida. Il pensiero di non aver fatto qualcosa di più oppure di diverso, il pensiero di non aver capito prima cosa si agitava nell’animo e nelle mente di chi è arrivato a compiere un gesto estremo, tormenta chiunque si confronti da vicino con la drammaticità di tale evento e spesso gli interrogativi e i meccanismi di colpevolizzazione restano attivi per anni perché - anche qui - le risposte non ci sono.

Oppure, anche nel caso di biglietti di addio scritti prima del gesto, non sono quelle che si cercherebbero. Perché chi decide di scrivere lascia ancor più interdetti davanti all’organizzazione di qualcosa che è stata pensata (abitualmente, in circuiti di pensiero ossessivi) prima ancora che agita: il j’accuse di un gesto premeditato e non impulsivo, può essere ancor più devastante, per chi resta.

Quello che accade è arrivare a toccare con mano (e subire) la rabbia del suicida che è autodiretta, certo, ma anche eterodiretta, come detto.

Tante letture psicoanalitiche si sono soffermate proprio su tali aspetti, evidenziando quanto un suicida scagli la propria rabbia distruttiva anche contro l’oggetto interno interiorizzato (a volte perduto) e non solo contro il proprio Sé.

Non approfondiamo in questa sede i numerosi sviluppi teorici e clinici specialistici, complessi e difficili da prendere in esame all’interno di un contributo divulgativo; ci basti sottolineare che la rabbia entra prepotentemente sulla scena al pari della depressione o del dolore profondo che scava dentro. Al pari di quella disperazione che viene oggi comunemente indicata come tratto distintivo di un gesto estremo, al di là di ogni struttura psichica di personalità.

Come detto, il quadro è complesso e rifugge a letture semplici e semplicistiche. Quel che è certo è che sarebbe opportuno che anche i familiari di un suicida chiedessero aiuto per l’elaborazione di un lutto complicato che ha delle caratteristiche specifiche, predisponendosi alla condivisione di un dolore profondo che è sempre accompagnato da componenti di rabbia, di incredulità e di incomprensione. Spesso, anche di vergogna.

Ed è anche per questo che è bene parlarne, per disinnescare quelle credenze che non hanno fondamento alcuno nella realtà. Le risposte non ci sono, si è detto, ma vanno cercate e costruite in quella restituzione di senso che si può trovare anche grazie - ma non solo - ad una psicoterapia.

Se allarghiamo lo sguardo dal particolare al generale, potremmo estendere l’atto di accusa anche alla società che ha fatto troppo poco per intercettare, accogliere e provvedere ad un disagio interiore profondissimo, non rilevandolo o fornendo risposte inadeguate ad esso? Possiamo dire che questo sia vero? Non in termini assoluti. Mai completamente.

Ben lo sanno i clinici che si sono dovuti confrontare con la perdita di un paziente, un’evenienza che solo in casi particolari è considerata  - in base a degli indicatori clinici - altamente probabile, un’evenienza che si fa sempre tutto il possibile per scongiurare. A volte, fallendo. Perché il mostro da combattere è troppo grande, perché la persona si è già arresa prima ancora che si possa dire o fare qualcosa, perché la presa in carico si trova sempre a dover fare i conti con i limiti umani e con quelli delle strutture e dei sistemi di presa in carico del disagio. Servizi migliorabili sempre, soprattutto rispetto a situazioni critiche di tale natura.

Mi si chiede, spesso, se il terremoto del 2009 abbia avuto un’incidenza su quello che è apparso all’occhio comune ed è stato spesso descritto dalla stampa come un aumento di suicidi sul territorio, nel post. Impossibile rispondere se non effettuando studi mirati che prendano in esame delle variabili precise.

Di quale territorio parliamo, per esempio? Della città? Del cratere? Della regione tutta che pure ha accolto tanti sfollati? E quale periodo prendere in considerazione?

Uno studio condotto dall’Università dell’Aquila* ha dimostrato che nei primi due anni dopo il sisma, complice anche un certo attivismo civico che ha agito da cuscinetto contenitivo del disagio, il numero dei suicidi è addirittura diminuito.

Ma cosa possiamo dire di oggi? Quali elementi abbiamo per sostenere con certezza che anche i fatti più recenti di cui la cronaca ci porta a conoscenza non abbiano collegamento alcuno con un evento paranormativo - il sisma - altamente impattante, disgregante e traumatico nei suoi effetti individuali, familiari, collettivi, comunitari? Come può il terremoto non essere concausa di difficoltà di vario tipo con le quali in un modo o nell’altro tutti abbiamo dovuto fare i conti? Difficoltà che spesso vedono proprio nel lungo termine esprimere il loro potenziale?

Non solo.

Vogliamo dimenticare il ruolo avuto da altri eventi che a quello del 2009 si sono sovrapposti? Vogliamo dimenticare quanti di noi clinici si sono dovuti confrontare con esiti psico-traumatici emersi ex-novo o riattualizzati dopo le scosse distruttive di Amatrice e del centro Italia tutto, dopo la slavina sull’hotel Rigopiano e dopo la percezione di una precarietà che ha riattivato mille paure?

Il quadro, sul nostro territorio, è davvero di gran complessità e ho idea che fare riferimento ai soli numeri, come è naturale che si faccia all’interno di uno studio statistico, faccia perdere di vista le persone, le storie di vita, perdere la possibilità di prendere in considerazione ed intercettare anche quegli aspetti e quei disagi di cui nessuno è mai del tutto a conoscenza e proprio quelli su cui puntare in un’ottica di prevenzione: chi è il suicida; che storia clinica ha, se ce l’ha; era già seguito dai servizi/professionisti di salute mentale per depressione o altra psicopatologia o meno, queste sarebbero le domande principali. Se una persona era seguita da prima del terremoto, l’evento potrebbe aver influito come fattore precipitante oppure no, conosciamo reazioni di pazienti psichiatrici che hanno saputo adattarsi all’imprevisto e alla vita nelle tendopoli meglio di altri.

Pazienti che - come confermato dallo studio di cui sopra - proprio grazie al fatto di essere già in carico presso un sistema di cure, hanno giovato di fattori di protezione cui altri non hanno avuto immediato accesso: non sempre è facile riconoscere di aver bisogno di aiuto, a volte mancano proprio i livelli di consapevolezza e anche le parole per esprimere e condividere un disagio, quando lo si provi; non sempre è facile passare dalla consapevolezza alla formulazione di una richiesta vera e propria, al contattare un professionista.

Non sempre chi sta accanto ad un potenziale suicida è preparato a riconoscere gli indicatori cui prestare attenzione e anche con tale obiettivo di chiarificazione lavorano tantissimo i centri di prevenzione**.

Se tutti i potenziali suicidi avessero la consapevolezza necessaria per chiedere aiuto e sapessero sempre e comunque a chi rivolgersi, saremmo di fronte ad una situazione ideale.

Così non è.

Proprio per questo chi lavora specificatamente nell’ambito della prevenzione del suicidio si dedica alacremente alla diffusione di informazioni che non servono solo ad un potenziale suicida ma anche e soprattutto a quanti potrebbero intercettare la concretezza di un disagio e segnalarlo a chi di competenza, oppure convincere chi si trova in una condizione di difficoltà a chiedere aiuto. Ovvio, mi si dirà.

Sicuramente non facile anche a causa di quella tendenza a sottovalutare o sminuire segnali esistenti e visibili (quando ci sono) per paura o per impreparazione. Per vergogna, anche, sia davanti ad alcune evidenze psichiatriche e depressive, sia nel caso di tentati suicidi che vengono taciuti soprattutto per la paura a confrontarsi con l’occhio indiscreto e giudicante degli altri. E questo è un altro punto di drammaticità.

Perché lo stigma che si ha nei confronti di chi sta male e di chi si mostra fragile in una società in cui molto peso viene attribuito all’apparire sempre vincenti e come persone di successo resta un ostacolo al riconoscimento e all’ammissione di un disagio psichico, ad una sua adeguata accoglienza dello stesso.

Si è molto parlato, lo scorso anno, del suicidio di Chester Bennington, noto frontman del gruppo dei Linking Park. Un suicidio avvenuto a breve distanza da quello di Chris Cornell, frontman dei Soundgarden e degli Audioslave, cui Bennington era molto legato, tanto da aver scelto proprio il giorno del compleanno dell’amico per andarsene.

Ve ne parlo qui non soltanto perché la popolarità di questi personaggi ha gran presa soprattutto sulle giovani generazioni, nel bene e nel male, anche con il rischio di emulazioni. Ve ne parlo soprattutto per dare rilievo all’impegno che fin da subito la vedova di Bennington, Talinda, con il supporto di tutta la band ma anche di associazioni che si occupano di prevenzione del suicidio, ha messo in campo aprendo, tra l’altro, ad una serie di riflessioni pressoché quotidiane sul suo profilo Twitter*** in merito alla depressione e a quanto sia importante parlarne.

Non andiamo lontani se consideriamo le azioni della vedova mosse anche dal senso di colpa che tale lutto - impossibile da elaborare nel brevissimo lasso di tempo intercorso tra l’evento e la sua attivazione personale - le avrà fatto sperimentare.

Di buono c’è che anche grazie a tali campagne, grazie all’impegno civico e grazie a quella che in psicologia si definisce riparazione, la signora ha trovato il suo modo per andare avanti, nel costante ricordo del marito. E non perché ci fosse realmente una colpa diretta da riparare - come mai c’è in nessuno di familiari di un suicida - ma perché con gran probabilità questo era quello che la sua psiche esperiva.

Il messaggio passato è stato potentissimo: di depressione si muore, anche, chiedete aiuto. Parlatene. Parliamone. Chiediamo aiuto, quando abbiamo la morte come pensiero fisso, quando non siamo più in grado di trovare ragioni per arrivare a domani, chiediamo aiuto quando tutto ci appare indifferente, quando non riusciamo più ad emozionarci per le cose belle, quando persistiamo nell’angoscia, quando la disperazione è lo stato d’animo perenne cui non fa da contraltare mai nient’altro.

Cerchiamo aiuto per noi o per quelli accanto a noi, creiamo rete che faccia da supporto alla solitudine che sperimenta chi vuole morire. Chiamiamo i Carabinieri, il Centro di Salute Mentale territoriale****, uno dei professionisti che operano nei servizi pubblici preposti alla tutela della salute psichica oppure privatamente. Perché il suicidio riguarda tutti noi.

Perché si può avere rispetto per una scelta di morte, soltanto quando è stato fatto tutto il possibile per salvaguardare la vita e la qualità della vita stessa. Merita attenzione e cura.

Anche e soprattutto quando sembra tutto compromesso.

* Si tratta di uno studio condotto sulla popolazione aquilana dal prof. Alessandro Rossi, ordinario di psichiatria dell’Università dell’Aquila e direttore del Servizio di Psichiatria dell’Ospedale S. Salvatore; e dal dr. Paolo Stratta, psichiatra del Dipartimento di Salute Mentale della locale Asl.
** Servizio per la Prevenzione del Suicidio dell’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma: 06/33775675; Linea Parla con Noi: 06/33777740
*** Su Twitter: Talinda Bennington @TalindaB
**** Centro di Salute Mentale L’Aquila: 0862368810

Letto 976 volte Ultima modifica il Mercoledì, 08 Maggio 2019 14:34
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