Sabato, 30 Maggio 2020 21:48

I partigiani bucanieri di Dell'Omo: in missione per rapire Mussolini

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L’Aquila, autunno 1942. Dieci adolescenti, guidati da un vecchio capitano fissato con il fantasma di Trotsky, mettono insieme una banda partigiana. La chiamano Gordon, in onore dell’eroe del loro fumetto preferito, Flash, che il fascismo aveva censurato nel 1938 temendone la carica libertaria.

Dopo mesi di addestramento in montagna, i ragazzi si danno una missione: rapire Mussolini – fatto prigioniero, nel frattempo, sul Gran Sasso, a Campo Imperatore, dopo la caduta del regime, nel luglio 1943 - prima che arrivino a liberarlo i tedeschi.

Il piano è il seguente: librarsi in volo seguendo le istruzioni di un antico manoscritto. A progettarlo è Pietro Vinci, un timido ragazzo membro del gruppo, nipote di Gabriele D’Annunzio (parentela che però disconosce).

Sarà sempre lui, ormai invecchiato e divenuto, nel frattempo, un generale dei servizi segreti, a raccontare al suo ex autista le rocambolesche imprese dei suoi compagni, tra inseguimenti, amori, amicizie, tradimenti e salite a rotta di collo sulle pareti rocciose del Gran Sasso.

E’ la trama del primo romanzo di Marco Dell’Omo, “La banda Gordon”, appena pubblicato dall’editore Nutrimenti. Un libro ambientato durante la Resistenza ma non collocabile nel filone della letteratura sulla Resistenza. Piuttosto, una storia di amicizia, libertà e poesia, che più che ai vari Fenoglio, Calvino e Meneghello, guarda ai romanzi d’avventura di Salgari e Stevenson, all’"Huckleberry Finn” di Mark Twain, a Quentin Tarantino e, naturalmente, al mondo dei fumetti.

Il romanzo è stato presentato anche al Salone del Libro di Torino, scelto da Antonio Manzini (l’autore del ciclo di libri sul vicequestore Rocco Schiavone).

Che genesi ha avuto il romanzo?

L’idea è maturata lentamente e in modo un po’ casuale, un passo dopo l’altro.   Avevo in mente la storia di un’amicizia difficile che si svolgeva sulle pareti di una montagna,  poi ho deciso di  ambientarla negli anni della guerra, da lì ho inserito un evento che ha sempre acceso la mia fantasia, la prigionia di Mussolini al Gran Sasso, quindi mi sono imbattuto nella storia del fumetto di Flash Gordon e della censura subita  ad opera del regime...  Un anno di lavoro, grosso modo, più una coda per sistemare la parte che si svolge ai giorni nostri, quella tra il vecchio generale Piero Vinci e il suo ex autista.

Leggendo il libro vengono in mente scrittori come il Fenoglio del “Partigiano Johnny” o di “Una questione privata”, il Meneghello dei “Piccoli maestri” e soprattutto al Calvino del “Sentiero dei nidi di ragno”. Sono modelli ai quali ti sei ispirato?

In generale dietro la Banda Gordon ci sono rimandi più o meno consapevoli (nel senso che alcuni di essi li ho capiti solo dopo aver scritto) ai grandi libri di avventura come  L’Isola del Tesoro o Hukleberry Finn,, ma uscendo dall’ambito letterario tra le fonti di ispirazione devo anche menzionare  Quentin Tarantino e la sua idea  di giocare con la grande storia  nel film  Bastardi senza gloria. Tra quei giganti della letteratura italiana che citi tu, Calvino è quello che sento più vicino, soprattutto per l’intuizione, (che lui maturò giovanissimo, ricordiamoci che Il sentiero dei nidi di ragno lo scrisse a 24 anni), di raccontare la resistenza scegliendo un punto di vista quasi fiabesco, mettendo cioè in scena  una banda partigiana che sembra composta da bucanieri sgangherati, con tanto di giovane mozzo e cuoco di bordo.  Cambiare punto di vista, spiazzare la pigrizia, togliere pesantezza al linguaggio sono gli insegnamenti che ho cercato di assimilare, non so con quanto successo.

 

Cop Banda Gordon

Il libro è pieno di riferimenti alla geografia e alla toponomastica dell’Aquila mentre invece le parti ambientate in montagna contengono riferimenti a luoghi mmaginari. Perché questa scelta?

Ho cercato di disegnare una città insolitamente scura, notturna e silenziosa che riflette l’angoscia di quel  periodo. Le pareti del Gran Sasso sono quelle reali, come anche quella di Monticchio. Ho invece creato dal nulla un vallone impervio, il vallone dell’Eremita e il vicino paese di Castellaccio. La scelta è nata perché avevo bisogno di un luogo di difficile accesso e con una grande parete di roccia per far addestrare la Banda Gordon e nei dintorni dell’Aquila non c’è nulla di simile.  Poi, scrivendo ho capito che questa scelta rafforzava il carattere  fantastico della storia e le ho dato ancora più corpo. Una montagna immaginaria per un gruppo immaginario.

Nel libro ci sono due personaggi femminili, due donne che si uniscono alla banda. E’ un tributo alle tante donne che hanno partecipato alla Resistenza e che, pur avendo avuto un ruolo tutt’altro che secondario nella guerra di Liberazione, sono state spesso dimenticate?

Le due gemelle Carla e Marzia sono, due folletti imprevedibili e dispettosi, ma sono anche un soffio di ottimismo e di modernità, mostrano agli altri ragazzi della Banda la direzione della storia: intraprendenti, anticonformiste, femministe ante-litteram, terremotano lo schema maschile del gruppo d’azione.  Nell’immaginario resistenziale le donne sono confinate al ruolo subordinato di staffetta, ma ci sono state anche ragazze che combattevano armi in pugno, Carla e Marzia idealmente le rappresentano tutte.

Nel romanzo la montagna è molto più di un ambiente, di un luogo che fa da sfondo alla vicenda. E’ quasi un personaggio aggiunto, sicuramente un elemento dotato di grande valenza simbolica. Vuoi parlaci della tua passione per la montagna e in particolare per quella abruzzese e aquilana, alla quale hai anche dedicato un libro, “I conquistatori del Gran Sasso”?

Forse dietro la mia passione per il Gran Sasso c’è l’idealizzazione di un paradiso perduto – la mia famiglia si è trasferita a Roma che io ero un bambino -  che mi ha spinto a battere ogni sentiero e ogni parete delle nostre catene montuose alla ricerca di una sorta di spirito originario con cui ricongiungermi. La  montagna abruzzese è unica, non ha paragoni e non deve avere complessi di inferiorità. Il Gran Sasso non  è “come le Dolomiti”, Capo Imperatore non è “come il Tibet”.  E’ una montagna inaspettata, arcaica, profuma di terra e di mare. In questo libro la montagna ha anche un altro valore: è un altrove, un luogo dove non valgono più le liturgie del regime e l’ideologia del quieto vivere, e dunque per i ragazzi della Banda prima è una via di fuga, poi diventa una palestra di libertà e responsabilità, dove si impara il valore della cordata, cioè dell’azione collettiva.

Pensi che ci sia stato, in questi anni, uno svilimento dell’importanza della Resistenza? Vedi messi a rischio i valori che essa incarna?

Dopo 70 anni non siamo ancora riusciti a far diventare la Resistenza un patrimonio universale. Forse è inevitabile: il regime fascista ha avuto il consenso di una buona fetta di italiani, almeno fino alla guerra, e ancora oggi il mito dell’uomo forte sopravvive ampiamente nella destra. Ma quello che mi fa paura non è il fatto che il 25 aprile ci sia qualcuno che non festeggia. Fatti suoi. Il problema è che la libertà e la giustizia, i due valori per i quali i ventenni di quegli anni lì hanno dato la vita, rischiano di essere erosi dal cinismo, dall’egoismo e dell’indifferenza. Però non sono del tutto pessimista: la battaglia contro il riscaldamento globale oggi è una nuova forma di resistenza, e nonostante la sproporzione delle forze in campo non è detto che debba soccombere.

Dato anche il lavoro che svolgi come autore per docufilm, ti piacerebbe ricavare da questo romanzo una sceneggiatura per una trasposizione televisiva o cinematografica?

Sono troppo coinvolto, non so dire se la storia potrebbe essere raccontata anche per immagini. E’ una storia che ha vari momenti onirici, e c’è il rischio che quello che viene immaginato  con la fantasia poi perda di impatto quando viene messo davanti agli occhi di uno spettatore. Sarebbe una sfida difficile, ci vorrebbero un regista e un produttore ancora più visionari dell’autore.

L’AUTORE

Marco Dell'Omo è nato a L'Aquila nel 1958. Giornalista, sceneggiatore e scrittore, ha lavorato per la redazione politica dell'Ansa e ha collaborato con "Il manifesto" e "Il mondo". Come sceneggiatore ha scritto la serie di Rai Storia "Buonasera presidente", il documentario su Oriana Fallaci "Oriana, il lato nascosto della luna" (Rai 3) e il docufilm su Nilde Iotti "Storia di Nilde" (Rai1). Dell'Omo è anche un alpinista, con numerose salite compiute al Gran Sasso e sulle Alpi. È l'autore del libro "I conquistatori del Gran Sasso" (Vivalda, 2005), che racconta in forma romanzata le imprese alpinistiche compiute sulla montagna più alta degli Appennini. Suoi racconti sono pubblicati sul libro di Luca Mazzoleni "La montagna incantata" e sul sito dell'editore Nutrimenti.

Ultima modifica il Lunedì, 01 Giugno 2020 10:58
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