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Giovedì, 21 Giugno 2018 02:06

"Dalla Scala a Harlem", ecco l'Ellington sinfonico. "Il Duca? Come Ravel e Debussy". Intervista a Luca Bragalini

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Nel febbraio del 1963 Duke Ellington, impegnato con la sua big band in una tournée europea, andò Milano e in una pausa tra un'esibizione e l'altra si ritrovò a registrare con un gruppo di musicisti del Teatro della Scala, per incidere un brano sinfonico intitolato La Scala. She Too Pretty to Be Blue.

Da questo episodio muove i passi il nuovo libro Dalla Scala a Harlem. I sogni sinfonici di Duke Ellington di Luca Bragalini (Edt edizioni).

Bragalini, docente di Storia del jazz al Conservatorio Casella dell'Aquila, racconta un lato del grande compositore e jazzista afro-americano poco conosciuto ed esplorato.

"Ellington è stato il più importante e prolifico compositore della storia del jazz" racconta Bragalini a NewsTown "Dal Dopoguerra iniziò a maturare un interesse per la musica sinfonica, più in particolare iniziò a lavorare per unire jazz e musica sinfonica, convinto che fossero due mondi in grado di dialogare. Ne venne fuori un corpo di composizioni sinfoniche delle quali si conosce poco o che si sono perse per strada. Io ne ho scoperta una mai registrata che i lettori del libro potranno anche ascoltare, perché è contenuta in un cd che ho voluto accludere al volume. Ellington si dedicò molto a questa musica ma, nonostante fosse una star, ebbe anche molte difficoltà a registrarla, perché le etichette discografiche lo avevano inquadrato come jazzista".

www.mondadoristore.itPur essendo ricordato soprattutto come uno dei giganti del jazz, Ellington odiava le categorizzazioni. Odiava la stessa parola jazz o, meglio, non sopportava che venisse usata per descrivere la sua musica: "Essendo contrario proprio all'idea di categoria" racconta Bragalini "Ellington si arrabbiava molto quando definivano la sua musica jazz. Preferiva, se proprio si doveva ricorrere a una definzione, l'espressione 'negro folk music'".

Ricordare Ellington solo come jazzista o direttore d'orchestra significa, del resto, fare un torto alla grandezza e alla poliedricità del suo genio: "Ormai possiamo considerarlo come uno dei più grandi compositori del Novecento" spiega Bragalini "e sarebbe ora che nei conservatori si iniziasse a insegnarlo e a studiarlo come tale. Penso che Ellington, da un punto di vista timbrico, stia vicino a giganti come Ravel o Debussy. Alcuni colori li ha tirati fuori solo lui".

La pruduzione discografica di Ellington è un opus magnum sconfinato, composto da centinaia di dischi. Un moloch difficile da approcciare per un neofita. Da dove partire?

"Se dovessi scegliere un disco solo" dice Bragalini "suggerirei New Orleans Suite, un disco del 1970 che è un omaggio, per l'appunto, a New Orleans. E' un album che racchiude sia l'Ellington moderno che quello classico degli anni Venti e Trenta. A New Orleans Suite aggiungerei poi anche Such Sweet Thunder, dedicato a Shakespeare, di cui sia Ellington che Billy Strayhorn (uno dei più stretti collaboratori di Ellington, ndr) erano profondi conoscitori. Ancor oggi, è uno dei più begli omaggi al Bardo che siano mai stati realizzati in musica".

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