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Venerdì, 29 Aprile 2022 14:15

FLC Cgil: "Quale Primo Maggio per le nuove generazioni"

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La FLC CGIL della provincia dell’Aquila, in occasione del 1 maggio, vuole invitare ad una comune riflessione sulla percezione che i giovani e le giovani hanno del lavoro e su quanto sia necessario che la scuola e l’università pubbliche recuperino la loro funzione costituzionale che non è quella di creare soggetti utili al profitto, ma quella ben superiore di concorrere a sviluppare pienamente la personalità di uomini e donne, affinché raggiungano una dignità sociale che non può prescindere dal lavoro e dalla sua stessa dignità.

Sappiamo che i giovanissimi e le giovanissime di oggi guardano al futuro con disincanto se non con preoccupazione. Sono ragazzi e ragazze che non hanno memoria del Novecento. Non hanno memoria delle lotte e delle conquiste dei lavoratori e delle lavoratrici del secolo scorso. Conquiste che, per quanto possano sembrare oscurate, sono acquisite e permettono di tutelare il lavoro e chi lo svolge.

I nostri ragazzi e le nostre ragazze non conoscono l’autunno caldo, l’art. 18, le lotte per le 8 ore, lo statuto dei lavoratori... Conoscono però la difficoltà di trovare lavoro, la mancata linearità tra il percorso di studio e il mondo del lavoro, il lavoro nero che è molto più diffuso di quanto si creda tra i più giovani, la mancanza di contratto, i contratti pirata, i contratti a chiamata, le partite iva, le agenzie interinali e la rassegnazione. Conoscono la possibilità di ‘emigrare’ quando hanno gli strumenti culturali ed economici per farlo. Per assurdo, prima si emigrava da poveri, spesso analfabeti, in Paesi che non includevano e si tornava con poche lire, ma sufficienti a garantire un futuro a figli e figlie. Ora si emigra laureati, iper formati in paesi più valorizzanti da cui non si torna più, perché figli e figlie è meglio farli crescere altrove.

Ma quanti dei nostri ragazzi e ragazze non hanno neanche gli strumenti per andarsene? Quanti conoscono la rassegnazione ad una vita precaria? Quanti smettono di studiare e di cercare lavoro?

Il numero di coloro che rinunciano e scelgono di stare fuori da ogni percorso di istruzione e occupazione, definiti con il termine neet, è allarmante. Sono giovani che hanno meno di 29 anni ed hanno smesso di credere al futuro.

Ma è un'altra la domanda che oggi più preme alla nostra organizzazione che sì tutela i lavoratori e le lavoratrici della conoscenza ma non può non preoccuparsi se quella stessa conoscenza non rispetta più i dettati della Carta Costituzionale e non collabora più alla declinazione del suo assunto principale che fa del lavoro il fondamento della nostra Repubblica: dove la filiera della conoscenza ha fallito?

Forse ha fallito nella mancanza di un nesso sistemico tra scuola, università e territorio che dovrebbe sviluppare una rete di possibilità vocazionali del territorio per tenere insieme gli obiettivi formativi e quelli occupazionali.

Forse ha fallito perché la scuola neoliberista, la scuola azienda, a cui le ultime riforme ci hanno condannato, educa non la persona ma il ‘capitale umano’ e crea competizione sociale, economica e di status. Tradisce, quindi, la possibilità che si realizzi la ‘scuola attiva’ di cui parlava Gramsci che poteva garantire la mobilità sociale attraverso l’equilibrio e la coniugazione tra il lavoro manuale, operaio e la formazione di un pensiero libero dall’alienazione.

Forse ha fallito perché l’orientamento al lavoro non è adeguatamente strutturato nei nostri atenei. Non riesce a far emergere le attitudini e le capacità innate nell’individuo che insieme alle conoscenze acquisite possano renderlo consapevole delle sue scelte rispetto al futuro. Spesso i ragazzi e le ragazze, infatti, scelgono di proseguire gli studi senza una precisa consapevolezza degli sbocchi lavorativi di quella scelta e percepiscono università e lavoro come mondi distanti e che non comunicano.

Forse ha fallito perché l’alternanza scuola lavoro ha dimostrato drammaticamente il fallimento di una riforma senza basi pedagogiche che ha favorito la dimensione della separatezza tra scuola e realtà occupazionale del territorio. Sono tante le domande che dobbiamo necessariamente porci se vogliamo contribuire a restituire ai ragazzi e alle ragazze la percezione della dignità del lavoro. Anche di un lavoro che preveda il diritto alla felicità perché libero da sfruttamento e da alienazione.

Non ci sono di conforto i dati sulla disoccupazione giovanile nella nostra provincia che nel 2020 ha raggiunto il 28% e non ci confortano neanche le attuali dichiarazioni di aumento dell’occupazione giovanile perché sappiamo che si tratta di occupazione precaria. Non flessibile, né fluida, come vogliono farci credere, ma precaria.

Ma più che i dati ci preoccupa, ripetiamo, la percezione del lavoro. Questo lavoro che spogliato del senso di partecipazione alla collettività, porta alla ricerca di soluzioni individuali spesso di breve durata, accompagnate dal disincanto e dalla consapevolezza che tanto la politica non si occupa dei suoi cittadini e delle sue cittadine più giovani. Questo lavoro depotenziato nel suo potere contrattuale che è causa di aumento delle disuguaglianze. Questo lavoro che costringe ad accettare la prospettiva di una vita precaria e non permette la pianificazione della propria esistenza.

La scuola e l’università, dunque, oltre a creare reti di coordinazione tra istruzione e lavoro, dovrebbero anche favorire la conoscenza della dignità del lavoro, la storia dei lavoratori e delle lavoratrici, di conquiste e di perdite di conquiste che sono sempre dietro l’angolo. Perché le conquiste di un secolo che non c’è più non sono un nostro feticcio, come dice qualcuno, ma sono la storia che abbiamo il dovere di trasmettere.

Altrimenti il Primo Maggio diventerà un racconto mitologico di quando questo Paese lottava per i suoi diritti. Universali e trasmessiibili.

Miriam Anna Del Biondo segretaria generale FLC CGIL provincia dell’Aquila

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