Stampa questa pagina
Mercoledì, 20 Novembre 2013 13:01

Porta Barete, intervista a Magani: "Dagli scavi non è emerso nulla"

di 
Porta Barete, intervista a Magani: "Dagli scavi non è emerso nulla" 'Carta della città dell'Aquila'. Giacomo Lauro, 1753

"Siamo famiglie che, dopo quattro anni dal sisma, non sanno cosa fare e dove andranno a finire", denunciava a NewsTown, accorata, un'anziana inquilina proprietaria di un appartamento nel palazzo da poco abbattuto in via Roma 207, affacciato sulle mura urbiche di via Vicentini.

Era il 17 settembre scorso e gli inquilini erano preoccupati dalle voci che si rincorrevano sulla stampa, del recupero di Porta Barete suggerito dal monsignor Orlando Antonini e della dislocazione del palazzo che aveva appena ricevuto il contributo per la ricostruzione. "Non si va da nessuna parte fino a quando la soprintendenza non sarà in grado di valutare quello che c'è sotto terra”, promise quel giorno il sindaco Cialente. “Datemi una ventina di giorni".

Sono passati più di due mesi e una risposta dalla soprintendenza è arrivata. Nell’ambito dell’acceso e complesso dibattito che, nel pomeriggio di ieri, ha animato la città sul progetto di recupero dell’area di Porta Barete e della conseguente eventuale dislocazione dell’edificio di Via Roma 207 abbiamo avuto occasione di avvicinare il dott. Fabrizio Magani, 'Direttore Generale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell’Abruzzo', a cui è stato affidato il progetto di restauro della cinta muraria della città e l’indagine storico-archeologica sull’area di Porta Barete.

 

Dalla sua analisi abbiamo avuto l’impressione che l’arco ogivale che oggi vediamo tamponato e puntellato, su Via Vicentini, in realtà sia “altro” rispetto all’antiporta di Porta Barete su cui si basa il progetto di Monsignor Antonini. Ce lo può confermare?

"L’arco coincide sicuramente con l’ingresso dell’apertura dell’antiporta di Porta Barete però secondo me ci sono sufficienti ragioni per immaginare che la monumentalità della porta originaria desse un profilo diverso alla porta".

Lei ha dubbi inoltre anche sulla datazione al 1300 del tratto di cinta muraria visibile in quell’area?

"Si tratta di una tessitura muraria molto complessa che ha vistosi rimaneggiamenti, un muro non è mai interamente originale, e certamente questo è molto modificato dagli interventi che si sono succeduti nel tempo".

Abbiamo visto una foto significativa della sezione del terrapieno di via Roma, fatta durante gli scavi per la realizzazione del ponte. In questi mesi avete fatto saggi di scavo nell’area, quali sono i risultati, non avete trovato nulla?

"Abbiamo fatto una verifica nell’area dell’edificio che è stato demolito per essere ricostruito e lì posso già dire, in accordo con i funzionari della Soprintendenza per i Beni Archeologici, che non è emerso assolutamente nulla, quindi diciamo che la parte retrostante della porta è ormai definitivamente sparita. Dal 1700. Monsignor Antonini conosce alla perfezione la materia, il corredo iconografico risulta ricchissimo e persistente con cadenza frequente nella cartografia; in realtà il problema in chiave storica è stato centrato perfettamente, ma si tratta ora di ragionare in chiave materiale e adottare un metodo legato al principio di conservazione".

 

Dunque quello che emerge dalle ricerche della Direzione per i Beni Culturali e Paesaggistici dell’Abruzzo, che a breve, nei termini stabiliti, saranno consegnate all’amministrazione comunale, è che allo stato attuale nell’area di via Vicentini e via Roma nulla resta della monumentale Porta Barete, illustrata nella cartografia storica e nell’ipotesi ricostruttiva dell’Antonini. Anche il tratto di mura visibile nell’area non è completamente originale, com’è normale che sia in una città la cui ricchezza maggiore è nella stratificazione storica e archeologica che ogni edificio mostra portando con sé, ad esempio, le tracce evidenti dei terremoti che ha subito e dei conseguenti interventi di ristrutturazione.

L’Aquila, con i suoi 2.000 edifici di interesse culturale tra chiese e palazzi, dovrà adottare, per attuare un piano di ricostruzione che valorizzi quanto e più di prima il centro storico, un sistema integrato di tutela e archeologia preventiva finalizzata anche a far emergere, dove ci siano, tracce di storia della città dalla sua fondazione del 1254 e, perché no, anche da epoche precedenti.

E il “caso” di Porta Barete ne potrebbe rappresentare il punto di partenza.

Articoli correlati (da tag)