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Martedì, 08 Ottobre 2013 20:07

Vajont, il processo raccontato dall'inviato del "Mattino" Walter Capezzali

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Sono passati cinquant'anni. Era il 9 ottobre del 1963. Nei paesi della Valle del torrente Vajont erano le 22 e 39 quando 260 milioni di metri cubi di roccia si staccarono dal Monte Toch, cadendo sulla diga della società elettrica Sade e producendo un’onda alta 200 metri.

Venticinque milioni di metri cubi d’acqua spazzarono via cinque paesi della provincia di Belluno: Longarone, Codissago, Castellavazzo, Erto e Casso, provocando duemila vittime.

La cronaca di quello che successe subito dopo e del processo che si aprì all’Aquila, dove fu trasferito dalla Procura di Belluno nel 1968, ce la fornisce Walter Capezzali, storico e giornalista, Presidente della Deputazione Abruzzese di Storia Patria, all'epoca corrispondente per “Il Mattino”.

Fu un processo controverso e ricco di sorprese anche drammatiche come il suicidio dell’imputato Pancini, direttore dei lavori del Cantiere del Vajont.

Un processo in cui quarant’anni prima della Sentenza della Grandi Rischi dell’Aquila venne affrontato il problema della prevedibilità o meno di eventi catastrofici e dell’imputabilità di scienziati e tecnici.

La sciagura del Vajont, disse qualcuno, era già stata scritta. Sicuramente lo era nella lingua e nella storia della valle. In dialetto Vajont significa “va giù”, Toch vuol dire “pezzo”, Salta è l’altro monte, a 1821 metri, su cui sorgono Erto e Casso. Raramente in montagna i nomi sono senza significato.

Ma un giorno il Monte Toc si svegliò di soprassalto. Si svegliò perché l'acqua della diga lo aveva spintonato malamente. Si accorse con stupore che era diventato un po' più piccolo. Era scivolato di qualche metro verso il basso.

Allora preoccupato chiamò il Borgà, il monte amico suo che gli sta di fronte e gli disse: “Senti, qui l'acqua mi sta togliendo i piedi e quella massa di presuntuosi tecnici, ingegneri e geologi non si accorgono di niente. Sono sicuro che sto per cadere giù in quel maledetto lago che hanno costruito e non so come avvertirli. Da molti giorni mi sento debole e cerco di farglielo capire. Ho persino inclinato gli alberi verso terra in modo che si notino i miei movimenti ma loro, ottusi come sono, non se ne rendono conto. Per favore aiutami, mettili in allarme, avvisali tu visto che a me non danno retta”. 

Il Borgà, che è molto più vecchio del Toc e quindi più saggio, rispose con tristezza: “Io non posso farci niente. Quella è gente insensibile e non capisce. Sono solo degli aridi tecnici che non sanno interpretare i nostri messaggi: quelli delle piante, dell'acqua, dei rumori. Sono figli della presunzione, perciò sviluppano e mettono in pratica una scienza che va contro natura, altrimenti non si spiega la follia di sbarrare il corso dei torrenti illudendosi di non provocare conseguenze. Tu sai benissimo che cambiando l'andamento naturale delle cose prima o poi si paga”. 

Il Toc sempre più preoccupato insisteva: “Ma c'è la gente là sotto, nei paesi, e se io salto giù di colpo nell'acqua, questa, che non mi può sopportare, s'arrabbia e allora scapperà in massa giù per la valle uccidendoli tutti”.
“Guarda che l'acqua è vile - continuava il Toc - una goccia sola non può fare niente ma quando si riunisce tutta insieme diventa cattiva e potente”.

Il Borgà cercò di prendere tempo e rispose: “Vedi di resistere, cerca di stare attaccato al tuo posto, almeno per qualche giorno, chissà che quegli stolti non s'avvedano e facciano almeno sgomberare i paesi”.

“Non ce la faccio più, ti ripeto! - insisteva angosciato il Toc - Sotto di me c'è una lastra di roccia levigata come un marmo, e ride perché, dopo milioni di anni e grazie all'ingegno umano, potrà finalmente liberarsi del mio peso e vedere il cielo azzurro. Inoltre ce l'ha a morte con quei goffi studiosi del terreno, perché l'hanno offesa definendola gibbosa e piena di rughe. E lei, che invece è liscia e pulita, vuole dimostrare loro che non mi lascerà scivolare piano piano come pensano, ma mi tirerà giù in un lampo”.

Quel 9 ottobre 1963 la giornata era bella e i monti circostanti discussero fino a tardi del pericolo imminente. Il Col Nudo, che è un tipo violento e di poche parole, si meravigliò del fatto che i montanari non avessero ancora preso a calci quegli stupidi sapienti. Verso sera scese il vento nella valle e portò le parole della profezia per tutto il villaggio e nelle frazioni.

Alle ventidue e quarantacinque il Toc stremato s'arrese e precipitò nell'invaso. Una gobba immensa sollevò la luce della luna dalla superficie del lago e la scagliò verso il cielo. Poi il bagliore si spense nel boato di un mare che piombava su Longarone. E in quel momento anche Erto, avviato a diventare una cittadina, sprofondò. E non rinacque mai più.

Da “Il volo della Martora” di Mauro Corona

Ultima modifica il Mercoledì, 09 Ottobre 2013 11:34

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