Sabato, 20 Luglio 2019 22:46

Violenza sulle donne, Giannangeli: "Nuova legge è solo propaganda". Appello al Comune dell'Aquila: "Subito una casa rifugio"

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Simona Giannangeli Simona Giannangeli

Con il via libera definitivo del Senato, arrivato il 17 luglio, il parlamento ha approvato il disegno di legge sulla tutela delle vittime di violenza domestica e di genere, il cosiddetto Codice rosso.

Il provvedimento, che con la pubblicazione in Gazzetta ufficiale sarà legge, ha ottenuto 197 sì e 47 astenuti (tra gli astenuti ci sono anche Leu e Pd).

Il "codice rosso" introduce una serie di misure per velocizzare le indagini sui casi di violenza sulle donne, obbligando per esempio i pm ad ascoltare le vittime entro tre giorni.

L'obiettivo, sulla carta, è quello di accelerare lo svolgimento delle indagini per evitare che le lentezze nell'acquisizione e nell'iscrizione di notizie di reato possano pregiudicare la tempestività degli interventi contro i casi di maltrattamenti, violenza sessuale, stalking e di lesioni aggravate se commessi in contesti familiari o nell'ambito di relazioni di convivenza.

Le nuove norme sono state tuttavia molto criticate da alcune associazioni che gestiscono i centri antiviolenza - che in Italia sono 338: nel 2017, secondo i dati forniti da Istat e Cern, hanno preso in carico 32632 donne - perché scritte senza un adeguato e approfondito confronto con le realtà che sono sul campo quotidianamente e quotidianamente si confrontano con casi di violenza di genere.

"E' una legge piena di propaganda, impostata solo su un'ottica emergenziale, punitiva, che non affronta per niente il vero cuore del problema" afferma Simona Giannangeli, avvocato e presidente del Centro antiviolenza dell'Aquila, che coglie l'occasione per sollecitare il Comune a dar seguito agli impegni assunti per l'apertura, in città, di una casa rifugio temporanea, in attesa che venga realizzata la nuova casa delle donne.

Quest'ultima sorgerà a Collemaggio, nell'edificio (di proprietà di Provincia e Asl) che in passato ospitò l'orfanotrofio e che in tempi più recenti è stato la sede del conservatorio Casella.

Il progetto è già stato finanziato con 3 milioni di euro. La gara, gestita dal Provveditorato ale opere pubbliche, è stata chiusa proprio in questi giorni e a breve, si spera, dovrebbero iniziare i lavori.   

Avvocato, come valuta il "codice rosso"?

A mio parere siamo di fronte a un testo di legge che corrisponde esattamente al clima politico vigente in questo momento in Italia, un clima fatto soprattutto di tanta propaganda. La mia critica è in linea con quella espressa anche da Lella Palladino (presidente della rete Dire, una rete di oltre 80 associazioni nata nel 1991 che oggi gestisce 55 case rifugio, ndc): non sono state minimamente recepite le osservazioni e i pareri forniti dalle donne che operano concretamente e attivamente nei centri antiviolenza né si è tenuto conto del parere della commissione del Csm, che si era pronunciata con allarme e preoccupazione sul termine dei 3 giorni entro i quali una donna che ha sporto denuncia o querela deve essere interrogata.

Cosa c'è di negativo in questa misura?

Che siamo fermi ancora al livello precedente, a uno Stato che non è in grado di garantire il diritto alla tutela della vita e dell'incolumità delle donne che sporogono denuncia. C'è poi un secondo livello di riflessione.

Quale?

Gli interventi previsti hanno tutti una cifra securitaria e repressiva, è un provvedimento che parla alla pancia ma non tiene in nessun conto i veri diritti delle donne. Anzi, le tratta ancora una volta come oggetti, prendendo come dato di fatto l'esistenza della violenza maschile e mettendo in campo interventi meramente riparativi e ipocritamente definiti di sicurezza.

Cosa manca sencondo lei?

Manca a monte una riflessione politica profonda sulle origini della violenza maschile, la presa di coscienza che viviamo in un paese ancora segnato da maschilismo, patriarcato e arretratezze di gni tipo, che continuano a connotare il raporto tra genere marchile e genere femminile. Ancora una volta si tratta la violenza solo come un'emergenza, pensando che per sconfiggere il problema basti elevare le pene qua e là o costringere una donna ad andare tre giorni dopo la denuncia a confermare quello che ha già detto davanti al giudice, senza preoccuparsi che il più delle volte quella donna si troverà, in quel lasso di tempo, in una situazione di non sicurezza per la propria incolumità. Nel testo, poi, non si accenna minimamente al fatto che gli ordini di protezione devono essere emessi più velocemente, che i giudici civili che si occupano dei divorzi, delle sperazioni e dell'affidamento dei minori devono comunicare con i giudici penali perché magari lo stesso uomo, mentre viene processato per maltrattamento in sede penale, si vede riconosciuto, in sede civile, l'affido dei figli.

Non salva proprio niente?

Può essere positiva l'introduzione del reato del revenge porn o quella secondo cui un uomo che violi un ordine di allontanamento di cui è stato destinatario, può essere perseguibile d'ufficio. Ma aspettiamo di vedere come le norme saranno aplicate. Osservo che mentre si sono strombazzate queste misure, non è stato previsto nulla per accorciare, ad esempio, i tempi dei processi. Un processo per stalking oggi dura, in media, 7/8 anni. Una sentenza definitiva spesso arriva anche dopo 9/10 anni, quando ormai è scattata la prescrizione. Così come non c'è nulla per aumentare la dotazione organica della magistratura, delle forze dell'ordine, degli uffici amministrativi dei tribunali, che invece sarebbe un provvedimento urgente perché è tutto il sistema che non funziona. Interventi legislativi come il "codice rosso", basati su una logica puramente securitaria, non solo non colgono il vero cuore del problema ma sono anche pericolosi perché ingenerano l'idea che si stiano mettendo in campo strumenti risolutivi, quando in realtà non è così. E poi ripeto: il mancato ascolto e il mancato confronto con le donne, le associazioni e i centri antiviolenza in fase di stesura della legge denotano un'arroganza inaudita, gravissima.

Secondo lei manca ancora, insomma, una visione strutturale del problema?

Esatto, ci sarebbe voluta una riforma organica, simile a quella che ha fatto la Spagna nel 2004, quando vennero istituite, nei tribunali, delle procure e delle sezioni apposite, con competenze specifiche sui reati contro le donne. Parliamo proprio di luoghi fisici differenti. E poi si investì molto sulla professionalizzazione di tutte le figure, dalle forze dell'ordine agli operatori psicologici alle operatrici dei centri antiviolenza. Il testo approvato dal parlamento italiano, invece, non stanzia nemmeno delle risorse aggiuntive al fondo nazionale di contrasto alla violenza sulle donne, che dal 2013 praticamente non viene rifinanziato.

La ministra della Pubblica Amministrazione Giulia Bongiorno e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari opportunità Vincenzo Spadafora hanno annunciato, a tal proposito, lo stanziamento, per il 2019, di 6 milioni in più rispetto al 2018 - 37 anziché 31 - per i centri antiviolenza e le case rifugio, promettendo altre risorse nella legge di Stabilità per la creazione di un fondo "anti ostaggio", per aiutare le donne che vogliono abbandonare i mariti violenti ma non hanno i mezzi per sopravvivere.

Parliamo veramente di spiccioli. Per poter realizzare una rete di case rifugio adeguate, con un numero di posti letto in grado di dare ospitalità a tutte le donne che hanno bisogno di assistenza, ci vorrebbe un investimento dieci volte più grande. Qui parliamo di 6 milioni di euro, una paghetta. La cosa, se non facesse prima arrabbiare, farebbe sorridere. E per poi per ora sono solo annunci, rispetto ai quali dovremmo avere fiducia. Ma io non ho nessun motivo per nutrire fiducia in questo governo, che è uno dei governi più misogini, reazionari, maschilisti e fascisti che si siano avuti negli ultimi anni. Non che quelli precedenti avessero brillato nel rispetto delle donne, ma qui siamo di fronte a una dichiarazione di guerra continua. Abbiamo un governo e un parlamento che non hanno a cuore, in generale, la vita delle persone, figuriamoci quella delle donne.

Veniamo al centro antiviolenza dell'Aquila di cui lei è presidente. Quante donne assistete ogni anno?

Ormai siamo su una media di 100/120 'contatti' l'anno. C'è qualche oscillazione ma sostanzialmente le cifre su cui ci attestiamo sono queste. In molti casi le donne che assistiamo ci chiedono anche di avere un riparo ma poiché non abbiamo una casa rifugio siamo costrette spesso a mandarle fuori. Il più delle volte, però, dinanzi alla prospettiva di lasciare la città, rinunciano. Allora si ricorre agli ordini di allontanamento, che spesso arrivano tardi.

Fuori vuol dire anche fuori regione?

Sì perché in Abruzzo abbiamo Sulmona e Tagliacozzo che hanno, in totale, una dozzina di posti e Pescara che ha una struttura attivata da poco. Per questo è importante che in attesa di avere la nuova casa delle donne, una struttura che aspettiamo da 10 anni, il Comune ci dia una casa rifugio temporanea, per gestire almeno l'emergenza. Nel febbraio scorso, avevamo chiesto formalmente di avere due alloggi del Progetto Case. Si era attivato l'assessore Bignotti, che si era detto favorevole e aveva inoltrato la richiesta ai dirigenti Giannangeli e Amorosi. Lì però si è bloccato tutto e oggi è ancora tutto fermo. Abbiamo scritto anche delle pec ma il Comune non ci ha mai risposto. Questo è un esempio pratico di come si possano anche fare leggi sui "codici rossi" ma se poi non si mettono le case delle donne e le case rifugio nelle condizioni di operare al meglio, siamo di fronte solo a mera propaganda.

Ultima modifica il Sabato, 20 Luglio 2019 23:19

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