Lunedì, 04 Maggio 2020 11:49

Accord Phoenix, cambia l'assetto societario: fondo Orchard prende le redini

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Cambia di nuovo l'assetto societario di Accord Phoenix, la società operante nel settore del trattamento e smaltimento dei rifiuti elettrici ed elettronici (RAEE) che si è insediata all'ex polo elettronico con un finanziamento pubblico di quasi 10,7 milioni di euro, fondi provenienti dal 4% delle risorse per la ricostruzione destinate allo sviluppo economico, a fronte di un investimento privato indicato in 45 milioni, e che nel febbraio 2018 è andata a regime dopo un avvio a dir poco travagliato.

La piena proprietà dell'azienda è oggi in mano al fondo americano d'investimenti 'Orchard' che, nel dicembre 2015, era entrato in società con l'allora socio di maggioranza Ravi Shankar e con Francesco Baldarelli rilevando le quote fino a poco tempo prima detenute da un trust cipriota schermato, per poi acquisire la maggioranza allorquando l'azienda era andata in difficoltà per il sequestro degli impianti, tra il dicembre 2016 e l'agosto 2017, a valle di una indagine sull'indebito stoccaggio di rifiuti pericolosi e non all'interno dello stabilimento, così consentendo l'avvio della produzione.

Un passo indietro.

Ricorderete che, giusto un anno fa - era il maggio 2019 - i finanzieri del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza dell’Aquila hanno dato esecuzione ad un sequestro preventivo disposto dalla Procura per equivalente di quasi 5 milioni di euro, la prima tranche del finanziamento pubblico accordato da Invitalia, nei confronti della società e di tre persone - Francesco Baldarelli, Ravi Shankar e Luigi Ademo Pezzoni - accusate del reato di indebita percezione di contributi statali.

La vicenda giudiziaria è ancora tutta da scrivere. Per ora, sappiamo che il provvedimento di sequestro è giunto al termine di complesse indagini delegate dal Sostituto Procuratore della Repubblica dell’Aquila, David Mancini, finalizzate a riscontrare la sussistenza dei requisiti legittimanti l’accesso ai finanziamenti pubblici per il sostegno delle attività produttive e di ricerca, stanziati a seguito del sisma che ha colpito l’Abruzzo il 6 aprile 2009. Le indagini svolte dalle Fiamme Gialle hanno evidenziato che per l’acquisizione dei finanziamenti i responsabili della Accord Phoenix avrebbero falsamente attestato di possedere, tra l’altro, quei requisiti minimi di innovazione tecnologica e di durevole capacità economica previsti dal bando di Invitalia.

Stando alle autorità inquirenti, però, nessuno dei soggetti appartenenti alla società e coinvolti a vario titolo "aveva la previste ed indispensabili alte professionalità nel settore del riciclo dei rifiuti elettronici e come l’intera organizzazione dell’impianto fosse approssimativa ed improvvisata". In particolare, nonostante le attestazioni prodotte, l’analitica ricostruzione investigativa avrebbe consentito di riscontrare che la Accord Phoenix non era in possesso del necessario "know how" nello specifico settore del trattamento dei rifiuti, carente di un’adeguata organizzazione e di macchinari ad alta innovazione tecnologica. A leggere uno dei passaggi del dispositivo firmato dal pm David Mancini, si evince come infrastrutture hardware e software fossero nient'affatto adatte e addirittura sovrastimate, "del valore accertato di 10 milioni di euro a fronte dei 19 milioni di euro indicati nel business plan".

L’impresa risultava inoltre inadempiente alle disposizioni di legge vigenti in materia di tutela e sicurezza del lavoro.

Non solo. La politica locale - è la tesi del pubblico ministero - sapeva delle presunte irregolarità della società sin dal 2016, ma preferì volgere lo sguardo dall'altra parte, facendo sì che l'azienda violasse "l'impegno all'assunzione dei cassaintegrati dell'ex polo elettronico", a vantaggio di "soggetti vicini ai vertici aziendali o ai politici locali, in ossequio a logiche clientelari". 

Un passaggio durissimo. 

Tali condotte, realizzando gli estremi del reato di indebita percezione di erogazione a danno dello Stato, hanno fatto scattare anche indagini di natura patrimoniale da parte dei finanzieri, tese alla ricostruzione e alla quantificazione dei beni e delle disponibilità finanziarie riconducibili agli indagati, portando, dunque, all’esecuzione del provvedimento di sequestro di conti correnti, partecipazioni societarie, immobili e macchinari nei confronti della società e dei tre responsabili individuati, per l’equivalente importo di 4.842.000 di euro, pari alla somma dei S.A.L. già percepiti da Invitalia.

Fin qui, la cronaca.

Da allora, come detto, è passato un anno. I 5 milioni di euro non sono stati dissequestrati e, nel frattempo, l'inchiesta ha congelato anche l'erogazione degli ultimi due Sal da parte di Invitalia, per un valore di 6.5 milioni di euro. 

A garantire la continuità dell'attività produttiva, almeno fino alla chiusura imposta dalla pandemia, è stato il fondo americano 'Orchard', che già deteneva la maggioranza delle quote della società, con l'immissione di liquidità fresca che ha consentito ad Accord Phoenix di pagare i fornitori e gli stipendi. A quel punto, il fondo ha deciso, però, di acquisire l'intero pacchetto di quote: così, Ravi Shankar e il direttore generale Francesco Baldarelli sono usciti di scena, costretti, di fatto, a cedere la loro parte. 

E' rimasto soltanto il presidente Piercarlo Valtorta.

Il fondo 'Orchard' che ora detiene la completa proprietà dell'azienda si è affidata, per la gestione, ad una agenzia italiana che cura interessi industriali.

Ovviamente, in questi giorni Accord Phoenix è rimasta chiusa, con i lavoratori in cassa integrazione; stamane, con l'avvio della così detta 'fase 2' una manciata di operai sono tornati in azienda per riavviare i lavori: tuttavia, il problema è l'approvvigionamento delle materie prime che, per lo più, arrivavano dal nord Italia. 

 

 

Ultima modifica il Venerdì, 08 Maggio 2020 09:44

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