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Venerdì, 29 Marzo 2019 01:56

Decennale, Colapietra: "Fu il G8 a trasformare il terremoto in un evento smisurato"

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Si parla del decennale del terremoto ma non di quello del G8. Eppure i due eventi sono assolutamente inseparabili. Non ci sarebbe stato il G8 se non ci fosse stato il terremoto. E se quest’ultimo è assurto a dimensioni di evento smisurato, ciò è avvenuto non perché lo sia stato veramente ma perché è stato legato a un evento di rilevanza mondiale come il G8”.

Per il professor Raffaele Colapietra, il decimo anniversario del sisma non è molto diverso da tutti gli altri.

Dopo il 6 aprile, Colapietra - 87 anni il prossimo novembre, una vita dedicata allo studio, alla ricerca e all’insegnamento (è stato per molti anni docente di storia moderna all'Università di Salerno) - è divenuto celebre, suo malgrado, per essere stato l’unico aquilano a non aver abbandonato la propria abitazione in centro storico.

Una fama da cui si è sempre schermito, anche perché ha sempre ammesso che la sua vita non venne sconvolta più di tanto: “Il sabato successivo al 6 aprile ero in vacanza sul lago di Como, dove avevo già prenotato. Ricordo ancora che l’amico Antonio Gasbarrini mi incontrò una mattina d’estate del 2009 alla Villa Comunale, dove ero andato a godermi il fresco e la bella giornata, e si congratulò con me per ‘i miei neuroni’, così disse. Ma io mi sono limitato solo a vivere e a fare quello che avrei fatto in ogni caso. Avevo sì delle difficoltà e dei disagi ma non più che tanto. Ma non voglio enfatizzare o esibire la mia situazione, ciascuno si comporta come crede”.

Oggi Colapietra afferma di vivere, per “ragioni di ordine sia materiale che spirituale”, in una “condizione contemplativa”, che lo porta a osservare la realtà aquilana con un certo distacco, ma non senza interesse.

In fondo, per Colapietra, non c’è molto da scervellarsi. Il succo di ciò che è accaduto in questi dieci anni, si può ridurre a un’osservazione: la narrazione imposta dal governo di allora, quello di Silvio Berlusconi, decretò la morte della comunità aquilana. La città, che era stata sì colpita duramente ma di certo non era stata rasa al suolo, si svuotò, smise di esistere, non reagì, come invece avvenne dopo il terremoto del 1703, quando, a quindici giorni dall’evento, che causò la morte di 2mila persone (su una popolazione di 8mila abitanti), nella piazza del mercato – quella che oggi è piazza Duomo - c’erano già cinquanta baracche che ospitavano i commercianti, gli artigiani, i notai e il comune.

Si fece passare il racconto secondo cui la città era morta affinché Berlusconi potesse dire, come Gesù nel Vangelo di S. Giovanni: “Io sono la resurrezione”.  

Tutto ciò, secondo Colapietra, avvenne in maniera fulminea. Bastarono poche settimane a segnare il destino dell’Aquila. E il G8, in quest'ottica, fu la trovata tirata fuori dal cilindro da Berlusconi per “alterare i termini dell’evento”.

Professore, perché insiste tanto nel ricordare il G8?

Perché ha fatto assurgere il terremoto da evento tutto sommato locale a evento di dimensioni smisurate. Questo collegamento, che si deve a Berlusconi, alterò i termini di tutto, diede al terremoto una rilevanza di gran lunga superiore a quello che in effetti ebbe.

Secondo lei il terremoto dell’Aquila non è stato, gia di per sé, un evento di importanza e dimensioni "smisurate"?

Ho lungamente riflettuto sull’aggettivazione giusta da usare per descrivere il terremoto dell’Aquila e ritengo che le parole migliori siano queste: ‘una città seriamente danneggiata’. ‘Gravemente danneggiata’ sarebbe troppo, ‘notevolmente’ non significa niente, ‘rasa al suolo’ nemmeno a dirlo. ‘Seriamente’ mi pare l’avverbio più corretto, e questo sia nella parte materiale che per quanto riguarda il numero delle vittime. Mi rendo conto che è un discorso odioso e scellerato da fare, perché basta anche solo la perdita di una vita per rendere un evento tragico. Ma bisogna sottolineare che 309 morti sono lo 0,4% della popolazione e una città colpita in queste percentuali non è una città distrutta. È una città, appunto, seriamente danneggiata. Il terremoto dell’Aquila è stato un importante episodio di cronaca nazionale, niente di più niente di meno.

Fu il G8 a farlo uscire da questa perifericità?

Sì, gli diede una rilevanza superiore a quella che ebbe in sé. Si doveva dire che la città era scomparsa e infatti scomparve perché la popolazione fu condotta altrove. Venne il presidente Obama a vedere le macerie e le Anime Sante, compiendo anche un atto di grossolana scortesia nei confronti di Stefania Pezzopane, una cosa che fa parte probabilmente della rozzezza del presidente degli Stati Uniti. Su questo si dovrebbe riflettere: che nesso c’è tra un terremoto locale di una città di provincia e un evento mondiale come il G8? Fu una scelta fulminea, di cui fu responsabile l’Italia. Agli altri capi di stato non interessava stare all’Aquila piuttosto che alla Maddalena. Perché, dunque, farlo all’Aquila? Per stabilire questo rapporto tra la morte e la vita/resurrezione impersonata da Berlusconi.

In che misura, secondo lei, lo svuotamento della città favorì o facilitò, la scelta di un modello, quello delle 19 new town, che ha fatto definitivamente esplodere la città a tal punto che secondo insigni urbanisti, come Vezio De Lucia, il peggio, per L’Aquila, deve ancora arrivare e arriverà quando tutta questa situazione diventerà definitivamente ingovernabile?

Quando c’è stato il terremoto, la città, urbanisticamente, era già distrutta. E lo era almeno fin dagli anni 70, gli anni del sindaco Tullio De Rubeis, a cui non a caso è intitolata la sala del consiglio comunale. C’è una perfetta logica che conduce da quei tempi a oggi. Si prenda, per esempio, tutta la zona di Coppito e Pettino. Costruendo appendici come queste, programmate solo per abitarci e dormirci, senza il supporto di servizi, una città che aveva il suo fulcro nel centro storico si è suicidata. Sia il piano Tian, risalente alla Prima Guerra Mondiale, sia il progetto della Grande Aquila, seppur diversi, avevano una loro razionalità. Tutto il resto, invece, è stato un puro suicidio. Va detto, poi, che l’autorità straordinaria, dai poteri eccezionali, subentrò dopo che Cialente dichiarò tutto il centro zona rossa, un atto che solo lui aveva il potere di fare, e che furono gli architetti De Masi e Bruno, appartenenti allo stesso partito di Cialente, a scegliere la localizzazione delle new town.

Come vede questo decennale, a cui la città si presenta sicuramente confusa e indebolita essendo appena uscita da una pesante crisi politica, forse ancora non del tutto risolta?

Non vorrei entrare in questo discorso, non conosco le persone che governano. Credo che in definitiva rientri tutto nel regime di rissosità di una qualsiasi città di provincia.

Mancano meno di dieci giorni al 6 aprile e ancora non c’è un programma degli eventi commemorativi. Come valuta questa inerzia?

Del comune dell’Aquila non vorrei occuparmi. Il terremoto è sempre stato un evento spropositato per il Comune, che non riesce a garantire nemmeno l’ordinaria amministrazione. Basta guardare la mancanza della segnaletica stradale.

Tolte S. Maria di Collemaggio e le Anime Sante, gli edifici storici più importanti del centro, dal Forte Spagnolo alle chiese Capo Quarto fino ad arrivare al Duomo, non sono ancora ricostruiti. Come giudica questi ritardi?

E’ una questione di negligenza istituzionale, a tutti i livelli, segno anche di quel che dicevo prima, ossia del valore trascurabile che il terremoto, al di là dell’enfasi declamatoria, ha avuto per l’insieme della nazione. Si sarebbe dovuta seguire una pianificazione diversa. Ciò non toglie che siano stati raggiunti anche degli ottimi risultati e sono lieto che tra poco verranno recuperate anche S. Silvestro e S. Maria del Soccorso. Ma tutto ciò avviene con estrema lentezza. Prima dei monumenti, però, deve essere recuperate la vita civile. E' questa a mancare, basta guardare in che condizioni versa il centro. In centro ormai si viene solo per passeggiare o per compiere qualche piccola spedizione personale. Si vedono bei monumenti, ben rifatti, ma vuoti. Ma la vera vita si svolge altrove.

Che ne pensa dell’idea di riportare gli uffici comunali in centro?

E’ auspicabile, anche se andrebbero riuniti in un’unica sede. Come e dove farla, non saprei dire.

Dieci anni sono un periodo di tempo sufficientemente lungo per uno studio storiografico sul terremoto?

L’unica cosa che mi è stata chiesta di fare per il decennale, dall’Archivio di Stato, perché le altre istituzioni, dal Comune all’Università, manco a parlarne, è una mostra dedicata al terremoto del 1703 intitolata ‘L’Aquila 1703-1713. Un decennale diverso', con la documentazione che l’Archivio custodisce. Leggendo quest documenti si potrà vedere come, nel 1703, a 15 giorni dal terremoto, il consiglio comunale fosse già tornato a riunirsi nelle baracche montate nella piazza del mercato. Tutto questo per dare il senso di come ci si comportò diversamente, di come una comunità reagì. Nel 2009 non c’è stata comunità e nessuno ha reagito. Qualcuno ha operato dall’alto ma la comunità si è sparpagliata e lo è tutt’ora.

Ultima modifica il Venerdì, 29 Marzo 2019 17:36

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