Mercoledì, 24 Aprile 2019 23:04

Guerra e Resistenza in Abruzzo, intervista allo storico Costantino Felice: "Condivido tesi del 'fascismo eterno', nel Paese e in regione quadro politico e culturale di miseria e squallore"

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Una foto della Brigata Maiella Una foto della Brigata Maiella

“Assistiamo a comportamenti, a gesti, a linguaggi che richiamano, talvolta anche in forme esplicite, il fascismo. Il sovranismo e il nazionalismo sono tratti tipici del fascismo e del nazismo. Condivido le tesi di Umberto Eco sul ‘fascismo eterno’”.

Costantino Felice è uno storico. Ha scritto l'opera più ampia e approfondita sulla guerra e la Resistenza in Abruzzo, Dalla Maiella alle Alpi. Guerra e Resistenza in Abruzzo (Donzelli). Docente di storia economica all’Università D’Annunzio, Felice – che è anche un importante studioso del Mezzogiorno, al quale è dedicato il suo ultimo libro, Mezzogiorno tra identità e storia. Catastrofi, retoriche, luoghi comuni (sempre Donzelli, 2017), al cui centro c'è il terremoto dell'Aquila – è preoccupato dal processo di svilimento del significato della Resistenza e del 25 aprile in atto in Italia. Nel nostro Paese, dice il professor Felice a NewsTown, ci sono segnali allarmanti di un ritorno in auge del fascismo: "il quadro offerto dal governo nazionale, come anche da quello regionale” è un quadro “di tale miseria e squallore, tanto sul piano politico quanto su quello culturale” che “dovrebbe preoccupare e scuotere chiunque abbia un minimo di senso civico”.

Costantino Felice

Professor Felice, l’Abruzzo pagò un prezzo altissimo all’occupazione nazista e alla guerra: mille civili uccisi, molti dei quali caddero vittime di stragi come quelle di Pietransieri e Gessopalena; tre campi di concentramento; decine di confinati politici. Questo tragico tributo, benché a livello storiografico sia stato documentato, è ancora poco conosciuto a livello di opinione pubblica.

"In Abruzzo, come del resto sul piano nazionale, permane indubbiamente un vuoto di conoscenza storica, o comunque tendono a prevalere versioni superficiali e spesso mistificanti della guerra e della Resistenza. Non che manchino studi approfonditi e rigorosi. Sul piano storiografico (intendo l’indagine storica condotta su basi scientifiche) comincia anzi ad aversi – anche nella nostra regione – un quadro conoscitivo abbastanza solido e sostanzialmente condiviso tra gli studiosi più seri e avveduti. Da parte della cosiddetta pubblica opinione se ne ha però scarsa cognizione. Per responsabilità dei mezzi d’informazione anzitutto (si pensi a quelle che vengono spacciate per rubriche storiche nei nostri maggiori canali televisivi), ma anche degli istituti storici istituzionali e delle stesse associazioni che si richiamano al movimento partigiano".

Che caratteristiche ebbe l’occupazione nazista in Abruzzo?

"Sul suolo abruzzese la «linea Gustav» ristagna dall’ottobre 1943 al giugno dell’anno dopo, seminando ovunque morte e distruzioni. Qui le popolazioni civili, entro quadri geografici e storici molto peculiari, vengono coinvolte – da parte dell’esercito nazista e dei suoi servitori fascisti – nelle forme più tipiche e atroci del secondo conflitto mondiale: evacuazioni in massa, bombardamenti, stragi (non solo Pietransieri, ma anche Collebringioni, Santa Cecilia, Sant’Agata, Capistrello, Filetto, Onna, Bussi, Pineta di Pescara), scontri all’arma bianca, fino alla «terra bruciata». A livello europeo, tolto il fronte orientale, è qui che la «guerra in casa», che è guerra totale, per prima infierisce brutalmente. Solitamente di questo scacchiere bellico nella pubblica opinione – e anche nella letteratura corrente – viene ricordata la «battaglia di Cassino», facendone così risaltare soprattutto, se non esclusivamente, il versante tirrenico, dal lato strettamente militare come pure da quello resistenziale. Ma anche le battaglie – dal Sangro a Ortona – che nel 1943-44 si combattono in Abruzzo, sul versante adriatico, sono tra le più cruente e rovinose della guerra".

In Abruzzo ci fu anche un ricco mosaico di bande ed eventi resistenziali, a iniziare, naturalmente, dalla Brigata Maiella. Quali furono i caratteri precipui della resistenza abruzzese e quali furono, secondo lei, gli episodi più importanti?

"Nel particolare contesto abruzzese di cui dicevo, ancor prima che al Nord, prende corpo un robusto movimento partigiano, dai tratti originali e anticipatori, la cui punta più avanzata – la Brigata Maiella – continuerà a combattere con gli Alleati, secondo modalità proprie, fino alla liberazione dell’Italia intera. Oltre alla Brigata Maiella, della Resistenza abruzzese gli altri episodi che maggiormente si ricordano sono la rivolta ottobrina di Lanciano e la «battaglia» di Bosco Martese. Si tratta di vicende rilevantissime non solo sul piano regionale, ma anche nazionale ed europeo. Occorre tuttavia aver presente che il partigianato abruzzese, non solo quello cosiddetto umanitario ma anche quello propriamente armato, ha raggiunto dimensioni e livelli di maturità organizzativa e combattiva che vanno ben oltre questi tre «eventi» (chiamiamoli così) resistenziali: decine e decine di bande che andrebbero studiate e considerate analiticamente ciascuna per conto proprio".

Gilberto Malvestuto, ultimo superstite della Brigata Maiella, 98 anni appena compiuti, disse qualche tempo fa in un'intervista: “L’Italia di oggi non è degna del nostro sacrificio”. Secondo lei che significato ha oggi, per gli italiani, soprattutto per le nuove generazioni, il 25 aprile?

"Concordo pienamente con Malvestuto. Per celebrare degnamente il 25 aprile in Abruzzo, soprattutto da parte delle nuove generazioni, occorre conoscere il ricco mosaico di bande ed eventi resistenziali (a cominciare, come si diceva, dalla «battaglia» di Bosco Martese e dalla rivolta di Lanciano) che hanno contrassegnato la nostra regione. Ne uscirebbero ampiamente revisionati convincimenti che sul piano generale sembrano definitivamente acquisiti. Ma soprattutto ci si renderebbe conto di quanto siano mistificanti certe letture d’impostazione socio-antropologica (o anche letteraria), e di quanto siano ancora più deformanti certi revisionismi vecchi e nuovi che impazzano anche nella nostra regione (anche qui circolano nei canali televisivi e sui giornali dei piccoli Pansa). Partendo dal nostro specifico quadro regionale, potrebbe ricavarsi uno spaccato molto variegato, per diversi aspetti inedito, della guerra e della Resistenza in Italia, con la messa a fuoco di questioni cruciali per il ricorrente dibattito culturale sul quale si plasma l’identità della nazione".

In Italia è in corso da qualche tempo un dibattito su un presunto rischio di ritorno del fascismo. Da un lato c’è chi sostiene che alcuni tratti dei movimenti populisti e sovranisti contemporanei ricordino quelli del fascismo e che la crescita, in termini sia numerici che di visibilità e di consensi tra la popolazione, di alcuni movimenti di chiara matrice neofascista, come Casa Pound o Forza Nuova, o neonazista, sia un chiaro indicatore della concretezza di questo rischio. Dall’altra parte, invece, c’è chi, per esempio Emilio Gentile, uno dei più grandi storici del fascismo, non è d’accordo con questa lettura e afferma che nella storiografia non si possono fare analogie e che la storia non si ripete mai uguale a se stessa. Lei cosa pensa: siamo davvero di fronte a un ritorno in auge del fascismo nel nostro Paese?

"Dire che la storia non si ripete è semplicemente una banalità. Ovviamente Salvini non è Mussolini, né assisteremo a una nuova marcia su Roma, ma ci sono vicende che, in forme diverse e inedite, si ripetono. Occorre saperle riconoscere prima che sia troppo tardi. Condivido le tesi di Umberto Eco sul «fascismo eterno». Assistiamo a comportamenti, a gesti, a linguaggi che richiamano, talvolta anche in forme esplicite, il fascismo. Del resto il sovranismo e il nazionalismo sono tratti tipici del fascismo e del nazismo. Il quadro offerto dal governo nazionale, come anche da quello regionale – governi di estrema destra (per me anche i Cinque Stelle sono un movimento di estrema destra), non lo si dimentichi – è un quadro di tale miseria e squallore, tanto sul piano politico quanto su quello culturale (ma qui di cultura non è nemmeno il caso di parlare), che dovrebbe preoccupare e scuotere chiunque abbia un minimo di senso civico".

Lei, tempo fa, insieme ad altri storici e intellettuali abruzzesi, sostenne la necessità dell’istituzione di un Museo regionale della Resistenza. Sono stati fatti passi avanti in tal senso?

"Nelle attuali condizioni politiche e culturali della nostra regione – ma lo stesso vale per l’Italia nel suo insieme – non vedo alcuna possibilità che progetti di questo genere possano avere un qualche seguito. Il tracollo prima che politico – ripeto – è propriamente di tipo culturale".

* Costantino Felice, docente di Storia economica presso l’Università D’Annunzio di Pescara, si occupa di economia e società nel Mezzogiorno, con particolare riguardo all’Abruzzo e al Molise. Ha curato il volume L’Abruzzo della collana «Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi» (Einaudi, 2000). È autore, fra l’altro, di Dal borgo al mondo (Laterza, 2001) e, per i tipi della Donzelli, ha pubblicato Verde a Mezzogiorno. L’agricoltura abruzzese dall’Unità a oggi (2007); Il Mezzogiorno operoso. Storia dell’industria in Abruzzo (2008); Dalla Maiella alle Alpi. Guerra e Resistenza in Abruzzo (2014); Mezzogiorno tra identità e storia (2017).

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