Venerdì, 27 Giugno 2014 19:08

Dirty Job, arrestati non parlano. L'avvocato:"Accuse gravi da dimostrare"

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Dirty Job, arrestati non parlano. L'avvocato:"Accuse gravi da dimostrare" Alfonso Di Tella accompagnato in custodia verso l'interrogatorio

Si sono svolti oggi gli interrogatori di garanzia per i quattro imputati finiti agli arresti dopo l'inchiesta Dirty Job, condotta dalla direzione distrettuale antimafia abruzzese.

Di fronte al Gip Giuseppe Grieco sono sfilati l'imprenditore marsicano Michele Bianchini e Alfonso, Cipriano e Domenico Di Tella (rispettivamente padre e figli) che si sono tutti avvalsi, come prevedibile, della facoltà di non rispondere.

"I miei clienti si sono avvalsi perché la copia degli atti verrà consegnata a noi difensori nella prossima settimana inoltrata - ha dichiarato ai giornalisti presenti fuori l'aula l'avvocato Massimo Carosi - I reati contestati sono molti gravi ma tali contestazioni ovviamente sono tutte da verificare. Dall'ordinanza comunque emerge che non c'è nessun collegamento esterno con la malavita organizzata, che non è poco. Viene ipotizzato - ha continuato l'avvocato - il collegamento ai sensi di art 7 della legge del '91 sulle associazioni criminali che consisterebbe nell'averle agevolate. In che cosa consista questa agevolazione anche da una lettura approfondita dell'ordinanza di custodia cautelare non è dato capirlo".

Per quanto riguarda invece gli imprenditori aquilani coinvolti ed attualmente ai domiciliari - l'ex presidente dell'Aquila calcio Elio Gizzi e i fratelli Dino e Marino Serpetti - si attendono a breve anche per loro gli interrogatori.

I reati che si contestano a vario titolo sono estorsione aggravata dal metodo mafioso, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.

Il meccanismo illecito scoperto degli inquirenti consisteva nell'assegnazione illegittima di una decina di cantieri al gruppo imprenditoriale campano dei Di Tella - ritenuto vicino al Clan dei Casalesi - da parte delle imprese aquilane. Il tutto per un giro d'affari di circa 10milioni di euro.

Stando alle indagini alle ditte aquilane a cui venivano assegnati i lavori della ricostruzione privata, spettava il 30% del contributo, praticamente senza dover far niente. Contestualmente i Di Tella provvedevano a farsi retrocedere dagli operai casertani fatti assumere, quasi la metà dello stipendio tramite prelievo agli sportelli Bancomat.

Oltre ai sette oggetto delle misure cautelari risultano indagati a piede libero nell'inchiesta altre tre persone. Ma intanto le indagini proseguono con le Fiamme Gialle che hanno effettuato controlli in cantieri e in sedi legali di alcune ditte edili dell'Aquila.

Ultima modifica il Domenica, 29 Giugno 2014 22:10

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