Verso sera

Verso sera (13)

A poche ore dalla fine degli incendi che hanno devastato le pinete della fascia pedemontana che percorre il versante Nord della conca aquilana, ci si chiede cosa si sarebbe dovuto fare e si può fare per proteggerci dal fuoco estivo, doloso, e salvaguardare dalla distruzione il patrimonio forestale che circonda la città.

Inoltre, si fanno supposizioni e ipotesi sul movente e sull’artefice di tale crimine.

Partendo dalla prima questione, si potrebbero dire molte cose. Proviamo ad individuarne alcune.

1) La tipologia dei boschi (o più correttamente delle pinete)

La pineta come ormai da alcuni anni sentiamo, almeno da quando la sensibilità e la cultura ecologista si è diffusa, non è una vegetazione autoctona, è frutto di rimboschimenti partiti principalmente negli anni del fascismo, continuati con la Repubblica, ad esempio il Piano Fanfani, ed erano finalizzati a ri-fertilizzare il terreno e bloccarne i cedimenti prevenendo frane e smottamenti. Avrebbero dovuto lasciare il posto alla piantumazione o alla nascita spontanea, previo diradamento della pineta, di vegetazione autoctona e tipica delle nostre latitudini.

Questa seconda fase non è mai stata avviata, come nella più classica tradizione italiana. Le pinete sono molto facilmente infiammabili e, come abbiamo visto in questi anni, danno vita a incendi difficili da spegnere. 

I boschi di querce, faggi e altra vegetazione autoctona offrono più resistenza alle fiamme.

Da tanti anni, associazioni ambientaliste, botanici, forestali, chiedono che si vari un piano per la sostituzione almeno parziale, senza addentrarci nei tecnicismi, delle pinete.

Il piano presentato anche alla passata amministrazione regionale, prevedeva, a fronte di un impegno economico di alcuni milioni di euro, una ricaduta occupazionale almeno decennale. Le pinete andrebbero sostituite con nuove piantumazioni da seguire e coltivare negli anni.

Mai nessuna amministrazione ha preso sul serio tale progetto, che avrebbe rappresentato e rappresenterebbe un esempio virtuoso di cura e manutenzione del territorio, da tutti sbandierata ma da nessuno praticata.

Senza volere tornare su questioni eterne e divisive, le amministrazioni, tutte, preferiscono buttarsi nella retorica delle grandi opere, delle grandi infrastrutture, tutte denominate ipocritamente indispensabili e sostenibili, e i soliti arroccamenti sciistici, ignorando la manutenzione e cura del territorio. Perché?

A mio avviso la ragione risiede nell’immaginario collettivo costruito e coltivato negli anni del consumismo esasperato dei decenni che abbiamo alle spalle.

Le grandi opere richiamano un’idea di grandiosità, di dominio sulla natura, di forza incontrastata, di antropocentrismo vincente. Ogni amministrazione punta a lasciare traccia di sé attraverso un’opera grandiosa, enorme.

L’impiantistica per lo sci invernale, ancor di più, richiama nell’immaginario collettivo un’umanità ricca, festeggiante, lussuosa, rappresentata benissimo dai film di Vanzina. Uomini e donne bellissimi, lusso, denaro, tutto chiaramente da ostentare per mostrarsi vincenti. Questo è l’immaginario sul quale si gioca.

Al contrario, il lavoro nel bosco evoca uno scenario più simile al dipinto di Teofilo Patini “Bestie da soma”, sudore, muli, zappe, trattori.

Non c’è da stupirsi se l’uomo contemporaneo, antropologicamente mutato in consumatore, inconsciamente finisca per accettare alcuni modelli rifiutandone altri. Ma come sovente è accaduto nella storia dell’umanità, ciò che si credeva moderno è divenuto nel frattempo vecchio, di più, arcaico. E la politica, anche essa mutata alla radice, incapace di indicare una visione, ma pronta solo a “fiutare l’aria” per assecondare anche gli istinti peggiori e autodistruttivi di una collettività disorientata, si limita a inseguire miti vecchi e logori, quanto il primo e bellissimo “Vacanze di Natale”.

Quanti roghi ancora dovremmo subire affinché si destinino milioni di euro alla manutenzione e cura del territorio, boschi compresi, invece che ad opere inutili e irrealizzabili?

"Finita la festa gabbato lo santo” si dice al Sud: tempo qualche giorno e svanirà l’attenzione sul pino nero per tornare a parlare di tunnel e seggiovie.

2) La soppressione del Corpo Forestale dello Stato

Rappresenta un errore madornale e imperdonabile, sia per come è stato pensato sia per come è stato realizzato. Pensato per ragioni di demagogica razionalizzazione delle spese dello Stato. Renzi, per mostrarsi un efficiente tagliatore di sprechi, ha finito per combinare un guaio i cui effetti subiremo per decenni, fino a quando non si avrà il coraggio di ripristinare un corpo di polizia ambientale, radicato nel territorio.

La Forestale, al di là di qualche degenerazione, viveva e conosceva il territorio. Dal punto di vista fisico, sociale, umano e ambientale. Sapeva dei conflitti che vivevano alcune realtà, conosceva potenziali settori criminali, aveva una formazione specialistica e specializzata.

Borghi e montagne ora sono abbandonati, i mezzi che aveva in dotazione il CFS sono in molti casi fermi, gli stessi forestali sono vittime di una diaspora lavorativa che ha sciupato professionalità e saperi maturati negli anni.

Dispiace e irrita constatare l’assenza del minimo segno di ravvedimento da parte di chi ha realizzato questa sbagliatissima riforma.    
       
3) Disorganizzazione

L’organizzazione degli interventi di spegnimento è apparsa, pur rispettando profondamente il lavoro degli addetti, improvvisata e lacunosa.

Personalmente partecipai alle operazioni di spegnimento dell’incendio di Monteluco, qualche anno fa, e in quell’occasione mi colpì la totale mancanza di organizzazione e coordinamento.

Gli intervenuti non avevano nessuna conoscenza del luogo, delle vie di accesso e fuga, degli spazi più impervi, della presenza di sentieri e piste per portare i mezzi vicino al fronte del fuoco.

La presenza di uomini e donne “del territorio” è fondamentale, così come lo è un sistema di controllo e avvistamento, che nei mesi a seguire gli incendi di San Giuliano e Monteluco fu introdotto, ma nel giro di un anno è andato perduto.

4) Artefice e movente

Il quarto aspetto è legato all’analisi dell’artefice e del movente.

La ferocia ottusa con la quale si aggrediscono ecologisti e idee di tutela e protezione della natura, finisce per giustificare azioni violente contro l’ambiente, mostrandole come ripercussioni contro ipotetiche politiche che bloccherebbero un magnifico sviluppo.

Negli anni la cronaca ci ha raccontato episodi di uccisioni di orsi, lupi e altre animali protetti come vendetta nei confronti di leggi che impedivano all’uomo di vivere il “suo” territorio.

In realtà questo atteggiamento nasconde la frustrazione per non poter avere, come è stato per secoli, mano libera sull’ambiente, libertà di sopprimere gli animali definiti “nocivi”, di bruciare boschi per creare pascoli e per evitare i “fastidi” della macchia e per privare di nascondigli la fauna selvatica (la necessità dei rimboschimenti nasce da questa distruzione sistematica delle foreste), di costruire ovunque, di scaricare rifiuti e liquami nei fiumi e nei boschi, di cementificare ogni angolo  e si badi bene che la cementificazione non è più rappresentata dall’espansione edilizia, ormai satura, ma il suolo viene occupato al ritmo di due metri al secondo da grandi opere, complessi turistici, occupazione delle spiagge e altri, tanti, interventi similari.

Nella nostra sfortunata città sono riecheggiati, anche in questa occasione, attacchi a presunte leggi volute dagli ambientalisti che avrebbero impedito la cura dei boschi! L’ignoranza è pari alla malafede!

Venendo all’artefice e al movente, premesso che solo l’autorità competente potrà, speriamo, chiarire questo aspetto, mentre questo accade ci si interroga e si formulano ipotesi.

La natura dolosa è fuori discussione, così come la conoscenza da parte del criminale incendiario del luogo, delle sue caratteristiche climatiche e fisiche.

L’appalto milionario per la gestione dei Canadair desta perplessità e aperte contrarietà che spesso sfociano in sospetto. Senza dubbio, anche in questo settore, è tempo che lo Stato torni a riappropriarsi dei suoi compiti.

Ma se fosse opera “semplicemente” di un necrofilo? Di un individuo che ama la distruzione, che gode della morte, della sensazione che questa genera, del panico, dell’angoscia, della paura e del disorientamento.

L’animo distruttivo del necrofilo si nutre di queste sensazioni, che provocano un piacere anche fisico, un eccitamento pornografico che si nutre della situazione generata e della sofferenza altrui.

Molti sopravvissuti ai campi di sterminio hanno raccontato del piacere fisico che avevano gli aguzzini nazisti nel provocare dolore e morte. Non è solo questione di mancanza di empatia, caratteristica peraltro diffusa in un’epoca di narcisismo trionfante, ma qualcosa di più tremendo: il piacere del male e la più assoluta mancanza del senso di colpa, aspetti questi ultimi tipici anche dei serial killer.

Questa mostruosità emotiva viene giustificata, attraverso sofisticati meccanismi di difesa come la razionalizzazione o l’intellettualizzazione, al fine di potersi assolvere raccontandosi una realtà di comodo. In casi ancora più gravi si riscontrano deliri salvifici che descrivono il proprio atto criminale come un gesto di estrema e dolorosa giustizia per un torto subito.

Se così fosse, ci troveremmo di fronte ad una realtà mostruosa, dove non è un interesse economico a muovere un crimine ma un pericoloso delirio e scostamento dalla realtà. E ad oggi ancora non conosciamo cause e artefici dell’incendio di Monteluco...

“La realtà è peggiore: all’uomo non è possibile evadere dalla natura, tutt’altro che pacifica e armonica nel suo essere. La teoria dell’evoluzione mostra come si realizzi la sopravvivenza degli organismi più forti e adattabili. Una volta nati siamo destinati a scomparire, e nel frattempo siamo impegnati, in competizione con gli altri viventi, ad assicurare la sopravvivenza ai nostri geni. Tutto ciò ci inquieta e sottomessi alla natura, torna a noi, ancora più urgente, la domanda: dov’è dunque Dio?”.

Con questa frase inserita in un lungo articolo dell’11 aprile ’20, apparso su Avvenire, Dietrich Korsch, teologo luterano, testimonia il dubbio e la riflessione che anche la teologia si pone sul futuro dell’umanità, o meglio, del Creato, ai tempi della pandemia. Il teologo conclude la sua riflessione sostenendo che “la natura non determina il senso della nostra esistenza poiché nulla ci può separare dall’amore di Dio”. In tal modo prova a risolvere il dubbio che investe tutti noi sul complesso rapporto uomo/natura che è alla base della nostra sopravvivenza e dell’esplosione della pandemia virale.

Cambiando registro e passando dalla teologia alla scienza, la letteratura scientifica da tempo ha identificato i fitti legami fra la diffusione delle patologie infettive e fattori antropici, ne elenchiamo alcuni: 

  • l’elevata densità abitativa dei centri urbani, nei quali vengono ammassati milioni, decine di milioni di individui, spesso strappati da ambienti rurali con il loro portato di usi e costumi. Il mercato arcaico di Whuan, da dove pare sia partito il virus, ai piedi degli enormi grattacieli, centro della finanza della più grande potenza economica mondiale, ci racconta di questa velocità non sostenibile per l’uomo, per integrarsi e adattarsi al nuovo modo di vivere. In questo senso l’uomo è antiquato, non tiene il passo dei cambiamenti che produce. Una volta in più la pandemia ci interroga su come costruiamo ed abitiamo gli spazi;
  • l’ampliamento smisurato dei terreni coltivabili ai danni della foresta per potenziare gli allevamenti intensivi, vera bomba ecologica che crea problemi sanitari dalla fase della nutrizione del bestiame, passando per la macellazione, per finire al consumo di un prodotto non certo “sano”;
  • I continui e frenetici spostamenti di centinaia di milioni di individui da una parte all’altra del mondo, per ragioni diverse: commerciali, turistiche, produttive in senso più ampio. Questi continui spostamenti oltre a muovere persone e virus creano un impatto in termini ecologici mostruoso, navi ed aerei sono tra i principali produttori di inquinamento.

E potremmo continuare con altri esempi.

In questo modo il nostro ruolo predatorio nei confronti della natura ha causato il convergere di due crisi, quella ecologica e quella sanitaria. Sappiamo che non potremmo salvarci solo con i progressi della ricerca scientifica (dopo questa pandemia ve ne saranno delle altre), ma cambiando i nostri stili di vita o meglio la nostra visione del mondo e del suo esserci.

Edgar Morin sostiene che l’uomo è anche demens, non solo sapiens. La natura e l’uomo sono abitati da sempre anche da disordine e distruttività, che non possiamo dominare. Illudersi di possedere tutto con l’inevitabile Progresso, assurto a legge ineludibile della Storia, ci espone ad un terribile tradimento, che ci trova culturalmente e psicologicamente impreparati. La Storia si muove verso l’incertezza, in questi tempi ci confrontiamo, come in altre epoche definite buie e torbide, con l’irrazionale e il precario. Le categorie della crescita, dello sviluppo, del reddito mostrano, come in tanti inascoltati avevano previsto, non solo la loro inadeguatezza ma anche la loro pericolosità.

Se questo è il futuro allora dobbiamo prepararci ad affrontarlo dal punto di vista politico, economico, individuale e psichico.

Per brevità analizziamo solo alcune dimensioni che richiederanno una nostra scelta.

La sanità. Se qualcosa ci ha insegnato questa vicenda è che la sanità deve essere un diritto universale e non un privilegio. Il modello sanitario americano (quello delle assicurazioni) mostra la sua inadeguatezza e crudeltà; tutti gli esseri umani, in quanto tali, hanno diritto alle cure, è eticamente giusto così, è più sicuro per l’intera società. La sanità pubblica diviene garanzia di giustizia sociale e qualità. Quando la gestione della sanità si pone come fine quello del business finisce per partorire dei mostri; ospedali pubblici indeboliti per favorire il privato, reparti potenziati in base agli interessi economici da attrarre, distanza siderale dalla realtà di milioni di cittadini. Una sanità che va ripensata sul territorio, con presidi diffusi e “vicino” alle persone, non più solo ospedali che dovrebbero assolvere tutte le funzioni. Andrebbe rivista radicalmente anche la concezione della formazione, riducendo i numeri chiusi nelle professioni sanitarie, evitando in tal modo il paradosso che i giovani vadano a studiare medicina o psicologia all’estero, stroncati dal numero chiuso in Italia, e poi in caso di bisogno chiedere medici a Cuba, Russia, Cina e richiamare in servizio i pensionati. Prassi questa ultima, in realtà, in uso già prima della pandemia. Per fare questo naturalmente sarà necessario implementare il personale docente e le strutture formative, reparti, ambulatori, dipartimenti.

Ambiente e turismo. Abbandonare definitivamente l’idea di essere padroni e possessori della natura, archiviando l’ipocrita utilizzo di espressioni quali sostenibilità, quando vengono utilizzate per realizzare opere che non hanno nulla di sostenibile. Essere consci del fatto che le categorie di sviluppo e crescita se portate all’infinito ci espongono alla catastrofe. Il turismo di massa ne è uno dei massimi esempi. New York in tre giorni, Mosca e San Pietroburgo in un week-end, la Giordania in 4 giornate e via dicendo: questo modello low coast muove milioni di persone che consumano troppe risorse e che trasformano l’essere umano in un consumatore globale ben lontano dal viaggiatore che scopre e vede nuovi mondi e culture, ammesso che nel modo globalizzato ve ne siano ancora. La limitazione agli spostamenti magari ci porterà a fare un viaggio di 15 giorni l’anno in un luogo, invece che cinque frenetici, consumistici week-end all’estero ogni anno. Magari le spiagge torneranno ad essere un luogo di relax e non di confusione dove ammassare migliaia di persone in pochi metri, per poi erodere alla natura altre spiagge per altri ammassamenti. Magari impareremo, come altre popolazioni, a viaggiare tutto l’anno e non solo ad agosto, magari torneremo a scoprire luoghi dimenticati perché esclusi dai grandi circuiti turistici. In conclusione, torneremo ad essere viaggiatori e non più turisti compulsivi.

Città. Costruire spazi adeguati all’uomo, nei suoi bisogni e nelle sue esigenze. La costruzione delle città dovrà, avrebbe dovuto, rispondere a questi criteri e non a quelli del profitto. Si sono realizzati, in tutto il mondo, spazi angusti, privi di servizi e bellezza, dove ammassare decina di migliaia di persone chiamate forza-lavoro. Migliaia di persone da spostare nei luoghi della produzione su trasporti simili al quelli del bestiame, altrettanto indecenti e indegni. La quarantena ci pone con forza la domanda: dove viviamo? La risposta ci apre ad un altro indissolubile interrogativo: come viviamo in questo posto? Dove le persone vivono ammassate registriamo maggiore fragilità e vulnerabilità sanitaria e psicologica, andrebbero dunque ripensati e riqualificati i luoghi che abitiamo, i trasporti, le opere da realizzare e quelle assolutamente da non realizzare più. I tanti miliardi che si vogliono investire in inutili e superati complessi turistici di massa, ad esempio, potrebbero essere utilizzati per potenziare finalmente i trasporti pubblici.

Nella ri-organizzazione dello spazio sarà necessario pensare una ri-organizzazione dei tempi, quelli di lavoro e quelli personali, quelli scolastici e quelli ludici. Liberando magari e finalmente delle ore per sé stessi, attraverso appunto una nuova organizzazione e concezione del tempo e dell’uomo.

Organizzazione socioeconomica. Le difficoltà si affrontano insieme, ci si salva insieme. Uguaglianza e fraternità dovrebbero essere le idee del XXI secolo. Solo sentendoci partecipi di un destino comune potremmo far fronte alle incertezze e angosce del presente e del futuro. Non più una società dunque di ultraricchi e tantissimi poveri che si arrangiano, fondata sull’accumulazione di ricchezze, ma un sistema più bilanciato, al centro del quale porre l’organizzazione dei cosiddetti beni comuni (espressione abusata quanto resilienza): sanità, città, ambiente, sapere.

Infine, di fronte alla finitezza di essere mortali e all’incertezza del vivere, abbandonando frenesie e narcisistici desideri compulsivi della ipermodernità, potremmo riscoprire il miracolo quotidiano di esseri vivi.

Le epidemie, scrive lo storico Scheidel, sono il “Quarto Cavaliere” dopo gli altri tre, guerre, rivoluzioni e crolli di stati e imperi. Virus e batteri aggiunge Alberto Negri, sono stati molti più letali di tutti i disastri causati dall’uomo.

In ogni epoca le pandemie hanno avuto effetti straordinari sulla demografia, sui rapporti di forza dentro le società, sull’economia e sulla politica. Oggi, certo, la società è più sofisticata, dall’informatica, ai robot, alle biotecnologie e alla loro applicazione all’uomo, per non dimenticare poi il capitalismo finanziario e ipermoderno, eppure le epidemie continuano, come un tempo, a fare paura. L’essere umano si riscopre “antiquato” (Gunter Anders), troppo umano, limitato e finito, non più onnipotente e padrone del mondo. Il tempo che dobbiamo vivere non lo possiamo scegliere, per questo, con splendida espressione, gli esistenzialisti sostengono che siamo gettati nel mondo e l’unica risposta che possiamo dare alla nostra gettatezza è un progetto di mondo, si spera autentico, unico ed irrepetibile e questa responsabilità rende l’uomo condannato alla libertà (Sartre).

Ed ora che la pandemia ferma il mondo, anche il nostro piccolo mondo, ci rendiamo conto di quale mondo avevamo costruito, pubblico e privato. Tutto ciò che fino a ieri ci attanagliava ormai è un ricordo remoto, il governo che rischiava di cadere sulla prescrizione è qualcosa che solo storici e giornalisti ricordano; il meeting dei conservatori europei, con l’astro nascente Meloni, non lo ricordano neanche gli storici ei giornalisti. Eppure, queste questioni ci tenevano davanti ai talk show o ai giornali per ore. Quante volte negli ultimi trent’anni la Storia si è imbizzarrita, impennandosi e cambiando direzione, sfuggendo di mano a tutti i governi e a ogni previsione!

Il presente ci parla della necessità di avere uno Stato centralista e regolatore, delle garanzie di qualità e quantità della sanità pubblica, dei limiti dell’ideologia dello sviluppo, esasperata e totalizzante, dell’adeguatezza e della gentilezza di potenze straniere non-alleate e della inadeguatezza e cinismo degli alleati: uno stravolgimento nel giro di dieci giorni. Nulla sarà come prima, ovvio, non sappiamo però se il mondo sarà migliore o peggiore. Se lo scenario pubblico sprofonda nella mancanza di certezze, lo scenario privato si rivoluziona, se possibile, ancora di più.

Le dimensioni nella quali siamo al mondo, spazio e tempo, cambiano radicalmente.

Il tempo puntillistico (Bauman), compulsivo, intasato, mancante, improvvisamente inverte la sua marcia, diventa libero, largo, quasi ascetico, senza orologio, scandito dai ritmi naturali, biologici, come gli eremiti, come gli animali bradi. I bambini felicissimi di poter stare tutto il giorno con mamma e papà, finalmente liberi dagli impegni performanti e quotidiani decisi dai loro genitori. L’unico retaggio del passato è rappresentato dallo smartphone, ancora più invadente ma ormai un avamposto dell’apertura al mondo. Siamo in contato costante con persone, i nostri familiari, che prima vedevamo con ritmi ed orari precisi, impariamo a conoscerli nel dettaglio, nel segreto, potendoli osservare per ore.

Ogni giorno ci sembra uguale al precedente, l’agenda viene consultata per noia, tutto è fermo, in attesa di qualcosa che sta per arrivare, di un esercito invisibile che non abbiamo armi per fronteggiare. Ognuno di noi ha il suo tempo, chi vive solo avverte il morso della solitudine ancor di più, privato dei contatti relazionali che lo tiravano via dalla sua condizione. Oppure il contrario, improvvisamente si sente meno solo, essendo l’isolamento la condizione di tutti e non solo la sua, dunque non diverso dagli altri ma, finalmente, nella stessa condizione degli altri.

Ben diverso è il tempo di chi vive nelle zone infettate, il posto dell’attesa è stato preso da thanatos, la pulsione di morte è calata e si sta prendendo il tempo, i pensieri, il futuro. L’angoscia domina e il desiderio è sullo sfondo. Tutto è alterato. Tanti psicoterapeuti raccontano come il dolore più forte è vissuto da chi perde una persona cara e non ha la possibilità di vederla, salutarla e celebrare il rito funebre. L’angustia profonda come ai tempi della morte nera, la peste del Trecento, quando i corpi andavano immediatamente bruciati.

Lo spazio, altra dimensione nella quale siamo al mondo, subisce identico stravolgimento. Uno spazio urbano sovraffollato, denso, veloce, diviene improvvisamente vuoto, semidesertico, a volte buio; la frenesia di mille relazioni in spazi continuamente diversi nei quali siamo in movimento, lascia il passo ad uno spazio unico, spesso angusto, dove si vive una sola relazione. Se nello spazio quotidiano siamo in movimento e sempre pronti nell’abbigliamento e nell’espressione, ora da dieci giorni e per il prossimo mese, o forse più, abbiamo dismesso, camice, giacche e gonne e vestiamo tute e magliette. Spazio obbligato nel quale non possiamo fuggire, dobbiamo stare in relazione con chi c’è, ci piaccia o meno, ci nutra o meno.

Siamo stati precipitati nel polo opposto rispetto a quello che abbiamo abitato fino a dieci giorni fa: il tempo veloce è divenuto lento, la società iperproduttiva si è fermata, l’iperattività è stata sostituita dalla lentezza, gli spazi multipli da uno unico, le mille facce da poche facce che ci guardano e che guardiamo continuamente e chi è solo sente questa condizione con più intensità.

È facile prevedere che la tenuta emotiva di molte persone avrà un termine e che registreremo un cedimento, un crollo, che aprirà la fase dell’emergenza psicologica, fermo restando che già oggi 12 milioni di italiani assumono psicofarmaci e questo numero è destinato a crescere. Se la condizione di semi-isolamento per molti può essere piacevole e aiuta a vivere relazioni in salute, per altri rappresenta un incubo, fatto di rinunce, sopportazioni, sofferenze.

Alla caduta psichica si affiancherà quella economica, già in atto, che travolge grandi gruppi industriali, piccole imprese, lavoratori regolari e irregolari, quelli che vivono di piccoli espedienti in nero e che ora non hanno neanche questa possibilità, scivolando immediatamente nella miseria. Se questo epocale sovvertimento della nostra modalità di essere al mondo ci lascerà qualcosa di buono, questa sarà la consapevolezza che una società che non può permettersi di sospendere per alcuni mesi le sue attività forse non è la migliore organizzazione socio-economica possibile, che vivere liberamente il proprio tempo e spazio era una condizione di privilegio e che invece dovrebbe essere la normalità, che le attuali regole sociali ed economiche non sono per sempre, non sono immutabili e soprattutto non sono le migliori.

E che soprattutto l’uomo torna al cospetto del Nulla, impaurito e senza certezze, come è stato per milioni di anni.

Siamo arrivati alla stretta finale sulla realizzazione degli impianti di sci dei Campi della Magnola. Il comprensorio sciistico di Ovindoli, e più in generale delle Rocche, rappresenta senza dubbio un fattore di sussistenza economica fondamentale per quell’altipiano, al pari del turismo estivo e naturalistico.

Non c’è bacino sciistico in Abruzzo, come del resto in Italia, che non sia interessato da progetti di ampliamento che prevedono nuove infrastrutture, nuovi collegamenti, nuove edificazioni in ambienti molto spesso protetti in quanto di grande pregio, sensibilità e fragilità. Questi progetti a volte vengono finanziati, altre volte rimangono sulla carta, in entrambi i casi suscitano infinite polemiche e feroci contrapposizioni tra chi ritiene insostenibili i costi ambientali ed economici, anche in prospettiva futura, in considerazione dei cambiamenti climatici e delle mutate condizioni economiche della popolazione, e chi invece ritiene questi interventi un impareggiabile occasione di crescita economica da realizzare a qualunque costo, economico ed ambientale.

Nel caso specifico, la zona interessata è ricompresa in parte nella ZPS, Zona di Protezione Speciale IT 7110130, proprio per l’alto valore ambientale dei luoghi e, in base al progetto, sarà profondamente trasformata.

Le criticità maggiori riguardono il disboscamento che andrà in parte effettuato in quanto, al contrario del bacino sciistico del Gran Sasso, gli impianti di Ovindoli e Campo Felice si snodano in un ambito boschivo; dalla cresta del Sirente, guardando verso la Magnola, e dalla cima di Monte Ocre, guardando verso Campo Felice, si può osservare il grave impatto sull’intero complesso boschivo. Questo intervento, accompagnato da quello di sbancamento e movimento terra per la creazione delle piste e per collocazione degli impianti, attraverso l’utilizzo di mezzi meccanici, produrrà una compromissione dell’ecosistema presente di alto pregio che avrà ripercussioni su specie faunistiche a rischio di estinzione come l’orso bruno marsicano e la vipera orsini. Questa alterazione è di tutta evidenza, in quanto non si può certo ritenere che il corridoio ecologico per l’orso resti tale in caso di realizzazione di infrastrutture così pesanti che richiameranno migliaia di persone e, soprattutto, andranno ad alterare l’habitat necessario alla presenza di questa specie, come di altre.

Un’ulteriore criticità, valida in tutti i progetti di ampliamento, attiene la vita di questi impianti in relazione ai costi altissimi sia per la realizzazione che per la manutenzione e in relazione ai cambiamenti climatici in atto che comportano l’innalzamento dello zero termico e la conseguente difficoltà ad avere l’innevamento necessario.

Ora, soffermandoci su questo ultimo aspetto, va sottolineato con forza come la soluzione prospettata per far fronte alla carenza di neve, cioè l’innevamento artificiale, rappresenti una cura peggiore della malattia, in quanto ha costi economici ed ambientali esorbitanti, che vanno a contribuire significativamente alla distruzione di risorse energetiche e naturali.

Vediamo alcuni dati provenienti da diverse fonti, ENEA e WWF, ma sostanzialmente convergenti:

  • ogni anno vengono impiegati 95 milioni di metri cubi acqua e 600 gigawattore di energia;
  • il costo economico è di 136000 euro per ettaro di pista;
  • un metro cubo di neve artificiale costa 3 euro e, al tal proposito, Funivie Campiglio nel 2015 comunicò che aveva speso un milione di euro per produrre 400000 metri cubi di neve artificiale, impiegando 270 milioni di litri di acqua per produrre dai 500 a 675 mila metri cubi di neve;
  • un metro cubo di neve artificiale pesa 500/600 kg, quella naturale 250/300, provocando una significativa alterazione sul terreno che compromette attraverso la mancata areazione e il danneggiamento alle radici, la crescita vegetale;
  • per la produzione di neve artificiale è necessario scavare degli invasi e, in taluni casi, è previsto l’utilizzo di prodotti chimici.

Si evince con chiarezza come l’innevamento artificiale abbia costi economici ed ambientali alla lunga insostenibili: pensare di utilizzarlo per fronteggiare le difficoltà provenienti dal cambiamento climatico, provocato anche dall’uso sconsiderato delle risorse naturali, è semplicemente folle e rappresenta emblematicamente il comportamento suicida dell’uomo moderno che pretende, novello Icaro, di sfidare ogni limite!

Tornando al progetto dei Campi della Magnola e al territorio del Parco Velino/Sirente e delle Riserve limitrofe, non va taciuto che tale luogo di grande bellezza e pregio ambientale da anni è sottoposto ad attacchi antropici, espansione edilizia, arroccamenti, riperimetrazioni continue dei confini del Parco. Solo qualche anno fa dopo una lunga battaglia legale e amministrativa, il TAR bocciò la delibera che autorizzava una inutile e massiccia espansione edilizia a Rocca di Mezzo; progetti di collegamenti funiviari sono presenti su tutto il territorio, uno per tutti quello che prevede il collegamento con Campo Felice passando per Pezza.

In ultimo, ma non per importanza, va segnalata la continua riperimetrazione del Parco, ve ne sono già state tre e si prepara la quarta, dopo il fallimento di due tentativi portati avanti dalla Regione a presidenza Chiodi e poi D’Alfonso. La proposta di riduzione che a breve arriverà in Consiglio Regionale ed avrà il sostegno anche della coalizione guidata da Legnini riguarderà i territori della Valle Subequana, la parte bassa del Parco, ed è fortemente sostenuta da alcuni sindaci vicini al centrosinistra quando governava il centrosinistra ed ora in zona Lega/FDI, fedeli al motto che in Italia si corre in soccorso del vincitore!

La ragione ufficiale che spinge i sindaci sarebbe legata alle lentezze burocratiche dovute ai ritardi degli uffici del Parco nel rilasciare autorizzazioni e permessi: più in generale, ci sarebbe una forte insofferenza verso vincoli e restrizioni. La realtà ci dice anche che gli amministratori dei piccoli paesi spesso sono condizionati da gruppi di cacciatori (in un comune come quelli della Valle Subequana si viene eletti con 15/20 voti…) e di piccoli imprenditori edili che vorrebbero le “mani libere il più possibile”; è chiaro che la presenza del Parco crea dei fastidi.

Va aggiunto che le Amministrazioni regionali degli ultimi decenni non hanno investito su questo Parco e sul territorio nel quale ricade, non dando la possibilità al Parco di funzionare e mettere in campo progetti; pertanto, è sembrato un ente che impone solo divieti senza attuare politiche di valorizzazione del territorio e di sostegno alla comunità. Il Parco Velino/Sirente da troppi anni è commissariato ed ha una disponibilità economica da soglia di sopravvivenza: questa situazione espone gli amministratori locali - a volte, a dire il vero, non di grandissima qualità - alle pressioni di piccoli e grandi gruppi di potere che facilmente condizionano le amministrazioni.

Due evidenze però saltano aglio occhi: 

  • il Parco non andrebbe ristretto ma fatto funzionare con fondi e governance adeguati;
  • della tutela e della conservazione degli ecosistemi di quel territorio rischia di rimanere ben poco se nelle zone alte si continuano a costruire arroccamenti, con quello che comportano, e nelle zone basse si cancella il parco e di conseguenza le norme di conservazione.

La strada da percorrere esiste ed è quella attuata in alcuni territori protetti che riescono a coniugare tutela, turismo regolato e sopravvivenza delle comunità locali, PNALM docet!

Se le risorse venissero destinate allo sviluppo di un turismo sostenibile realmente, naturalistico, culturale, ambientale in tutte le sue declinazioni, mantenendo e curando la parte impiantistica senza ampliarla, il territorio, e soprattutto quello della Valle Subequana, tornerebbe ad avere possibilità di sopravvivenza. La creazione di comunità e luoghi e non di centri commerciali a cielo aperto, cioè non-luoghi, realizza le condizioni per far vivere le aree interne, mettendo al primo posto una politica dei servizi che consenta a chi vive in questi spazi meravigliosi di avere servizi sociali, culturali, sanitari, scolastici e di avere collegamenti efficienti attraverso azioni di miglioramento e adeguamento e non certo grandi opere che andrebbero a distruggere il paesaggio.

Rodolphe Christin in un illuminante e piccolo saggio, Turismo di massa e usura del mondo, ci descrive come il turismo di massa e la turistizzazione forzata di luoghi e tempi di vita finisca per omologare territori, spazi fisici e psichici e stili di vita, ponendosi al servizio di un unico scopo: il consumo. In questo modo ogni cosa diventa oggetto, anche la natura con i suoi luoghi e abitanti, finendo per far perdere senso ed unicità proprio ai luoghi e ai territori; è restituendo senso ed unicità che si dà una possibilità di vita, questo vale per gli individui, per le comunità, per i luoghi.

Se tutto è così chiaro come mai la quasi totalità degli amministratori sostiene convintamente questi interventi? La risposta può essere racchiusa in 5 clusters:

  • i portatori di interesse hanno un discreto potere economico ed elettorale, molto forte nella zona alpina abbastanza importante in quella appenninica;
  • il bacino di persone interessate è di discrete dimensioni e rappresenta un serbatoio elettorale non indifferente;
  • i finanziamenti per la realizzazione di queste opere il più delle volte sono pubblici e pertanto non generano preoccupazione sul loro destino, se saranno sciupati o redditizi;
  • il miraggio di un “circo bianco” modello Vacanze di Natale dei Vanzina crea nell’immaginario collettivo un desiderio e una considerazione positiva che si accompagna alla promessa di grandi possibilità occupazionali;
  • il discorso ecologista essendo venato di preoccupazione per il futuro evoca passioni e sensazioni tristi e per questo suscita evitamento ed antipatia in una società alla perenne ricerca di anestetici, droghe, psicofarmaci, turismo di massa, social, ecc ecc…

Come insegna Berlusconi, il consenso si ottiene attivando desideri illimitati di grandezza, ricchezza e di godimento!

Una maschera però deve cadere in un momento storico in cui il discorso ecologico ed ecologista diviene centrale ed emergenziale: gli interventi infrastrutturali di cui si parla hanno costi e benefici di natura diversa ma certo non si possono definire sostenibili; i costi ambientali dell’innevamento artificiale e l’alterazione degli ecosistemi in modo così profondo di sostenibile non hanno nulla!

La cattiva abitudine di inserire il termine “sostenibile” vicino ad interventi ad alto impatto ricorda la dicitura “guerra umanitaria” o “operazioni di polizia internazionale” dove per evitare di evocare ciò che la guerra è, ovvero distruzione e morte, venivano introdotte parole che richiamavano valori di umanità e giustizia. Una manipolazione in piena regola.

In conclusione, sarebbe opportuno per coerenza ed esempio nei confronti delle giovani generazioni che i tanti sostenitori di questi interventi evitino di manifestare il venerdì contro i cambiamenti climatici e la distruzione del Pianeta per poi il sabato battersi convintamente per realizzare arroccamenti, innevamenti artificiali, riduzioni delle aree protette, espansioni edilizie e quanto altro compromette e colpisce irrimediabilmente l’ambiente. Ognuno si assuma le proprie responsabilità.

Enrico Perilli, segreteria regionale Sinistra Italiana

 

Percorrevo nel tardo pomeriggio di un paio di anni fa una mulattiera che dalla montagna mi ripotava a casa. Improvvisamente il cavallo spaventò e scartò, guardai in direzione opposta a quella di fuga del cavallo e vidi tre volpi, la madre e due cuccioli, adagiati uno dietro l’altro, uccisi con colpi di fucile all’altezza dello stomaco. Riconobbi immediatamente la famigliola sterminata e lasciata in “bella vista”, macabro esempio di esibizionismo. Tutte le sere al tramonto si aggiravano trotterellando sul limitar del bosco, procedendo verso il prato nel quale stazionava il mio cavallo. Si era aperta la caccia e da mesi la famigliola aveva il suo sicario ad osservarla, in attesa che arrivasse il fatidico giorno che avrebbe soddisfatto il suo bisogno di uccidere.

In questi giorni osservo un’altra volpe, sempre al tramonto, uscire dalla fitta boscaglia, attraversare un crinale ricoperto di ginepri e scendere il pendio verso alcuni ovili, per raccattare qualche osso. La guardo e penso che potrebbe avere le ore contate, i fucili si stanno lustrando.

Nella nostra cultura esiste il fenomeno di “uccidere per divertimento”. Braccare, inseguire, sparare, scuoiare e infine festeggiare per aver ucciso dà al cacciatore una scarica di adrenalina che soddisfa le più arcaiche ed ancestrali pulsioni di morte che erano, nella Notte dei Tempi, indispensabili per sopravvivere. Gunter Anders, nel suo immortale saggio “L’uomo è antiquato”, mostra come a fianco ai progressi, eccessivi, della Tecnica, l’uomo sia rimasto, biologicamente e psichicamente, arretrato, antiquato; inoltre come accade nell’età del capitalismo avanzato, ogni nostra pulsione viene sfruttata a fini commerciali e dunque di profitto.

Al di là di ogni manipolazione è chiaro a tutti che la caccia non risponde ad un bisogno alimentare (con i soldi dell’attrezzatura supertecnica, dei mezzi fuoristrada, dei cani e delle licenze, il cacciatore si sfamerebbe per decenni) né tantomeno svolge una funzione di regolazione dell’ecosistema e su questo ci torneremo dopo.

In molte culture animiste la cattura della preda era vista come il dono di un dio, la cattura era lecita soltanto se era seguita dall’utilizzazione completa di tutte le parti del dono, a scopo prevalentemente alimentare e comunque di sopravvivenza. La specie più cacciata era considerata sacra. L’eventuale uccisione fatta per divertimento o senza scopo era un’offesa al dio e il responsabile veniva punito. Le culture animiste non portavano all’estinzione di nessuna specie né alla distruzione degli ecosistemi: per molte migliaia di anni i nativi d’America, sterminati come i bisonti, sono vissuti in simbiosi con milioni di bisonti e con tutte le altre specie in armonico equilibrio; sono bastati due o tre secoli di cultura fondata sull’accumulazione e la proprietà per distruggere tutto.

Risulta del tutto evidente che la moderna caccia è un’attività “per divertimento” che ha costi ambientali altissimi. Sostenere che l’importanza della caccia è nel suo ruolo di regolatore degli ecosistemi è un’atra grande manipolazione. Gli ecosistemi incontaminati, per quanto possibile, ricchi, armonici e dinamici sono quelli delle aree protette dove la caccia è vietata. Dove le specie hanno la possibilità di vivere senza l’alterazione dell’attività venatoria che per alcuni mesi l’anno rappresenta un uragano che modifica le abitudini della fauna e la vita dell’ecosistema interessato.

Due esempi:

- il sovrappopolamento oggettivo dei cinghiali è dovuto ad una scelta, capriccio, venatorio e allevatoriale. Dopo la quasi estinzione del cinghiale autoctono, presente soprattutto in Maremma, Lazio e Sardegna, su richiesta anche del mondo venatorio fu introdotto negli anni del dopoguerra il cinghiale che attualmente popola le nostre terre. Quello autoctono era di piccole dimensioni e di capacità riproduttiva contenuta, quello introdotto, originario della Transilvania e dell’Est Europa, ha dimensioni notevoli, grande capacità riproduttiva ed è molto vorace. Contemporaneamente a questa scelta scellerata, voluta anche dai cacciatori per poter “sparare a qualcosa”, si è registrata la quasi estinzione di alcuni predatori naturali come il lupo, legata all’espansione delle aree urbane ed edilizie ma anche all’attività di caccia (ora che il lupo è fuori pericolo e che è tornato ad essere l’elemento regolativo principale per contenere la diffusione di alcune specie, assistiamo quotidianamente a proposte di abbattimento chiamate spudoratamente “piani di conservazione del lupo”. Le Regioni del Nord e le province del lombardo-veneto e anche piemontesi chiedono insistentemente di poter aprire la caccia al lupo, il Ministro dell’Ambiente, generale forestale Costa, lodevolmente ha chiuso ogni possibilità che tale richiesta venisse accolta);

- il cacciatore che partiva all’alba con la doppietta sulle spalle e il cane al suo fianco, percorrendo giornate intere di cammino, è un’immagine romantica consegnata alla storia. Le battute di caccia odierna si svolgono con decine di mezzi fuoristrada che solcano valli e crinali, con cani da migliaia di euro, carabine da guerra, droni, radioline e altre attrezzature che fanno pensare ad una scena di guerra in Afghanistan. Il risultato è uno sconvolgimento totale dell’ecosistema.

Si osserverà che il fenomeno venatorio interessa una minoranza sempre più esigua e anziana ed è vero, però l’attività di caccia è gravemente invadente e fastidiosa per tanti. Se da un lato “uccidere per divertimento” eccita e appaga pulsioni ancestrali, da un altro soddisfa esigenze economiche e commerciali. Le industrie delle armi, fiore all’occhiello della produzione industriale italiana (siamo tra i primi esportatori al Mondo) da anni cercano di allargare il loro bacino; Salvini, frequentatore delle fiere di armi, in tutti i modi ha cercato di spingere questo mercato, attraverso leggi sulla legittima difesa e campagne di terrore. Nonostante questi tentativi il mondo venatorio rappresenta ancora uno dei principali acquirenti di armi.

Parimenti a quello economico, l’aspetto elettorale non va sottovalutato. Nei piccoli centri montani dove la presenza dei cacciatori è ancora viva (in alcune zone si trasforma in bracconaggio) microlobby di cacciatori rappresentano un bacino elettorale; dietro le tante proposte di riduzione delle aree protette sovente c’è la pressione di queste microlobby. Negli ultimi anni è accaduto che parte significativa del mondo venatorio abbia fiancheggiato interessi e pressioni di varia natura, spesso speculativa, contro Parchi e aree protette.

“Uccidere per divertimento”, soltanto questo è la caccia oggi, “divertimento” che muove denari e voti. In conclusione è opportuno ricordare che nel 1990 si svolse un referendum per l’abolizione della caccia. Il referendum promosso da Verdi, Partito Radicale e Partito Comunista (meno lineare la posizione di quest’ultimo che raccolse le firme ma poi, sotto la pressione di Arcicaccia e sezione toscane, diede libertà di voto) non raggiunse il quorum. Votarono 20 milioni di italiani, raggiungendo il 43% degli elettori, i favorevoli all’abrogazione furono 18 milioni, pari al 92% dei votanti.

Iniziando la discesa dopo aver raggiunto il Passo delle Capannelle - che è tornato a popolare gli incubi degli abruzzesi e non solo a seguito della minacciata e poi sventata chiusura del traforo del Gran Sasso - si giunge in poco tempo al laghetto artificiale di Provvidenza. Se si svolta sulla destra in direzione del lago lo si attraversa percorrendo un ponticello di metallo, stretto e suggestivo, si sale verso la Valle del Chiarino, santuario ambientale incastonato tra il Monte Corvo da un lato e Monte S. Franco, Monte Genca e Pizzo Camarda dall’altro. Naturalmente la Valle del Chiarino subisce gli assalti dell’uomo o meglio, per fortuna, i tentati assalti da molto tempo. Qualche decennio fa il solito irrazionale progetto di arroccamento sciistico era stato collocato a monte della valle, mai realizzato. Da qualche anno il Chiarino è al centro delle attenzioni dei riperimetratori-sviluppisti che vorrebbero tirarlo fuori dal Parco; ragione ufficiale e falsa: perché lì verrebbe ostacolata l’attività umana; ragione reale e indicibile: uno stolto accordo con un gruppo di cacciatori che poi si sarebbe impegnato a sostenere altre riperimetrazioni.

Tornando a valle, e dimenticando le miserie umane, se scendendo invece di guardare a destra si volge lo sguardo a sinistra, sul ciglio della strada si trova il villaggio Enel abbandonato di Provvidenza.

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Questo villaggio fu costruito dopo la realizzazione della centrale idroelettrica di Provvidenza nel 1949 ed ospitava ingegneri, tecnici e operai che lavoravano alla centrale. Nel paese i lavoratori vivevano con le loro famiglie e formavano una vera piccola comunitàVi era la scuola, la chiesa e il villaggio pulsava di vita propria, frequentato da venditori, passanti, medici e pediatri. La nomina alla scuola elementare multiclasse di Provvidenza era molta ambita in quanto segnava il rientro nel perimetro scolastico del Comune dell’Aquila e per questo tanti maestri e maestre la chiedevano come destinazione.

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Rimase abitato per oltre trent’anni.

Con l’avvento dell’automazione il villaggio venne spopolato e l’ultimo ad andare via fu il custode, a fine anni ottanta. La forza lavoro umana non serviva più in loco, le macchine e la tecnica avevano reso superfluo il sudore e la presenza umana. Ce ne sono diversi in Italia, in Sardegna in particolare, Ula Tirso, Cohigas, Flumendosa, tutti villaggi Enel abbandonati che oggi, come Provvidenza, appaiono come un “allucinante scenario post-umano”.

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André Gorz, filosofo e giornalista, fondatore dell’ecologia politica, nel 1982 nel suo saggio Addio al proletariato, Oltre il Socialismo, dopo aver criticato il produttivismo che era alla base dell’economia sia socialista che capitalista, profetizzò che l’automazione avrebbe creato milioni di disoccupati, rendendo più efficace il sistema produttivo, ma antiquato l’uomo. Naturalmente Gorz fu o ignorato o insultato ma, come spesso accade, la sua profezia si è avverata e ora contiamo in oltre venti milioni i posti di lavoro sacrificati sull’altare dell’automazione.

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Il piccolo villaggio di Provvidenza rientra in questa grande Storia, fu considerato antiquato, superato, inutile e per questo chiuso e abbandonato. I lavoratori furono pensionati, impiegati altrove, le famiglie si trasferirono. Le case dirute sono ancora lì, a testimoniare questa piccola grande Storia del novecento prima operaio e poi tecnologico.

Percorrendo la S.S. 80 e soffermandomi a guardare il villaggio abbandonato ogni volta mi chiedo se gli abitanti sono più felici ora o se lo erano di più in quel remoto paesino sul quale incombeva il bosco e la maestosità della valle. Mi chiedo come è cambiata la loro vita, se rimpiangono quel posto.

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Spinto da questa curiosità esistenziale ho contattato alcuni abitanti di Provvidenza: delle mie coetanee che all’epoca andarono a scuola lì e poi durante l’adolescenza lasciarono il villaggio e alcuni anziani che lavorarono trent’anni alla diga. Le risposte, naturalmente, sono diverse, c’è chi ha salutato quell’abbandono come la possibilità di vivere nel mondo, sentendosi in quel luogo estraniati, lontani. Questo stato d’animo ci dice una volta in più come tra i correlati psicologici del vivere in luoghi remoti ci sia un senso di estraniazione dal mondo, l’idea che la vita sia da un’altra parte, una sensazione di non esserci, e se l’uomo moderno è abitante del caos, niente, nessuna strada, stazione sciistica o altra roba del genere potrà togliere quel sentimento. Altri hanno raccontano di rimpiangere quei luoghi e la vita semplice e lineare che lì si svolgeva, definendoli “anni meravigliosi”; chissà quanto il passar del tempo ha edulcorato questi ricordi, gli uni e gli altri.

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In tutte le persone che mi hanno parlato di quel posto mi è sembrato però di avvertire una nostalgia amara e profonda e forse è proprio la nostalgia l’elemento perturbante che accompagna lo sviluppo moderno ed è proprio quando lo sviluppo mostra il suo limite che la nostalgia si fa più forte.

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Un’altra considerazione, per non sembrarvi troppo nostalgico.

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Sia pur vero che il mondo debba esultare per ogni passo avanti della scienza, fatto sta che nel nome del progresso da un secolo e mezzo riempiamo il nostro mondo di rifiuti, materiali e umani. Il villaggio di Provvidenza è uno dei tanti sacchi dell’immondizia lasciati per strada dall’industrializzazione, oggi non contenti depositiamo pezzi d’acciaio nello spazio. Delle due l’una, se vogliamo essere seri: riconvertire o demolire. Quella cosa può servire alla comunità, può ospitare nuove funzioni a supporto dell’economia locale? Oppure non serve più, perché di case vuote, di paesi vuoti, belli e ancora più vivi di storia e di cultura, ne abbiamo tanti, là intorno come altrove? A questa domanda qualcuno dovrebbe rispondere, magari dovrebbe farlo Enel.

Intanto noi possiamo continuare a gettare indisturbati i nostri rifiuti organici, edilizi, urbani e sociali per terra, un modo tutto umano di segnare il territorio nella dimensione spazio-tempo.

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Per tentare di tratteggiare dal punto di vista psichico l’impatto che il terremoto del 6 aprile 2009 ha avuto sulla popolazione di L’Aquila si può partire da Amatrice, la cittadina laziale distrutta da uno dei tanti eventi sismici che si sono susseguiti in questi dieci anni nell’appennino centrale.

Una mia collega psicoterapeuta di ritorno da Amatrice, dove svolge un servizio di ascolto due volte a settimana, mi racconta di come quella comunità, ai suoi occhi esterni, sembra attraversata da mille rancori e odi. Le sistemazioni in casette post-sisma, una vicina all’altra, separate solo da una paretina di cartongesso, rende questi sentimenti ancora più amplificati. Quello che colpisce del suo racconto è come la catastrofe abbia per molti versi accelerato e amplificato meccanismi regressivi dal punto di vista psicologico, sia a livello individuale sia a livello sociale. Accelerato in quanto questa inondazione di “passioni tristi”, come le definì Miguel Benasayag, e slatentizzazione senza inibizioni di sentimenti di rabbia e rancore, sono tratti ampiamente diffusi ormai nelle nostre società.

In questo senso la catastrofe con il suo portato di precarietà estrema e disperazione ha reso solo più veloce questi processi in atto. Ognuno di noi si concentra ossessivamente sulla sua vicenda personale (la casa distrutta, il lavoro perduto, il quotidiano difficile, il meccanismo infernale dei processi amministrativi, quando approvano il mio progetto, quanti soldi mi danno, quando inizio i lavori) e questo va a discapito del senso di comunità che adesso è difficile ricostruire.

Sulla forza d’animo (in termini moderni, resilienza) delle popolazioni di montagna, come dei disturbi post-traumatici da stress, si è scritto già molto, quello che meriterebbe a mio giudizio un approfondimento è lo studio del processo che ha portato una comunità di provincia, quindi per sua natura chiusa, pettegola, spesso malevola, ad inasprire questi tratti.

A L’Aquila - ma non solo - il futuro è vissuto con angoscia, la ricostruzione, per alcuni versi andata spedita per altri meno, lascia un senso di sospensione, i palazzi del centro stanno tornando uno ad uno ad antichi splendori, ma il centro città, centro di gravità di questa comunità, è ancora avvolto da un desolante senso di vuoto. L’università è tornata al funzionamento ordinario ma non è più quella di prima, la movida degli universitari in centro non c’è più. I cittadini continuano a incontrarsi in quelli che Augé ha chiamato non-luoghi la cui vocazione non è territoriale, non crea identità singole, rapporti simbolici e patrimoni comuni ma è anti-relazionale, anti-indentitaria, piuttosto facilita l’ammassamento di persone divenute consumatori anonimi, ad alto livello di consumo energetico e a bassa intensità di relazione. I correlati psicologici del vivere nei «Non Luoghi» sono la perdita di identità, la frammentazione sociale, l’isolamento, la solitudine, la depressione, lo sradicamento; il non-luogo determina in chi lo abita un impoverimento psichico che si traduce in indifferenza civile, in depauperamento linguistico e relazionale dove i social divengono il luogo naturale per ospitare isolamento e rozzezza.

Lo svuotamento dei movimenti civici e la scomparsa della tensione politica testimoniano questa chiusura venata di rassegnazione.

Lungo potrebbe essere il discorso sulla apatica capacità di sopportazione delle genti che vivono l’asprezza della natura, dai cafoni di Silone ai vinti di Verga. Lo storico aquilano Raffaele Colapietra in un’intervista a questo giornale ebbe a dire che si può essere vinti dal destino o da sé stessi, riferendosi all’incapacità, nella seconda ipotesi, di molta parte di suoi concittadini di progettare la ricostruzione subito dopo il sisma, preferendo invece affidarsi passivamente alla protezione civile.

Questo abbandonarsi alle onde del destino lo ritroviamo nell’attribuzione di responsabilità al terremoto di tutti gli accadimenti personali anche i più intimi. La quasi totalità dei pazienti che giungeva in terapia negli anni successivi al 6 aprile 2009 imputava a quella catastrofe anche i propri guai relazionali, affettivi ed emotivi. Molte coppie in crisi attribuivano al terremoto le loro difficoltà coniugali, “dopo il terremoto è iniziato il declino”, “prima andavamo tanto d’accordo” oppure su un ambito genitoriale: “prima i figli erano ubbidienti”, “se ha fatto quello che ha fatto (spaccio, furti, piccoli reati) è stato per colpa del terremoto”. E’ del tutto evidente che l’evento sismico e quello che ha richiesto in termini di adattamento, strategie di coping, forza d’animo, ha messo a dura prova le resistenze individuali e sociali; in questa ottica però sarebbe stato opportuno chiedersi, domanda che pongo sistematicamente ai pazienti, se il sisma è stato il generatore della crisi o l’amplificatore e/o disvelatore.

Le situazioni di estrema difficoltà ci mettono alla prova, svelando la vera natura e forza di una unione e di una struttura di personalità. Anche in questo senso il terremoto o meglio le conseguenze del terremoto sono state un acceleratore di processi in atto o rimossi. Diviene interessante notare come in epoche premoderne la causa di una catastrofe naturale veniva attribuita all’ira degli Dei o di Dio per comportamenti sbagliati degli umani; ora in epoca moderna accade il contrario, le colpe della Natura causano i guai degli umani, un’inversione nel processo di attribuzione delle responsabilità che finisce per assolvere o sollevare gli uomini dai loro doveri nei confronti di sé stessi e del mondo che abitano.

La mancata prevedibilità del sisma e tutto quello che ha generato l’emergenza post-sisma hanno finito per confermare e sedimentare una sensazione di insicurezza e angoscia di fronte agli eventi. Le passioni tristi iniziano ad affermarsi e la società aquilana regredisce dal punto di vista del costume e del vivere comunitario ad una dimensione arcaica, dove per arcaico si intende un tempo remoto in cui la città era chiusa ed isolata. Si affermano atteggiamenti di chiusura e diffidenza, la maldicenza (già celebrata in città da un’apposita festa, Sant'Agnese) inquina la politica, le professioni, la vita personale.

La città-territorio ovvero il tentativo che L’Aquila aveva fatto, anche con un certo successo, di diventare centro di gravità per le aree interne dell’Abruzzo, viene spazzata via. I piccoli centri finiscono di spopolarsi - anche qui il sisma è stato un acceleratore di processi in atto - e quello che rimane si auto-organizza in forme molecolari. Mai come in questo momento L’Aquila è una città chiusa e municipale, ripiegata su sé stessa, affetta da una nostalgia passiva.

La cultura sovranista che si è affermata a livello nazionale naturalmente ha fatto sentire la sua influenza anche qui e infatti il sindaco di Casapound/Fratelli d’Italia vince le elezioni con lo slogan: prima gli aquilani! Ricordo sempre un momento delle manifestazioni contro la chiusura del polo industriale aquilano a inizi anni 2000 e di come un manifestante urlava che la chiusura delle industrie accadeva solo all'Aquila; a nulla valse il tentativo di alcuni di spiegargli che la chiusura dello stabilimento aquilano seguiva quella di altre mille fabbriche in Italia e in Europa e quindi non era frutto di un sentimento anti-aquilano ma di una crisi di sistema. La chiusura municipalista porta a questo, ad estraniarsi e sentirsi soli, in balia di un destino crudele e persecutorio. Questi tratti sempre presenti nella nostra cultura cittadina hanno trovato sicuramente con il sisma una loro amplificazione e conferma, una città sparpagliata, esplosa da ogni punto di vista, urbanistico, sociale e di relazioni. Contrasto che richiederebbe una grande maturità politica, che guardi al di là della scadenza elettorale e che sia in grado di ricucire urbanisticamente e socialmente la città.

Quello che è accaduto politicamente e amministrativamente invece è stato un ripiegamento regressivo che ha come massimo orizzonte l’affermazione della propria identità in vista della prossima scadenza elettorale. Naturalmente non tutto è così fosco, le differenze sono molte, anzitutto generazionali. I più giovani tendono ad andare via non solo per la crisi occupazionale ma, credo, soprattutto per l’angustia fisica, spaziale e sociale in cui la città è precipitata. Le reazioni sono individuali, molte le richieste di aiuto presso psicoterapeuti i quali dovrebbero oltre che trattare il sintomo da manuale aprire le loro stanze allargando lo sguardo e l’attenzione al Luogo.

Articolo pubblicato sul quotidiano 'Il Manifesto' del 2 aprile 2019

Ogni risultato è il risultato di un processo. Questo assioma posto a fondamento di una teoria deduttiva vale in tutti i contesti: politici, educativi, sportivi, sociali ed economici. Se poi riteniamo di vivere in un unus mundus dove tutto si tiene e - in un meccanismo circolare - si autoalimenta, diviene più semplice trovare la spiegazione a tanti accadimenti.

Il Rapporto Censis ha rilevato una società dominata dalla paura e da un sentimento che lo stesso istituto ha definito di “sovranismo psichico”. Su questo giornale avevamo scritto, ad ottobre, della solitudine e di come rappresenti oramai un tratto caratterizzante le nostre società, tanto che in Inghilterra è stato creato il Ministero per la solitudine, anche se, in quasi un anno di lavoro, come rivela Repubblica dello scorso 3 dicembre, l’inedito dicastero ha semplicemente emanato una sorta di decalogo di consigli pratici contro la solitudine: riprendere un vecchio hobby, darsi al giardinaggio, iscriversi a una palestra, partecipare a un club del libro o a un cineforum, fare volontariato, frequentare la biblioteca di quartiere o centri sociali, indicando alcune azioni prioritarie per il 2019, come l'istituzione di consultori per la solitudine, visite a domicilio di psicologi e seminari.

Paura e solitudine hanno tra loro uno stretto rapporto che non è necessario spiegare e, prima del Censis, tanti studiosi, più o meno noti, hanno sottolineato come una società frammentata, priva di strutture solide e punti di riferimento forti e minimamente condivisi - la celebre società liquida di Baumann - sia esposta a sentimenti di paura, ansia e angoscia. Lo stesso Baumann descrisse come l’attuale costruzione delle città produce, di per sé, sentimenti di spaesamento e di estraniamento e anche la campagna risente dei modelli di costruzione urbana, dove le differenze di cultura si annullano e gli stili di vita si omologano.

Alla base di queste profonde trasformazioni vi è sicuramente il trionfo della globalizzazione capitalistica, di una società fondata su alcune idee dominanti come produttivismo e accumulazione.

Antonio Gramsci, lettore magistrale di Marx, sapeva che le idee dominanti sono le idee delle classi dominanti e che per trasformare la società era necessario avviare un processo di egemonia culturale; questo è accaduto. Il consumismo ha provocato una trasformazione antropologica che neanche il fascismo, con la sua violenza, come ci ricordava Pasolini, era riuscito a realizzare. La fine dell’URSS, che ha spazzato via anche l’idea di un’alternativa al capitalismo, ha fatto il resto. Le nostre società sono fondate sull’accumulazione di denaro che serve ad acquistare oggetti da mostrare, al di là del loro valore d’uso: l’oggetto mostrato dà valore sociale. I soldi servono ad acquisire potere in una società dove tutto si vende e si compra, è il denaro la chiave di tutto, l’organizzatore di senso, non la conoscenza, il sapere, la morale.

I più giovani crescono in una società dove le idee dominanti sono queste: accumulare, apparire, competere, vincere.

Nella pratica clinica ho visto negli anni moltissimi adolescenti la cui posizione può sinteticamente riassumersi su tre dimensioni: complicati rapporti genitoriali, desiderio di imporsi sugli altri - a volte come compensazione delle proprie fragilità - attraverso oggetti e soldi, completa estraneità dal proprio mondo affettivo ed emotivo. Umberto Galimberti ha approfondito questo tema nel saggio “L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani”. Nella mia attività didattica, invece, ascolto continuamente appelli di colleghi docenti rivolti agli allievi a competere, sempre e comunque. “Il tuo vicino è il tuo nemico” ripete continuamente un professore di psicologia (!), devi importi innanzitutto su di lui! Solo competere, sempre competere, non vi è traccia di un valore importante come la cooperazione, la solidarietà, l’idea che insieme si cresce e si migliora.

Poi improvvisamente, sempre a fronte di qualche tragedia, scopriamo la povertà di valori della nostra società e che le giovani generazioni sono immerse in un eterno presente, spaventate dal futuro. Benessere e a volte opulenza in una società priva di cultura generano accidia.

Angelo Rizzoli, imprenditore, produttore cinematografico e fondatore della Rizzoli Editore, nato orfano di padre in povertà, poco prima di morire nel 1970 dichiarò, quasi scusandosi, che non aveva studiato ma che comunque aveva dato alla società, all’umanità, un grande apporto, contribuendo alla diffusione del sapere, non menzionò come merito l’enorme patrimonio economico accumulato. Solo qualche decennio più tardi, sempre a Milano, apparve il cavalier Silvio Berlusconi che annoverava e annovera tra i suoi meriti esclusivamente quelli patrimoniali, rimandando costantemente un profondo disprezzo per la cultura che rende noiosi e troppo simili a quei professoroni incattiviti in quanto invidiosi dei suoi successi economici. Berlusconi più di tutti ha mostrato come con il denaro si possa possedere un Paese - calciatori, veline, tv, giornali, Parlamento - e completare la sua trasformazione antropologica.

La de-culturalizzazione è senza dubbio un fenomeno che ha investito il nostro Paese, imponendosi prepotentemente. Il sapere e la conoscenza non sono più considerati né come strumento di affermazione sociale né come strumento di realizzazione personale. L’affermazione sociale e la realizzazione personale nella società iper-moderna passano per altri canali, l’apparire e il possedere innanzitutto, da qui la constatazione quotidiana che vede uomini e donne volgari e ignoranti, orgogliosi di mostrare ignoranza e volgarità, amministrare un enorme potere e ricevere profonda ammirazione.

Rossana Rossanda tornata dalla Francia dopo quindici anni ha commentato così la visione della televisione italiana: “donne seminude e uomini con la bava alla bocca che si urlavano cose volgari che se io avessi detto a tavola mio padre mi avrebbe schiaffeggiata senza esitazione”; la Rossanda come si sa non è una educanda conservatrice e bigotta, ma la fondatrice del Manifesto.

La de-culturalizzazione porta con sé la de-politicizzazione della società dove per politica si intende una visione del Mondo accompagnata da una capacità amministrativa. Il dato scoraggiante degli ultimi decenni ci mostra come l’ideologia - apparato organizzato di idee - è stata considerata un pericoloso retaggio del passato e ciò che dovrebbe fondare una visione politica, cioè filosofia e ideologia, sono ormai considerate delle inutili discipline. Da questa de-politicizzazione provengono amministratori e politici buoni per tutte le stagioni, che passano da sinistra a destra, da uno schieramento all’altro con estrema disinvoltura, la stessa disinvoltura che esprimono nel vantare il non avere pensieri politici di riferimento, ma voler solo fare il bene del territorio!

Come si fa il bene di un territorio se si è privi di visione, conoscenza, obiettivi? La risposta è semplice: i politici devono semplicemente eseguire i dettami delle linee dominanti e lisciare il pelo agli umori del popolo, trasformato in massa, anche quelli più pericolosi e indecenti. La politica è ridotta a slogan vuoti e contradditori, ad esempio si esulta per uno sgombero degli (odiati) migranti, ma non ci si pone il problema di dove andranno gli sgomberati, ovvero cento metri più avanti in attesa di un altro sgombero mediatico.

Amnesty International ci dice in questi giorni che il nostro Paese pratica una sistemica violazione dei diritti umani nei confronti di rom e migranti e questa violazione non indigna in quanto si è imposto un clima di guerra tra poveri, dove i diritti degli altri sono vissuti come un attacco ai miei, l’Altro di lacaniana memoria viene percepito come una minaccia all’Io! Non vi è integrazione neanche tra le generazioni, poste in continuo conflitto, e tra i vari settori del popolo. Il tormentone del radical chic ne è una riprova, basta avere un’idea filantropica ed esprimerla con educazione che subito scatta l’aggressione e l’accusa di lontananza dal popolo, dove il popolo viene rappresentato - e quindi - ridotto ad un ammasso di uomini minacciosi, gretti e volgari! Altro esempio può essere il continuo riferimento a politiche ecologiste che poi realmente nessuno pratica, nascondendosi dietro la parola sostenibilità si continua a colpire l’ambiente e a ritenere la tutela e la protezione ambientale roba da salotto! Ancora, si parla di migrazioni ma non si ricorda la responsabilità delle potenze europee nella colonizzazione dell’Africa, massimo esempio di sfruttamento dell’età moderna.

In un contesto del genere, Cirino Pomicino appare di fronte a Salvini e Di Maio un fine intellettuale!

E allora se le idee dominanti della società sono queste perché meravigliarsi del nichilismo di tanti giovani (non tutti, per compensazione molti altri sviluppano tratti opposti), del cinismo di tanti genitori che non accettano un figlio non performante e si scagliano quindi contro l’arbitro o il professore che non valorizza o penalizza il proprio pargolo, pargolo sconosciuto innanzitutto al genitore. Perché meravigliarsi - e infatti nessuno si meraviglia - della diffusione della cocaina, che ci rende sempre brillanti e in forma, coraggiosi e gioiosi; del narcisismo dilagato e divenuto da tratto patologico a tratto socialmente apprezzabile?! Il paradigma iper-moderno è sicuramente questo: produci-consuma-esibisciti-crepa; l’essere non è contemplato. Si dirà che è sempre stato così ma questo non è vero, per tanti decenni e in diverse epoche il paradigma dominante è stato fondato su valori diversi da quelli contemporanei come uguaglianza, fratellanza, rispetto dei diritti, cura dei propri tempi e del proprio essere e ricerca della spiritualità, parola maledetta in tempi di trionfo delle merci.

Giorni fa una giovane donna si è suicidata, a L'Aquila.

Ha deciso di non riprendere sua figlia all’uscita da scuola, come faceva tutti i giorni da anni, e si è tolta la vita. Le forze dell’ordine l’hanno trovata all’ingresso del suo appartamento, nel progetto Case di Sant'Antonio.

Il suicidio nella sua ideazione ed esecuzione ha interrogato dapprima filosofi e religiosi e nei giorni nostri psicologi, sociologi e psichiatri. Le certezze a riguardo sono scarse rimanendo il suicidio un atto profondamente soggettivo e legato ai più profondi moti dell’anima. Qualcosa però sappiamo. Innanzitutto il suicidio è la testimonianza ultima che il dolore nelle sue diverse declinazioni ha sopraffatto il desiderio di vivere, Thanatos ha sconfitto Eros direbbe Freud.

Le modalità di esecuzione del suicidio e il luogo nel quale si compie l’ultimo gesto testimoniano molto del vissuto di chi si toglie la vita. Alcuni suicidi hanno cura del corpo e lo preparano alla morte, Socrate ad esempio andò a lavarsi per rispetto di chi avrebbe trattato poi il corpo, a dimostrazione della grandezza d’animo del filosofo greco. Altri suicidi straziano il proprio corpo, si danno fuoco, si gettano sotto un treno, a testimoniare probabilmente un profondo desiderio di autodistruzione; le donne generalmente tendono a mettere in atto modalità meno cruente. Il luogo nel quale si sceglie di morire è estremamente significativo, un prato nel quale si andava da bambini, il letto coniugale, sotto la finestra dell’amato, un luogo particolarmente ricco di ricordi, fuori la fabbrica che ha licenziato e altro ancora. Il luogo ci dice dov’era l’animo del suicida, dov’era il suo sentimento o risentimento.

Nel caso tragico della giovane donna lo strazio se possibile è più forte quando si accompagna al pensiero della bambina che aspetta la madre che mai rivedrà. Quanto dolore e quanta rabbia inconscia accompagneranno questa bambina anche da adulta!

Il sentimento che sicuramente è presente in quasi tutti i suicidi è la solitudine. La solitudine è principalmente una condizione esistenziale, siamo irrimediabilmente racchiusi nella nostra solitudine per quanto ci sforziamo di comunicare con il mondo, ma a volte il sentirsi soli, condizione psicologica, e l’esser soli, condizione sociologica, prendono il sapore di qualcosa di terribilmente amaro dandoci una sensazione di inconsolabilità.

La solitudine è inestricabilmente connessa con un vissuto di perdita, così si potrà avere una sensazione di solitudine depressiva, nostalgica, angosciosa, ma anche liberatoria, creativa, ristoratrice.

Le ricerche sociologiche ci restituiscono un quadro sconfortante: 8,5 milioni di italiani vivono da soli, molti di più si sentono soli senza il conforto di un amante, di un amico, di un parente; il 13,5% degli italiani (dati Eurostat) dichiara di non avere nessuno a cui rivolgersi nei momenti di difficoltà; il 12% non sa indicare una persona con la quale si confida; Telefono Amico è un punto di riferimento per milioni di persone e la traccia più scelta all’esame di maturità di quest’anno è stata quella sui diversi volti della solitudine! Fuori dai confini italiani la situazione è anche più sconfortante, negli Stati Uniti ad esempio il 29% dei anziani passa giornate senza avere contatti con nessuno (Health and Reitirement Study).

Per quanto possa sembrare paradossale, la solitudine è un prodotto della modernità. Gunther Anders nell'"Uomo è antiquato" scriveva della condizione dell’uomo moderno ammassato in enormi città e divenuto contemporaneamente un "eremita di massa", isolato davanti ad uno schermo, incapace di relazioni profonde e autentiche.

Michele Ainis in un bell’articolo elenca le principali cause della solitudine planetaria contemporanea: 

- la tecnologia di cui l’uomo è ormai un ingranaggio, ribaltando il rapporto di servizio che l’ha sempre tenuta a disposizione dell’uomo, è tra le prime cause della chiusura relazionale. Le attuali forme di comunicazione esaltano il solipsismo e la mancanza di relazioni reali, favorendo un contatto superficiale, alterato, caratterizzato da atteggiamenti deresponsabilizzanti, rancorosi, “da marmaglia”, falsi, dove prevale un Falso Sé a discapito della propria identità. La partecipazione politica da sempre momento emotivamente forte e aggregante è ridotta ad un like o un tweet, le amicizie si contano su facebook nell’ordine di migliaia di amici sostanzialmente sconosciuti;

- l’eclissi di quelli che Simmel chiamava gli a-priori della società – famiglia, chiesa, partito, vicinato - che vengono investiti da un processo di dissoluzione e lasciano l’individuo solo, separato dalla collettività di appartenenza, privato della possibilità di ricevere mappe culturali per orientarsi nel mondo, un mondo sempre più caotico. Le fonti di informazione via web e televisive non fanno altro che aumentare il caos e il disorientamento;

- la perdita dei luoghi reali di incontro sostituiti da Non-Luoghi dove mescolarsi alla folla molto spesso al fine di favorire i consumi, periferie sterminate e informi, senza piazze o con piazze vuote, raccordi autostradali gremiti come formicai dove ognuno è solo con il suo mondo artificiale;

- l’invecchiamento della popolazione, con milioni di individui ammalati cronici, soli o al massimo con la badante straniera di fronte al proprio male, allungamento dell’età media della vita che spesso diviene solo un fatto quantitativo ma non qualitativo che porta con sé lo svilimento del ruolo dell’anziano che da guida di una comunità, incaricato del trapasso di nozioni, conoscenze ed esperienze, diviene un peso da depositare in qualche luogo non avendo i familiari, stritolati dai ritmi della modernità, la possibilità di aiutarlo;

- in ultimo la precarietà dell’esistenza, gli individui, soprattutto i più giovani, sfiancati da una eterna competizione con tutto e tutti, totem della modernità, finiscono per dubitare di tutto e tutti e frequentemente si ritirano dal mondo. L’incertezza del domani ti sollecita a vivere un eterno presente nel quale non costruisci niente, niente famiglia, niente relazioni durature, nessun lavoro attraverso il quale realizzarti. In Italia, si stimano tra i più giovani 100.000 casi della sindrome Hikikomori, dal nome dello psichiatra giapponese che per primo la osservò negli anni ’80 dello scorso secolo (oltre 500.000 casi in Giappone), un progressivo ritrarsi in disparte a causa del sentimento di impotenza e fallimento che sempre più spesso ragazze e ragazzi sperimentano rispetto alle aspettative dei loro genitori, degli insegnanti, della società, oppure per noia e mancanza di slancio vitale.

In questa realtà si strutturano dei legami che vicendevolmente si amplificano, come quello tra solitudine e paura. Non sapere dov’è e qual è la verità delle informazioni che i media trasmettono, non capire chi è realmente il buono e il cattivo, osservare come i valori umani vengono calpestati da chi li sbandiera retoricamente (ad esempio, la sinistra difende il capitale e la destra si fa sociale, lasciar morire i migranti in mare è per il nostro bene), creare continui allarmi che mettono a repentaglio la nostra vita, il nostro benessere, il nostro Paese, invitare ad armarsi per difendersi e tanto altro ancora, genera negli individui soli, senza mappe culturali di riferimento, un sentimento di profondo smarrimento e angoscia che diviene paura.

La solitudine amplifica la paura che rende l’uomo assolutamente manipolabile dal Potere costituito.

Un altro legame è quello tra solitudine e narcisismo. L’idea onnipotente tipicamente moderna che ognuno di noi per realizzarsi deve vincere, apparire, possedere e per fare questo dovrà competere e sconfiggere gli altri, rendendo la cooperazione e la collaborazione dei disvalori, aumentando l’ipertrofia dell’Io e la convinzione di essere migliori degli altri e predestinati. L’unicità dell’altro con i suoi bisogni viene vissuta come una minaccia e l’unica modalità relazionale sarà quella gerarchica. Sappiamo però che il lato oscuro del narcisismo è la paura delle proprie emozioni che ci condannerà alla solitudine affettiva e sentimentale, un eremita di massa, tecnoautistico, innamorato di sé stesso.

Ultimo legame, quello tra solitudine e consumo. La sparizione dei Luoghi rimpiazzati dai Non_luoghi lascia l’uomo moderno solo, privo di tempo per relazioni profonde e affannato in continui spostamenti che rendono tutto il territorio uguale: se vivi in una grande città passerai gran parte della giornate nel traffico, se vivi in un piccolo paese montano passerai gran parte della giornate in auto per raggiungere i servizi di cui hai bisogno e che il piccolo centro non ha più. Il trionfo della globalizzazione, aver omologato stili di vita in luoghi totalmente diversi. E il trionfo della velocità - della tecnologia, dei consumi, dello sconfinamento dei limiti della natura - un fenomeno sfuggito a qualsiasi controllo politico, ed ecco che allora l’incidente, anzi la catastrofe, come afferma Paul Virilio, diventa inevitabile.

L’individuo sempre di corsa vivrà, diceva Ivan Illich, ad alto consumo energetico e a bassa intensità di relazioni e, parafrasando Galimberti, non è stato il comunismo, come si pensava, ad uccidere la famiglia, ma il capitalismo che con i suoi ritmi frenetici e competitivi ha privato gli uomini e le donne della possibilità di crescere ed educare i figli dedicando loro il tempo necessario. Con la conseguenza (ancora Galimberti) che già nei primissimi anni di vita di un essere umano, quando avviene lo sviluppo delle sue mappe cognitive, generiamo confusione tra il bene e il male, quando noi genitori con sempre meno tempo a disposizione da dedicare alla relazione con i nostri bambini interponiamo tra loro e l’esperienza diretta del mondo la realtà virtuale dei dispositivi elettronici con cui il bambino “gioca” alle armi e alla morte.

La modernità consumistica e tecnologica, però, offre soluzioni ai guasti che produce, rialimentandosi continuamente: gli psicofarmaci a dosi massicce e somministrati ormai anche ai bambini (i tassi di profitto delle case farmaceutiche sono più alti di quelli di qualunque altro settore), i centri commerciali mettono a tacere il grido della solitudine, l’arma di comunicazione di massa è diventata strategicamente più efficace dell’arma di distruzione di massa (ancora Virilio). L’individuo separato o è bestia o è Dio, diceva Aristotele, o è un consumatore/elettore alla mercé di un Dio, si potrebbe aggiungere.

Sperimentare l’umanità è diventato un difficile esercizio nel nostro mondo, nelle nostre città sempre più caratterizzate da chiusura ed esclusione. Perché l’umanità è relazione e comunione. Troppo difficile per sempre più persone, che quindi scelgono di non scegliere più, come la madre suicida. Suprema affermazione di libertà che si fa perdita della libertà stessa. Appena un attimo di silenzio, poi riprendiamo, la corsa senza meta.

Nell’indimenticabile Palombella Rossa, il protagonista Michele Apicella, pallanuotista comunista e funzionario del PCI in crisi di identità, si rivolge alla giornalista che lo intervistava chiedendogli il perché del trend negativo della sua squadra e con l’ormai celebre frase: “chi parla male, pensa male, vive male”, come a dire che il linguaggio svela la nostra cultura e visione del mondo.

Negli ultimi decenni, moltissime ricerche hanno collegato l’utilizzo di un certo tipo di linguaggio, un certo modo di scegliere e coniugare i verbi e la scelta delle parole con tratti della nostra personalità come l'autoritarismo, l'altruismo, l'empatia, la chiusura sociale e addirittura rilevando anche profili patologici. Ascoltando il linguaggio di una persona capiamo molto della sua visione del mondo e, dunque, quando veniamo quotidianamente sommersi da espressioni del tipo “facendo sparire i venditori ambulanti le nostre spiagge saranno più sicure e pulite” capiamo tre cose:

  • che le nostre spiagge sono pericolose (fortunatamente, così non è) e sporche (questo è vero, perché sono inquinate e non mal frequentate…);
  • che la responsabilità è dei venditori ambulanti;
  • che facendo sparire i venditori ambulanti tornerà sicurezza e pulizia.

Non c’è bisogno di spiegare quanto questa affermazione del ministro Salvini sia falsa, tendenziosa e discriminatoria.

Facciamo un altro esempio: quando l’ardito Ministro dell’Interno sostiene che il problema non è il razzismo da lui oggettivamente alimentato ma il fatto che un reato su tre viene commesso da stranieri, quello che si assimila a volte sotto la soglia della coscienza, e questi sono i messaggi più pericolosi, è che il rimanente due terzi di reati sono meno gravi. Salvini indica senza mezzi termini il nemico da colpire e anche la sua agghiacciante battuta, “contro il caldo africano non posso fare niente”, rinforza il suo messaggio sprezzante.

Il linguaggio del Ministro leghista è tecnicamente discriminatorio e fascista, discriminatorio perché non parla di criminalità ma di criminali stranieri, non parla di povertà ma di poveri italiani e stranieri, non parla di bambini ma di bambini italiani e stranieri e rom, fino a qualche anno fa non parlava di italiani ma di meridionali e padani; per sua intrinseca natura tende a discriminare tra migliori e peggiori, superiori e inferiori in base all’appartenenza etnica, religiosa, geografica e così via. Fascista perché invoca ed evoca un continuo ricorso alla forza, alla violenza, alla sopraffazione per risolvere i problemi che ha di fronte: “se entri a casa mia esci steso” (neanche fosse Chuck Norris!); in occasione dello sgombero “dolce” di una palazzina da parte della sindaca di Torino Chiara Appendino, il Viminale ha fatto sapere che “se non funziona quello dolce ci pensiamo noi…” .

In ultimo, ma potremmo continuare a lungo, la minaccia a Roberto Saviano di togliergli la scorta è un modo neanche molto criptico per dire: disponiamo della tua vita!

Che tutto ciò ecciti le folle non è affatto strano e misterioso: Gustave Le Bon, Erich Fromm, Adorno, Reich e tanti altri hanno riflettuto e scritto tanto su questo fenomeno. Psicologia delle Folle (Le Bon), Psicologia di Massa del Fascismo (Reich), Anatomia della distruttività umana (Fromm), ci spiegano come il singolo individuo, soprattutto se impaurito e spaesato, cerca una guida forte e decisa e la forza e la decisione si dimostrano indicando un nemico e colpendolo, senza dolcezza e senza indugio. Lo psicologo Milgram, nel celebre esperimento “obbedienza all’autorità”, dimostrò come basta poco per slatentizzare le pulsioni più violente e amorali presenti in ognuno di noi. Carl Gustav Jung, riflettendo sulla tragedia del nazismo, ebbe a dire che in ognuno di noi è presente un criminale in potenza!

Tornando con la memoria agli anni del ventennio fascista sappiamo, anche se tendiamo a rimuoverlo, che il popolo italiano accolse le leggi razziali passivamente e che la chiusura del negozio dell’ebreo vicino destava indifferenza e, a volte, soddisfazione per vedere un concorrente in meno. La presenza dei campi di sterminio e la deportazione in quei luoghi di morte e tortura di ebrei, zingari, rom, oppositori politici, omosessuali (casualmente tutte categorie oggetto delle minacce di Salvini…) divenne nota a gran parte della popolazione dopo qualche anno ma non tutti inorridirono e, anzi, molti trovarono ragioni di comodo a giustificazione dell’opera di morte del Duce. I docenti universitari sostennero quasi unanimemente il fascismo pur di non compromettere le loro carriere accademiche.

Nella nostra città, nel giudizio di molti concittadini in merito all’opera di Adelchi Serena, gerarca fascista, segretario del PNF nel 1940 e, dunque, consapevole di tutti gli orrori in corso, conta più la realizzazione della piscina comunale che le responsabilità politiche per avere diretto il PNF e aver chiesto ai responsabili del campo di internamento di Campagna di esercitare più restrizioni sugli internati ebrei, oppure gli attacchi contro “l’internazionale giudaica” e le sua denuncia “contro gli atteggiamenti favorevoli alle famiglie ebree” di ufficiali impegnati in Croazia.

Questo ci dice che affermare che “il popolo lo vuole” non esprime la giustezza di un atteggiamento e che slatentizzare pulsioni aggressive e violente, presenti in ognuno di noi e in ogni società , rischia di essere molto pericoloso: il rendimento elettorale non giustifica il varcare di questo limite. Governare invocando ogni giorno il popolo affamato è un espediente per avventare il popolo, caricandolo di risentimento, contro un nemico, il più delle volte debole e indifeso, per continuare a perpetrare una politica oligarchica. Così era il fascismo, profondamente classista e a garanzia dei ricchi, così è il governo Di Maio-Salvini che non parla di povertà indotta dal capitalismo selvaggio ma di poveri italiani contri poveri stranieri e mentre i poveri lottano tra loro i più agiati con la flat tax vengono garantiti.

Un’ultima riflessione va doverosamente riservata a quell’atteggiamento terzo di chi non ama Salvini ma non si indigna per i migranti lasciati in mare o rispediti nei lager libici. L’indignazione e la pietà sono classificati come buonismo, si citano violentandoli e decontestualizzandoli autori come Flaiano, Sciascia e Pasolini, di gran lunga il più abusato di tutti (ogni volta che le forze di Polizia vengono contestate per eccessivo uso di forza c’è sempre il pentito di sinistra che cita Pasolini e gli scontri di Valle Giulia, ogni volta che si pronuncia la parola fascismo c’è sempre il solito pentito che tira fuori il fascismo degli antifascisti, fuori luogo e contesto ma questo non importa). L’immigrazionismo, come viene definito e manipolato il senso di pietà e umanità verso chi soffre, non esiste in quanto nessuno crede di poter ospitare tutti i poveri del mondo nel proprio paese: piuttosto, esiste la consapevolezza che le nostre politiche (vedi le guerre in Libia e Iraq, gli interventi in Eritrea ed Etiopia) provocano flussi migratori continui e che la riflessione andrebbe fatta su questo e non sul buonismo e altre fanfaronate ad uso leghista.

Esiste il razzismo, quello verso i neri: basta chiedere ad un amico di colore, anche se non è amico è uguale, quello che ascolta al suo passaggio, gli sguardi che incontra, le battute e gli atteggiamenti sociali che subisce e come tutto questo cambia in base alle campagne di opinione che vengono lanciate. Di fronte a ciò attaccare Saviano e le magliette rosse proclamandosi terzi ma finendo per fare il gioco di Salvini e Meloni e Di Maio (si anche Di Maio) diviene davvero incomprensibile.

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