Giovedì, 10 Giugno 2021 14:41

Pensando a Saman e al suo coraggio

di  Ilaria Carosi

di Ilaria Carosi* - Qualche giorno fa, un mio amico musulmano mi ha portato dei dolcetti e dei datteri che arrivavano per me da un posto lontano.

Non li avevo chiesti, mi sono stati donati, anche in virtù dei mesi pesantissimi che ho alle spalle.

Mi sono commossa fino alle lacrime, perchè arrivavano dalla sua mamma - che non conosco - che li aveva preparati a mano e che ci teneva tanto a farmeli assaggiare. Un gesto spontaneo, immediato: tuttavia i gesti piccoli veicolano, spesso, significati profondi.

Insieme ai dolcetti e ai datteri, mi sono state riservate delle parole bellissime che mai fino in fondo sento di meritare ma che forse avevo bisogno di ascoltare, in quel momento. Dono prezioso di un'anima ad un'altra anima. Accadono cose, tornano indietro riconoscimenti e sostegno proprio quando la vita mi porta a dubitare del senso; e se è solo un caso, è piuttosto curioso.

Mi sono soffermata spesso su quella fiducia che i musulmani ripongono nel "volere di dio", inshallah, una fiducia cieca che tante volte mi sono trovata ad osservare da vicino, con lo stupore e il rispetto di chi ne coglie il senso profondo, senza aver mai sperimentato nulla di simile nella propria fede, non dico religiosa ma nemmeno scientifica.

Il mio amico musulmano mi ha ricordato che dio sceglie quelli a cui mandare prove da superare: "dio sceglie perché sa che tu potrai affrontarle ed essere da bussola per gli altri. Ricordati che tu sei la nostra bussola".

Una bussola. Io.

Lui, figlio di una terra martoriata, lo dice a me.

Non è stato l'unico. L'unico a darmi una carezza all'anima, intendo. Potrei dirvi che i miei amici musulmani (ne conto 4 o 5 assolutamente fraterni) mi hanno riservato le parole più belle, in occasione della morte di mia madre e forse nemmeno mi credereste ma poco importa.

Sento di essere fortunata. Per aver avuto il privilegio e la possibilità di vedere le cose da diverse angolazioni. La possibilità di lavorare, a testa bassa, come un mulo, continuando a farmi domande sempre, anche dopo 20 anni di lavoro coi migranti. Sarebbero stati 21 quest'anno, se non mi fossi presa una piccola pausa, proprio quest'anno.

La verità? È troppo.

Quello che ho visto e sentito in 20 anni. I traumi, la guerra, le morti ingiustificate e ingiustificabili, gli stupri, le torture, le botte, le ferite da lama, le ferite da arma da fuoco, le umiliazioni fisiche e psichiche, le ossa e le dita delle mani rotte, le bruciature, le cuciture e le infibulazioni, il sangue, l'orrore negli occhi, nelle orecchie, nella testa. I cadaveri nel mare, nel deserto, su tavolacci di una morgue di qualche paese che non ricordo.

Quello che è successo a Saman è terribile e mi turba da giorni.

Ho tante domande e poche risposte, la consapevolezza che nulla sia facile, insieme a quella che fenomeni complessi e multisfaccettati rischiamo sempre di sacrificarli ad un'ottica lineare, quando ne parliamo qui sopra. Vince chi urla di più. Perde chi non ce la fa più a sostenere un contraddittorio fatto di affermazioni che non lo prevedono - un contraddittorio - e sono già pensate come perentorie.

Ho appena sentito in una trasmissione tv alcuni suoi audio inviati al ragazzo; audio in cui, lucidamente, Saman gli diceva che avrebbe accettato il suo destino, mentre gli raccomandava, nel contempo, di recarsi dai Carabinieri, se non avesse avuto sue notizie per due giorni. In TV, a commentare, c'era un giornalista e mediatore culturale pakistano che ho riconosciuto: ci ho parlato una sola volta, 18 anni fa, e mi è rimasta impressa la sua lucidità e gli ideali che animavano entrambi.

Mi chiedo se sia stato fatto abbastanza, in questi anni, e non so rispondere. So che abbiamo lavorato per il mondo in cui credevamo e crediamo.

Saman aveva solo 18 anni, andava sostenuta e tanto, nel suo processo di messa in discussione di legami familiari che annientano il Tu in favore del Noi. Un Noi malato, psicopatologico, deviante, assassino; un Noi che non prevede non l'emancipazione o l'occidentalizzazione ma un Noi che non prevede l'individuazione. Un Noi che pensa di poter sopprimere l'Io, tanto più se femminile.

Andava sostenuta, Saman, soprattutto a livello psicologico perché il suo Io stava nascendo adesso, ed era fragile. Fragile, non debole.

Saman sapeva quello che rischiava. Aveva sentito i suoi genitori parlare, tra l'altro. Però voleva i suoi documenti, voleva esistere. E mi piace pensare che solo questo fosse il destino cui non poteva sottrarsi, quello dell'Io che rivendicava.

Ho visto tanti stranieri rivendicare con forza quell'Io con in mano una carta di identità o un permesso di soggiorno. Io. Io e non un altro. Io e non il mucchio o la massa dei termini generici in cui racchiudono spesso immigrati, clandestini, rifugiati.

Persone. Non mucchi. Individui. Qualcuno, nel nostro Paese ha potuto esistere per la prima volta nella vita, proprio in virtù di quel nome, trascritto sopra ad un documento.

Io il coraggio di Saman, non lo dimenticherò mai. Nella busta dei datteri ci ho infilato il naso, appena l'ho aperta. E ho respirato forte l'odore dell'Oriente.

*di Ilaria Carosi, psicologa e psicoterapeuta

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