Sabato, 23 Aprile 2022 22:34

Capaci, trent'anni dopo: la "Quarto Savona 15" all'Aquila

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Capaci, trent'anni dopo: la "Quarto Savona 15" all'Aquila Foto Marcello Spimpolo

E' arrivata all'Aquila la "Quarto Savona 15", l’auto blindata sulla quale il 23 maggio del 1992 viaggiavano Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifano, gli agenti della scorta del giudice Giovanni Falcone e della moglie, Francesca Morvillo, saltata in aria per mano della Mafia nella strage di Capaci.

Vittime della mafia, ma simbolo della lotta per la legalità che nel 30° anniversario dell’attentato assume un significato ancora più importante e che il Premio Borsellino veicola ogni anno soprattutto verso i giovani studenti, cittadini di domani.

Cinquecento chili di tritolo non hanno fermato la "Quarto Savona 15" che continua a macinare i suoi km verso una nuova cultura della legalità. Oggi c’è il bisogno di educare a una nuova grammatica della legalità per capire ciò che è accaduto, affinché non debba accadere di nuovo; è necessario istruire e in qualche maniera anche informare i ragazzi, affinché possano accorgersi anche solo dei segnali di un atteggiamento illegale e allontanarli dal proprio territorio.

Ecco il motivo per cui il viaggio della "Quarto Savona 15" è ancora essenziale.

I resti della Fiat Croma, che all’altezza del chilometro 5 dell’autostrada Palermo-Mazara del Vallo fu investita dalla deflagrazione del tritolo, sono stati scoperti alla presenza di autorità, studenti e cittadini (pochi a dire il vero) davanti all'Emiciclo. L’obiettivo della manifestazione, curata dal Premio Borsellino, in collaborazione con l’associazione Società Civile, la Polizia di Stato, l’Associazione nazionale Magistrati d’Abruzzo e l’associazione Falcone e Borsellino, non è solo quello di raccontare una triste pagina di storia, ma anche il sacrificio di quanti in quell’attentato mafioso persero la vita in nome della giustizia, come ribadito da Tina Montinaro, moglie di Antonio Montinaro che morì nella strage di Capaci. 

"Bisogna raccontare quello che è successo perché i giovani conoscano quello che è accaduto 30 anni fa", ha sottolineato Montinaro. "I giovani devono sapere anche perché i nostri ragazzi devono essere diversi da noi; devono fare in modo che certe cose non accadano più e quindi ecco perché io continuo a parlare ai giovani. Mio marito ha fatto il poliziotto fino in fondo e l’ha saputo fare con un altissimo senso del dovere ed è morto con una dignità che pochi uomini hanno quindi è chiaro che io sono orgogliosa di quel ragazzo. I giovani però devono sapere quello che è successo; devono sapere dei 30 anni di processo e che comunque cerchiamo ancora la verità"

Ultima modifica il Sabato, 23 Aprile 2022 23:04

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