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Giovedì, 16 Maggio 2013 14:28

La paralisi della ricostruzione: le insidie del finanziamento diretto

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La notizia è arrivata ieri, e sta facendo molto discutere. Come raccontato da Berardino Santilli su AbruzzoWeb, la Astaldi Spa ha rilevato parte dei contratti stipulati della Mazzi Spa, sull’orlo del fallimento. L’azienda veronese ha ottenuto, in città, oltre 100 milioni di commesse per la ricostruzione. La pesante situazione debitoria, però, l’ha costretta ad abbandonare alcuni dei cantieri. L’anomalia sta nel fatto che la Astaldi non avrebbe acquistato il ramo d’azienda della Mazzi, al contrario l’avrebbe affittato con una società a responsabilità limitata, la Astaldi Edifica, che ha un capitale sociale di 10mila euro.

L’operazione è poco chiara. Lo hanno capito anche i consorzi di condomini che si erano affidati alla Mazzi. Il gioco è semplice: la Astaldi sta tentando di liberarsi degli operai e degli amministrativi della Mazzi così che la società possa ottenere dal giudice un piano industriale. A quel punto avverrebbe l’acquisizione del ramo d’azienda. A rimetterci i cittadini aquilani che si sono affidati all’impresa veronese per la ricostruzione delle loro abitazioni e che si ritrovano, ora, a dover trattare con un’altra impresa.

Inutile entrare nelle pieghe delle trattative tra Astaldi e Mazzi. Ci interessa piuttosto capire come si sia arrivati all’affidamento di oltre 100 milioni di commesse ad una sola azienda. Come è possibile, in altre parole, che delle imprese incamerino un portafoglio milionario di contratti per poi portare i registri in tribunale, dopo aver rivenduto (o affittato, come nel caso della Mazzi) a grandi gruppi imprenditoriali?

Già in una lettera dello scorso marzo, l’Ance aveva scritto all’allora ministro Fabrizio Barca e agli Uffici speciali per la ricostruzione di considerare l’opportunità di intervenire con provvedimenti che impedissero operazioni poco chiare: “non vorremmo che chi compra rami d’azienda lasciasse al territorio le foglie secche” – ha ripetuto ieri Gianni Frattale, Presidente di Ance L’Aquila – “E’ questo un fenomeno che comincia a verificarsi e su cui bisogna vigilare con tutti i mezzi, per non danneggiare le imprese del territorio, l’indotto dell’edilizia e gli stessi cittadini che rischiano di non rivedere la loro casa ricostruita. Attenzione a chi si affidano i cantieri ed in quali termini. Si vincolino in solido le imprese alle responsabilità sottoscritte attraverso valide fidejussioni. Non abbiamo nulla contro i grandi gruppi di fuori – ha sottolineato - ma si consideri che le imprese del territorio ci mettono la faccia più di altri. Agiscono con qualche remora in più proprio perché si giocano in casa la loro reputazione e possono essere più facilmente chiamate a render conto del loro operato. E questa per il cittadino è una garanzia in più”.

C’è la necessità, insomma, che la governance intervenga con precise norme preventive per evitare che aziende in difficoltà economica tentino di ripianare i bilanci aziendali tuffandosi sul piatto della ricostruzione aquilana con operazioni spericolate e, quindi, pericolose per i cittadini.

Non è solo questo il problema, però. La questione è anche un’altra: come mai i consorzi decidono di affidarsi a grandi gruppi piuttosto che alle piccole e medie imprese del territorio? Molto dipende dalle nuove regole imposte dal governo Monti alla fine dell’anno passato.

L’allarme lo avevano lanciato in molti. L’architetto Marco Morante del Collettivo99, “comitato della riconversione oltre la ricostruzione”, all’indomani dell’annuncio dell’avvio della ricostruzione, il 21 marzo scorso aveva scritto: “da tecnico coinvolto giornalmente nei processi della ricostruzione aquilana, le rassicurazioni sull’avvio della ricostruzione, quella vera e continuativa, non riescono davvero a convincermi.
Sono due i fattori principali che minano l’ennesimo proclama: l’inaffidabilità del finanziamento diretto e l’incertezza su tempi, modi e priorità nell’esame delle pratiche”.

Nel merito dell’inaffidabilità del finanziamento diretto, l’architetto sottolineava che “il finanziamento agevolato delle pratiche private di ricostruzione (attivabili per le prime case) era stata l’unica forma che si era dimostrata capace di dare certezze ai proprietari terremotati, ai tecnici ma soprattutto alle imprese, su cui si coagula il grosso del problema. Il finanziamento diretto, invece, è stato fino ad ora fonte di ritardi notevoli che si protraggono a tutt’oggi, anche a distanza di 3 anni dall’esecuzione dei lavori. Ciò, per quelle imprese che proprio per questo motivo non siano già fallite, può produrre due diverse incognite, più o meno probabili al variare del contesto locale di riferimento: lavori non retribuiti in tempi ragionevoli e inesistenza di un sistema di pagamento delle pratiche trasparente, prioritario per ordine di arrivo ed a copertura effettiva di cassa”.

Ovvia la conclusione: “queste incognite scoraggiano e penalizzano maggiormente le piccole e medie imprese locali, proprio quelle delle famiglie terremotate. Si fa fatica a trovare imprese interessate all’esecuzione di determinate tipologie di lavori e, ove non si riscontrino di questi problemi, si ha comunque di fronte l’incognita dei SAL (Stato di avanzamento lavori) non saldati, con il rischio di interruzione dei lavori. I Presidenti dei Consorzi sono portati, dunque, a porre quale requisito di scelta delle imprese la disponibilità a lavorare illimitatamente in caso di ritardi di pagamento, con conseguente propensione al lavoro nero ed alla non esecuzione a regola d’arte al venir meno di liquidità”.

Non solo: i presidenti dei Consorzi tendono ad affidarsi ad imprese che paiono garantire coperture economiche importanti, come la Mazzi. Il problema nasce quando queste garanzie non hanno basi finanziarie solide. Può succedere che imprese in crisi tentino la fortuna accettando un gran numero di progetti per poi vendere a grandi gruppi in caso di fallimento. Può succedere che le imprese siano prestanome che garantiscono i cittadini lavorando con soldi illeciti che possono così essere “ripuliti” facilmente dalle organizzazioni criminali.

I motivi per cui si è passati al finanziamento diretto sono noti. Il governo ha deciso di non rifinanziare il plafond della Cassa Depositi e Prestiti per L’Aquila, qualche giorno dopo aver stanziato 12 miliardi di euro per spingere la ripresa economica dell’Emilia: in particolare, 6 miliardi per la concessione di finanziamenti agevolati a favore dei titolari di reddito d’impresa per la dilazione del pagamento dei tributi, e altri 6 miliardi come provvista agli istituti di credito per la concessione di finanziamenti agevolati.

Per L’Aquila, erano stati stanziati solo due miliardi e il plafond non è stato rifinanziato. Si è fatto il possibile, si disse in quei giorni. La decisione del ministero dell’Economia e delle Finanze, supportato dal parere di Eurostat, è stato però irrevocabile. “Così rischiamo di consegnare la ricostruzione nelle mani di grandi imprese, di fatto dei general contractors, e privare i cittadini di quel poco di certezze che hanno”. L’allarme lanciato dal gruppo consiliare di Appello per L’Aquila rimase tristemente inascoltato.

Come funzionavano le cose fino alla tragica decisione del governo Monti? Gran parte delle case E utilizzava il contributo agevolato: nel momento in cui il Comune approvava il contributo, dopo poco in banca e su un conto bloccato venivano versati i soldi previsti. Che arrivavano dalla Cassa Deposito e Prestiti. I proprietari avevano la certezza di avere già i fondi necessari e le imprese potevano lavorare tranquillamente sapendo che i Sal sarebbero stati pagati subito.

Oggi, invece, con il contributo diretto passa tutto dalle mani del Comune, che approva il progetto e gli stati di avanzamento e, poi, rendiconta alla governance romana attendendo il trasferimento dei soli. Un processo lungo e macchinoso. Con le imprese lasciate a secco di liquidità e costrette a continuare i lavori senza soldi o a interromperli per non dichiarare bancarotta. E’ per questo che le imprese locali non si assumono il rischio. E’ per questo che i cittadini si affidano a chi assicura loro di poter tirare avanti anche senza un euro. Con il rischio di imbattersi in imprese che assumono rischi pericolosi o, peggio, con imprese che utilizzano soldi illeciti. Altra possibilità è affidarsi a grandi gruppi che, naturalmente, ricorrono poi al subappalto.

Si disse, allora: c’è il rischio che molte ditte falliscano con il conseguente blocco dei lavori lasciando i proprietari nelle mani degli avvocati. C’è il rischio, ben peggiore, che non arrivino i soldi dallo Stato: con il contributo diretto, infatti, viene trasferito al Comune, ogni anno, una parte dei soldi dell’impegno di spesa complessivo stanziato per la ricostruzione. Questo significa che se, in un dato anno, sono stati approvati progetti per un totale complessivo di 1000 euro e lo stato decide di trasferirne solo 500, non tutte le pratiche possono partire. Si disse, allora. Succede, oggi.

Purtroppo, il Governo non tornò sui suoi passi. Le istituzioni locali non hanno avuto la forza di ottenere quanto dovuto. E iniziamo ora a pagarne davvero le conseguenze. Le imprese falliscono, i cantieri si bloccano, i soldi non ci sono e il Sindaco è costretto a elemosinare a Roma almeno 1 miliardo e 400 milioni con la Cassa Depositi e prestiti per risolvere l’impasse.

Ultima modifica il Venerdì, 17 Maggio 2013 02:27

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