Mercoledì, 24 Aprile 2019 16:21

25 Aprile, festa della Liberazione: il “patto di cittadinanza” incompiuto

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25 Aprile, festa della Liberazione: il “patto di cittadinanza” incompiuto Giovanni De Luna - Facebook

Ogni anno assistiamo a polemiche a fini elettorali e di basso profilo: perché la Liberazione è ancora usata come palcoscenico?

Ospite della trasmissione Memos su Radio Popolare, intervistato da Lele Liguori, lo storico dell’Università di Torino Giovanni De Luna affonta il nodo del "significato" della Festa di Liberazione, terreno di scontro politico, "autobiografia della nazione", e propone, prima di tutto, "un patto di cittadinanza": questo è il suo valore e la sua attualità incompiuta.

"Il 25 Aprile oggi è quello che è sempre stato: una sorta di sismografo che ci segnala le inquietudini del sistema politico italiano. Il 25 aprile non è mai stata una data pacificata, una data da normalizzare. Il 25 Aprile è il segnale che nelle viscere di questo Paese si nascondono ancora i germi di un fascismo che, da questo punto di vista, può veramente considerarsi l’autobiografia della nazione. Le cose che succedono non stupiscono: si pensi che nel 1955 l’arcivescovo di Milano Monsignor Montini, che poi diventerà Papa Paolo VI, in piazza del Duomo, nel suo discorso, celebrò un'omelia sottolineando come i morti fossero tutti uguali: fascisti, antifascisti, partigiani e repubblichini venivano tutti messi sullo stesso piano. Sono le convulsioni del sistema politico che si ritrovano nel 25 Aprile. Io credo che il 25 aprile non possa prescindere dal 2 Giugno: sono due date strettamente e geneticamente legate. Il presupposto del 2 Giugno e della Costituzione è il 25 Aprile. Per me è una data in cui riconoscersi compiutamente, è una data che propone dei valori intorno a cui ispirarsi per costruire un patto di cittadinanza. La destra che abbiamo in Italia non riconosce il 25 aprile e sembra anche non riconoscere il valore repubblicano di quel 2 Giugno perché ha una sorta di allergia alla democrazia".

Siamo ancora un’eccezione oppure anche le altre destre in giro per l’Europa si stanno un po’ uniformando a questo carattere italiano?

"No, direi che è un tratto Europeo. Che ha delle specificità nazionali rispetto ai singoli paesi ma che comunque si ripropone ovunque. Il passato novecentesco è un passato che non passa, è un passato che alimenta ancora oggi ferite, rancori e recriminazioni dappertutto. Perché c’è una sorta di tempesta emotiva che in Francia o in Germania, nei paesi dell’Est o in Italia, investe la costruzione di un patto di cittadinanza fondato sui valori del passato. Oggi il passato viene usato strumentalmente contro un avversario politico, è un passato senza spessore, appiattito sul presente e sulle esigenze del presente, che sono puramente elettorali. Quello che colpisce è l’immediatezza di questi bastoni che vengono agitati contro il nemico. Non c’è il tentativo di costruire una nuova religione civile alternativa, un nuovo patto di cittadinanza alternativo, ma c’è soltanto da spendersi in funzione elettorale queste argomentazioni sul piano dell’immediatezza emotiva. Anche lo spostamento dei 5 Stelle verso l’antifascismo è evidente come venga proposto in chiave elettorale, per permettere al Movimento di distanziarsi dalla Lega cui sono stati subalterni in tutti questi mesi di governo. Si rimane perplessi, non c’è più il tentativo di una nuova narrazione che riproponga il passato come elemento fondamentale della nostra religione civile".

A Torino è stato presentato il portale Partigiani d’Italia che ha lo scopo di rendere accessibili le 640.000 schede relative alle richieste di riconoscimento della qualifica di Combattente nelle file della Resistenza. Quanti furono i partigiani italiani?

"I numeri che questa ricerca ha proposto sono molto significativi. Sono cifre che scaturiscono dal lavoro fatto dalle commissioni per il riconoscimento della qualifica di partigiano che lavorarono sostanzialmente dal '45 al '48. Su 640.000 richieste, in realtà, 123.000 furono quelli riconosciuti come partigiani effettivi, più altri riconosciuti sotto vario titolo: si arriva così, più o meno, ad una cifra di 250.000 totali".

Sono tanti o sono pochi, professore?

"Sono pochi rispetto ai milioni di Italiani che erano iscritti al Partito Nazionale Fascista e affollavano le piazze oceaniche di Mussolini: sono tantissimi, però, se si confrontano con il momento storico. La scelta di diventare partigiano fu fatta in un momento in cui si poteva scegliere altrimenti: stare tutti a casa e rifugiarsi nell’intimità domestica della propria famiglia, aspettando che passasse la nottata come diceva Eduardo De Filippo, oppure schierarsi con la Repubblica di Salò e godere dell’ombrello protettivo della Wehrmacht, il più forte esercito mai schierato in Italia. I partigiani e le partigiane, per fortuna, fecero un’altra scelta: scelsero di disobbedire e rischiare. Ecco perché la loro esperienza è un lascito da cui non si può prescindere. Certo furono una minoranza, ma una minoranza che fu chiamata a riscattare l’ignavia della maggioranza! È sempre stato così in questo Paese, sono sempre state le minoranze a produrre delle svolte. Il Risorgimento fu di una minoranza non certo della maggioranza. Quindi, da questo punto di vista le cifre sono la dimensione quantitativa della Resistenza ma sono anche una dimensione qualitativa della Resistenza. Nei mesi immediatamente successivi al 25 aprile ci fu il tentativo di salire sul carro dei vincitori. Ecco, queste commissioni vagliarono con grande rigore e accuratezza le richieste di diventare partigiano riconoscendo soltanto le qualifiche che effettivamente si potevano riconoscere. Dal '48 in poi le cose cambiarono: l’ansia di diventare partigiano per lavarsi la coscienza di essere stati fascisti finisce, anzi essere stati partigiani diventa un disvalore. L’Italia degli anni '50 è un’Italia che rimuove la Resistenza dal nostro tessuto civile".

Questo portale è consultabile già adesso o dobbiamo ancora aspettare?

"È consultabile già adesso ed è molto interessante perché permette di ricostruire storie familiari, tessuti sociali, un contesto complessivo all’interno del quale ambientare queste storie di uomini e di donne che, dal punto di vista individuale, furono quelli che riscattarono l’Italia, indipendentemente dalla loro sede politica, dal loro essere schierati in un partito o meno. Io credo che questo portale ci avvicini direttamente agli individui che fecero la Resistenza". 

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