Martedì, 25 Luglio 2017 16:50

John Malkovich e I Solisti Aquilani. Vento e diavoli ciechi al Mittelfest

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foto mittelfest.it foto mittelfest.it

di Doriana Legge* - Il Ponte del Diavolo a Cividale del Friuli poggia su un grande masso, e leggenda vuole che a posizionarlo nel bel mezzo del fiume Natisone, dopo averlo avvolto nel suo grembiule in una notte tormentata, sia stata la madre del Diavolo. Fu quest'ultimo a offrire il proprio aiuto alla città per la realizzazione del ponte pretendendo in cambio l'anima del primo che vi fosse transitato. I cittadini di Cividale lo beffarono facendolo attraversare a un gatto.

Se conosci questa storia, ancora oggi, le urla di Satana e le grida di gioia dei cittadini ti fischiano nelle orecchie, mentre attraversi il ponte e senti incrociarsi i venti tra i capelli.

Il Mittelfest 2017 non a caso si intreccia a queste leggendarie vicende con un sottotitolo evocativo: "E' nell'aria" è il compimento di un ciclo triennale inaugurato con l'Acqua (2015) e poi la Terra (2016). Non è però una pura e semplice dedizione (o attenzione) verso l'ambiente. Gli elementi vengono esplorati e la programmazione segue una linea ben precisa, filo conduttore che attraversa la multidisciplinarietà della proposta artistica. Dalla performance itinerante Respiri d'utopia nell'aria degli allievi dell'Accademia Nico Pepe di Udine diretti da Claudio De Maglio, insieme ai colleghi della Aleksander Zelwerowicz National Academy of Dramatic Art di Varsavia, fino ai giochi di parole della Drammatica Elementare dei Fratelli Dalla Via (A come Aria… B come Bora…) e poi ancora Turbolenze _ Il Caos E La Farfalla di Arearea con le musiche di Philip Glass.

Detta così parrebbe niente di diverso da altri festival. E forse sì, sta all’attenzione di chi fruisce il festival che più che alle intenzioni di chi lo pensa far innescare quel cortocircuito tra parole sulla carta dei programmi scritti e fattori esperienziali diretti.

Spesso sono solo fortunate coincidenze, sotterranee presenze che rintracciamo tra uno spettacolo e l’altro. "Senza l'aria non ci sarebbero i suoni" dicono Roberto Canziani e Rino Lombardi, autori di Vocabol'aria, piccolo libro eolico pubblicato proprio in occasione del Festival. "La natura è un'orchestra" e diversamente non potrebbe essere mentre I Solisti Aquilani accordano i propri strumenti per lo spettacolo che li vede protagonisti, insieme alla pianista Anastasya Terenkova e all’attore John Malkovich in Report on the Blind ­– la terza parte (su quattro) del romanzo di Ernesto Sábato Sopra eroi e tombe. Sábato lo scrive nel 1961, collocandosi così tra i classici della letteratura latinoamericana, a braccetto tra i più celebri Borges (soprattutto quello metafisico dell'Aleph) e Cortázar (di Requiem e Descent into the Maelstrom).

Il Rapporto racconta del furioso ma lucido Fernando Vidal Olmos, e della sua ossessione per i ciechi. Sono quest'ultimi infatti, organizzati in gerarchie con proprie leggi, a rappresentare il pericolo per la nostra umanità. Si stanno impadronendo del nostro mondo, e noi non ce ne accorgiamo. Solo Fernando sceglie di affrontare il pericolo, di seguire i loro passi, le loro abitudini e arrivare infine alla reale fonte del loro potere.

A primo sguardo questo monologo/concerto pare un'operazione studiata a tavolino. Però non sarebbe bastata una star di Hollywood, né le dissonanti note di Alfred Schnittke, a fare di questo spettacolo un piccolo gioiello da custodire.

Siamo abituati a mostrare le eccellenze, meno spesso a vederle dialogare. Per chi si è messo in ascolto Report on the Blind è stata l’occasione – questa sì – di un incontro tra le parole soffiate dal diavolo Malkovich e le musiche che I Solisti Aquilani e la pianista Terenkova hanno saputo rendere vera e propria drammaturgia sonora.

Le due complessità quelle musicali e testuali potevano essere condannate a correre su binari separati, è stata la generosità dei professionisti coinvolti a innescare il gioco di scambi e rimandi. La voce di Malkovich, con toni solenni e ieratici, ha raccontato questa storia facendo riecheggiare i suoni del demone della follia, e quello della lucidità, insieme. L’evocazione sonora e musicale di atmosfere astratte e di mondi spirituali si è intrecciata con la narrazione di un’ossessione rinviando i codici emotivi a sprofondare nell'abisso dell'alienazione dell’uomo. I diversi linguaggi hanno saputo dialogare, senza essere mai stucchevoli o didascalici. Malkovich striscia tra gli orchestrali, si muove e serpeggia in uno spazio scenico ridotto, come il vento non cede alla tentazione di bastare a se stesso, per placarsi e diventare solo aria. È questo un modo, come un altro, per farsi riconoscere grande artista.

*recensione pubblicata sul periodico digitale Teatro e Critica il 24 luglio 2017

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